Il Classico non è classico. La lezione del Sylos

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Rubriche, Esperia
19 gennaio 2017

Il Classico non è classico. La lezione del Sylos

Spettacolo di successo venerdì scorso al Traetta. E domani appuntamento con la Notte Nazionale

Il greco è democratico. Bella scoperta, si dirà, dal momento che quello stesso vocabolo  - democrazia – reca sul suo corpo i segni di un’invenzione di duemilacinquecento anni fa dovuta proprio agli  abitanti dell’Ellade. Ma qui non si tratta di riflessioni storiche: il greco, oggi, è democratico. L’affermazione fa tutt’altro effetto. E racchiude il senso della manifestazione andata in scena venerdì scorso al Teatro Traetta, quale imprevista anteprima della Notte Nazionale che il Liceo Classico Sylos celebrerà domani sera. Una conferenza – spettacolo costruita intorno ad un libro ed alla sua autrice – La lingua geniale (Laterza 2016) di Andrea Marcolongo – e sviluppata con il contributo del professor Nicola Pice, degli attori Raffaello Fusaro e Rossella Giugliano, nonché del professor Mario Sicolo nelle vesti di “arbitro” e arguto mattatore.

Il greco è democratico, perché è cosa di tutti e da tutti; perché, a distanza di millenni, può ancora parlare a molti e in molti modi: come uno scroscio di elegante e dotta erudizione, nel commento filologico di Nicola Pice; come un gioco di dialettica certosina, nell’intrattenimento di Mario Sicolo; come un canto di umana disperazione nella Medea di Rossella Giugliano, e un’infervorata arringa politica nel Pericle di Raffaello Fusaro; e infine, come la fascinazione quasi ingenua – “amorosa” (come suggerisce il sottotitolo del libro: “9 ragioni per amare il greco”) tra la tenerezza e la passione – di una ragazza appena trentenne, Andrea Marcolongo, che con la semplicità di questo racconto di seduzione  (e la notevole capacità di scrittura appresa alla Scuola Holden) in questi giorni ha conquistato la vetta dei best-seller italiani. Storie diverse, differenti relazioