Rosa Lucia, bitontina a Nomadelfia

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Inchieste
25 July 2018
Photo Credits: Nomadelfia

Rosa Lucia, bitontina a Nomadelfia

La donna era assistente sociale al Maria Cristina. Poi la scelta di raggiungere don Zeno e diventare madre di vocazione

Nomadelfia è una realtà unica nel suo genere, a metà tra una comune di stampo comunista e una comunità monastica. Le parole d’ordine sono solo due: Vangelo e fraternità. Tutti gli spazi sono condivisi, tutti i beni messi a disposizione di tutti, un po’ come si racconta negli Atti degli Apostoli del primo gruppo ecclesiastico di Gerusalemme. Ciò che però colpisce è che questa comunità così virtuosa, insieme al suo fondatore, il servo di Dio don Zeno Saltini, è spesso misconosciuta o avvolta nel mistero per chi non è “addetto ai lavori”. Stasera e domani sera in piazza Unità d’Italia (nei pressi di via Berlinguer) si terrà uno degli spettacoli acrobatici organizzati dalla comunità della Maremma, con cui i Nomadelfi portano il loro messaggio e i loro ideali. A portarli a Bitonto è Rosa Lucia, che vive a Nomadelfia dalla fine degli anni ‘70, ma è originaria proprio della nostra città. BitontoTv ha voluto intervistarla, per conoscere meglio la sua storia e soprattutto come sia vivere a Nomadelfia.

 

Chi era don Zeno e com’è nata Nomadelfia?

Don Zeno è nato nel modenese, figlio di una famiglia patriarcale e abbastanza agiata. Sin da piccolo aveva rifiutato la scuola come istituzione sociale, si sentiva a disagio quando vi andava perché lui era vestito bene, mentre i suoi compagni erano scalzi anche sotto la pioggia. Era andato a lavorare dai contadini di suo padre, perché era attratto dalla vita reale e dai problemi della povera gente. In seguito, l’incontro con un anarchico, mentre faceva il militare durante la Prima Guerra Mondiale, che gli diceva che Cristo e la Chiesa sono un impedimento al progresso umano, lo colpì molto. Don Zeno, che era molto cattolico, faceva parte dell’Azione Cattolica e stava studiando legge, è stato segnato da questo diverbio e nella sua vita ha sentito il desiderio di dimostrare il contrario di quello che affermava quel suo compagno. Dopo essersi fatto sacerdote, predicava che la Chiesa dovesse essere povera e iniziò a raccogliere intorno a sé molti bambini orfani, tra cui diversi piccoli ladri o ex galeotti, creando l’Opera dei Piccoli Apostoli. Fra questi ragazzi ce n’era uno che era appena uscito dal carcere, soprannominato Barile, che lui volle accanto a sé sull’altare il giorno della sua prima messa, incominciando così la sua paternità, che è diversa dalla semplice assistenza. 

 

 Nomadelfia

 

Com’erano i primi tempi nell’Opera dei Piccoli Apostoli?

Durante il ventennio fascista, a San Giacomo Roncole non si riusciva a tenere tutti i bambini e don Zeno ha aspettato che venissero delle donne. Una ragazzina, Irene, si presentò all’improvviso e disse di voler diventare madre di questi orfani, ma don Zeno le disse di poter restare quando fosse stata maggiorenne. Irene tornò da maggiorenne ed è stata la prima consacrata, mamma di vocazione, che ha dato inizio alla maternità virginea, perché non era sposata, accogliendo questi ragazzi, e dopo di lei ne sono venute altre. 

Come si è evoluta la storia della comunità di don Zeno?

Le autorità fasciste perseguitarono don Zeno perché lui attaccava il fascismo pubblicamente, per questo su don Zeno c’era una taglia di quasi mezzo milione di vecchie lire. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu costretto a scappare e si unì alla resistenza e, quando dopo la guerra ricostruì la sua comunità, tornò nel modenese. La prima Nomadelfia nacque a Fossoli, in un campo di concentramento usato durante il fascismo e la Seconda Guerra Mondiale come centro di smistamento e di prigionia. Don Zeno fece buttare giù da tutta la comunità dei Piccoli Apostoli le case dove erano tenuti i prigionieri, costruendone di nuove per i bambini e le donne. Ma il governo italiano sciolse questa comunità, che aveva raggiunto anche i mille abitanti, che si riformò nella Maremma in una tenuta agricola di 375 ettari che gli fu donata dalla contessa Pirelli, che si era innamorata di questa realtà, e tutt’ora viviamo lì.

 

 Don Zeno con alcuni orfani residenti a Nomadelfia

 

Come entrano le famiglie?

Nei primi tempi la comunità era costituita solo da don Zeno, alcune mamme e gli orfani, aiutati da alcuni uomini. Pian piano sono arrivate anche delle famiglie e i primi furono Anna e Nelusco, che si presentarono a don Zeno dicendogli che avrebbero accolto i bambini come quelli nati dal matrimonio. Don Zeno all’inizio era indeciso se prendere anche le coppie di sposi, perché temeva che si creassero differenze con i figli, ma Anna e Nelusco lo hanno convinto. Don Zeno è andato avanti con il suo progetto introducendo i gruppi familiari. Pensava che la famiglia isolata e borghese diventi egoista e chiusa in se stessa. Quando accoglie degli orfani, rimangono tali e non sono figli davvero, oppure se ci sono dei problemi viene lasciata sola. Invece una famiglia aiutata da altre famiglie fraternamente può risolvere insieme tutte le difficoltà.

Signora Lucia, come ha incontrato Nomadelfia? 

Ho incontrato Nomadelfia alla fine degli anni 70, quando facevo l’assistente sociale all’Istituto Maria Cristina di Bitonto, che allora ospitava i minori. Sono stata colta da una crisi spirituale perché nel mio lavoro mi è capitato senza cercarle di imbattermi in situazioni poco chiare, che non mi sono piaciute e mi sentivo impotente, come se la mia presenza non servisse a nessuno. Incontrai don Michele Lacetera, che era il cappellano e che mi portò i libri di don Zeno. Mi piacquero molto e così decisi di andare di persona a Nomadelfia. Dopo due visite iniziali, sono tornata e mi sono stabilita. È l’ideale per cui lottare che è diverso da quello della vita comune: combattere contro le ingiustizie, contro la sopraffazione dei potenti, come aveva fatto don Zeno. Sono diventata la madre di quelle bambine che non ero riuscita ad aiutare al Maria Cristina, facendomi “madre di vocazione”. 

Da “madre di vocazione”, quanti bambini le sono stati affidati?

Quasi dieci, inclusi quelli che poi sono andati via poco dopo. Ho avuto per primo Salvatore, che era orfano di padre. All’inizio era in collegio con le suore, ma quando alcuni di Nomadelfia erano andati in convento, lui si nascose nel camioncino e arrivò a Nomadelfia. Era venuto prima ospite a Nomadelfia e da allora non ha più voluto andare via. La suora ha voluto concedergli il trasferimento e poi il presidente l’ha dato a me. I figli a Nomadelfia non si possono scegliere, né chiedere, né rifiutare. A volte tante adozioni falliscono proprio perché nascono dal desiderio di colmare un vuoto dentro di sé. 

 

Papa Giovanni Paolo II con don Zeno

 

Qual è lo stile di vita a Nomadelfia?

Chi vive a Nomadelfia ha una vita orizzontale, che prende l’umanità. Il problema principale è vivere per l’uomo come persona. A Nomadelfia non c’è l’emarginato, né l’anziano abbandonato, né il carcerato. Tutti vengono accolti come figli e anche i piccoli delinquenti che ci vengono affidati hanno lo stesso amore dei figli nati dal matrimonio e nel limite del possibile vengono rieducati. Non ci sono differenze, si vive per l’uguaglianza, perché tutti siano amati alla stessa maniera.

Quante sono le famiglie oggi a Nomadelfia?

Nei vari quartieri, chiamate borgate, in cui è strutturata Nomadelfia, ci sono oggi 11 gruppi familiari, per una popolazione totale di quasi 250 persone. Ogni gruppo familiare è costituito da tre o quattro famiglie che vivono insieme, ma vengono accolte anche altre persone, come vedove o uomini soli, ma anche giovani difficili. Tutto viene condiviso fraternamente: i problemi di un figlio, anche nato dal matrimonio, sono gestiti e sostenuti da tutti, anche se non sempre ci si riesce. La linea che seguiamo, però, non è quella dell’individualismo, il progetto non è arricchirsi o fare carriera. Infatti il denaro ad uso personale non c’è, perché nessuno di noi prende uno stipendio. E tutti fanno tutto, anche una persona laureata non insegna soltanto, perché è nella sua formazione, ma quando c’è da fare il turno di stalla deve rispettarlo.

Come si vive a Nomadelfia? Come si provvede ai vari bisogni “materiali”?

La comunità è autosufficiente per alcuni aspetti, anche se non è nel nostro ideale esserlo del tutto, perché viviamo anche di Provvidenza. Lavoriamo per vivere: ci sono gli uliveti e i vigneti da cui ricaviamo il vino e l’olio, e poi c’è la stalla e produciamo anche latte e formaggio. Ma abbiamo bisogno di molte altre cose, di cui si occupa, insieme alla provvidenza, un economato, che provvede ai bisogni di ogni famiglia, altrimenti non potremmo farcela. Ovviamente l’acqua e la correte le paghiamo, come anche i medicinali e l’ospedale, per quanto ci sia un’infermeria a Nomadelfia, con i medici che vengono dall’esterno. Anche per la scuola, anche se a Nomadelfia si possono frequentare fino alle superiori, molti di noi possono insegnare perché abbiamo un diploma o una laurea, ma in alcuni casi in cui abbiamo bisogno vengono insegnanti da fuori e vengono pagati da noi. E anch’io ho insegnato per un periodo alla scuola media. In realtà Nomadelfia è cambiata moltissimo nel corso del tempo, anche grazie ai diversi giovani che sono venuti da noi. Le case sono solo prefabbricati in legno, perché don Zeno diceva che Nomadelfia non è solo la comunità che vive vicino a Grosseto, ma è dove due o tre persone vogliono vivere nella fraternità. 

 

 Un funerale a Nomadelfia

 

 Un matrimonio a Nomadelfia

 

 Nomadelfi a lavoro nei campi

 

Ci racconti una giornata tipo a Nomadelfia.

La sveglia in genere è alle 6:30, ma molti si svegliano anche più tardi. A turno ogni giorno le donne del gruppo famiglia si dedicano alla cucina, alla lavanderia e alla cura della casa. Quindi in un giorno posso cucinare colazione, pranzo e cena per quasi trenta persone. Alle 7:45 parte l’attività mattutina, nelle aziende, a scuola, nella tipografia, nella falegnameria e altre, ognuno si dedica al proprio lavoro fino alle 13. Nel pomeriggio si riprende alle 14:30 d’inverno, alle 15:30 d’estate, per altre due ore di lavoro, e poi c’è il momento della cultura, che consiste nell’ascoltare i discorsi di don Zeno oppure, in occasione di un avvenimento importante, come un intervento del papa o un discorso politico o la testimonianza di un altro sacerdote, ci dedichiamo a quest’ultimo per due ore. Segue la cena, che d’inverno è alle 19, mentre d’estate è alle 20. Dopo cena c’è tempo libero e ognuno può dedicarsi a quello che vuole, ad esempio i ragazzi raggiungono in motorino Grosseto, che dista pochissimo da Nomadelfia.

In che modo Nomadelfia si interfaccia con l’esterno dal punto di vista culturale? Che tipo di scambi ci sono?

Tutto l’anno i nostri ragazzi fanno gite scolastiche e vanno a visitare varie località, come le vicine città d’arte, ma partecipiamo anche a convegni con importanti personalità, come uno con Gino Strada. 

E com’è l’informazione?

La tv è regolata. Ad esempio la pubblicità non la fanno vedere, tutti i film non li fanno vedere, perché noi viviamo adulti e bambini tutti insieme gomito a gomito tutto il giorno. Per i film moderni c’è il cinema, ma alcuni vengono tagliati in alcune parti prima della proiezione. Anche i libri che arrivano a Nomadelfia sono filtrati.

 

 Sala regia a Nomadelfia. Qui lavorano gli addetti alla censura

 

Ma come è vissuta questa forma di censura?

Dai Nomadelfi adulti è vissuta senza problemi, dai giovanissimi che sono un po’ ribelli non è sempre accettata. Infatti loro scappano, vanno a Grosseto per vedere i film al cinema. 

Vi è capitato di accogliere qualche immigrato o siete entrati in contatto con realtà che si occupano del mondo dell’accoglienza dei migranti?

C’è un paesino proprio sopra Nomadelfia che accoglie diversi migranti e c’è un ragazzo della nostra comunità che si occupa di rimanere sempre in contatto con loro, non solo a Natale e a Pasqua, ma cerchiamo di coinvolgerli in alcune nostre attività, ad esempio per le partite di calcio. In questo caso è il comune di Grosseto che non li gestisce bene, perché questi ragazzi vagano per le strade abbandonati a loro stessi. Anche se a volte li chiamano per alcuni lavori manuali, come la pulizia dei giardini. Non ci sono stati sinora affidati minori non accompagnati, anche se ospitiamo diversi ragazzi di colore, già prima del fenomeno attuale dell’immigrazione. Una volta è capitato anche a me di avere un bambino marocchino, appena nato. Suo padre non l’aveva riconosciuto e sua madre voleva abortire, ma lo abbiamo fatto nascere e portato a Nomadelfia. Era di religione musulmana, quindi sua madre non voleva battezzarlo, ma lo abbiamo tenuto lo stesso. Dopo nove mesi sua madre l’ha voluto, perché oltre sarebbe scattata l’adozione, e se l’è ripreso. È stato brutto separarmi e anche se piccolissimo mi riconosceva. Ma don Zeno diceva “madre anche per un giorno”. Poi lei ha tenuto sempre contatti con me, ogni anno mi veniva a trovare, anche se il bambino l’ha portato in Marocco, per paura di perderlo. Oggi ha trent’anni, ma io dopo quel giorno non l’ho più rivisto.

Cosa succede quando un nomadelfo vuole lasciare la comunità?

La scelta di lasciare Nomadelfia è libera. I ragazzi che nascono o crescono a Nomadelfia possono andare via a diciotto anni, ma non vengono abbandonati a loro stessi, li aiutiamo a cercare casa, un lavoro, e possono rimanere a Nomadelfia finché non si stabilizzano, come in una famiglia normale. E anche quando hanno bisogno di Nomadelfia possono tornare. 

 

 Una festa in famiglia a Nomadelfia

 

Nei confronti di chi esce, si crea un “rifiuto”? Chi vuole potrebbe tornare a Nomadelfia?

Tutti vengono accolti comunque, ma alcuni tornano dopo un periodo fuori, come i ragazzi che vogliono frequentare l’università, a cui si permette di studiare fuori, perché vogliono diventare nomadelfi. Altri tornano perché hanno bisogno, ma non si creano pregiudizi, sono sempre figli. 

Ci sono altri autori di riferimento per il pensiero che ispira la vita a Nomadelfia?

Nell’ora di cultura leggiamo anche altri autori, come don Tonino Bello o magari il papa, ma non ce n’è uno fisso. Don Zeno però è sempre centrale, ha scritto tantissimo. È vero anche che è stato accusato di essere comunista ed è stato quindi travisato. Ma diversamente da altri sacerdoti del Novecento, don Zeno ha scritto e operato incorporato nella comunità, per questo forse non spicca come pensatore. Diceva sempre che Cristo era il suo irresistibile amore, quindi ha voluto riportare nella nostra comunità il Vangelo. Ma per chi lo ha conosciuto da vicino don Zeno era una persona affascinante. Mi ricordo quando ci ha portato a Fossoli a vedere il campo di concentramento che avevano occupato, sembrava un uomo che avesse una forza invincibile contro il male. Era bellissimo poter stare con lui.   

Quali sono i rapporti tra Nomadelfia e la Chiesa Cattolica, soprattutto dopo gli inizi tesi dei primi anni con don Zeno?

Non è sempre stato un rapporto facile ai tempi di don Zeno, ma volle chiedere la laicizzazione pro gratia perché non voleva procurare scandalo alla Chiesa. Quando ha cominciato a raccogliere figli, ha accumulato debiti, che hanno spinto la polizia a togliergli i bambini, che sono stati portati negli orfanotrofi. Una sera per strada don Zeno incontrò una ragazzina che prima viveva con lui e in quel momento si prostituiva. Lui ne soffrì molto e pensò che per non dare problemi alla Chiesa, che non aveva ancora capito che cosa volesse fare, avrebbe chiesto la laicizzazione per occuparsi di questi figli. Queste intenzioni di don Zeno non sono sempre state capite, perché non voleva ribellarsi alla Chiesa. Dopo è stato molto male, stette tre giorni a letto, soffriva perché la sua vocazione era quella di essere prete. Poi si è ripreso pian piano e nel 1961 papa Giovanni XXIII gli ha ridato l’ordine sacro.

 

Papa Francesco a Nomadelfia

 

Invece com’è stata la visita del papa lo scorso maggio?

È stato molto bello. Quando è arrivato era tutto teso, ma poi si è rilassato, andava sulla papa mobile. Ma è stato contento di questo incontro.

Cosa sono le “serate di Nomadelfia”? 

Don Zeno veniva chiamato prete di osteria, ma lui non lo era affatto. Aveva una spiritualità molto profonda, andava spesso a pregare ad Assisi e a Norcia, per i suoi santi di riferimento, Francesco e Benedetto. Ma sapeva anche frequentare le osterie suonando la fisarmonica perché voleva attirare la gente. All’inizio faceva il cinema per i bambini e poi ha pensato di portare le serate per l’apostolato, facendo ballare i ragazzini. Lo faceva per attirare e divertire i giovani soprattutto e così nello stesso tempo lui poteva portare anche la parola di Cristo. E ancora oggi le serate vengono fatte per questo, come momento di fraternità, perché i ragazzi ballano insieme, e come momento per portare alle persone un messaggio. Vogliamo far capire al mondo che vive da individualista che la dimensione dell’uomo è quella fraterna. E ogni estate rinnoviamo questo servizio di apostolato. A Bitonto verranno 180 persone, che si occuperanno di tutti gli aspetti dello spettacolo, tra cui i ragazzi che partecipano al ballo, che sono i nostri figli, dai sei anni fino ai diciotto. 

La vita a Nomadelfia è “appagante”, può essere paragonata a quella di chi vive all’esterno? 

La differenza tra la vita a Nomadelfia e fuori è il fine. Potrei sentirmi appagata se avessi fatto carriera, o se avessi l’auto o una casa mia. A Nomadelfia non c’è niente di tutto questo. Non ho uno stipendio, ma ho una ricchezza che mi viene dal vivere la fraternità. Non mi sento mai sola quando sono a Nomadelfia, anche quando ho un problema. Prima di Nomadelfia sentivo la solitudine e c’era il lavoro che non riuscivo a svolgere come volevo. Invece con tutte queste persone che pensano quello che penso io, mi sento forte, nessuno mi può turbare. 

Qual è il futuro di Nomadelfia?

Penso che gli ideali di Nomadelfia non possano crollare. La comunità sta cercando di allargarsi, don Zeno voleva andare in America, perché voleva che i ricchi si facessero poveri, e diventassero fratelli di tutti. Il suo successore ha avuto contatti con alcuni monaci della Tanzania, che ci hanno chiesto che qualche famiglia si occupasse dei tanti bambini lì presenti, ora stiamo valutando se andare o far venire loro. Ma anche se Nomadelfia dovesse venir meno, se ne creerebbe un’altra altrove.

 

Le serate di Nomadelfia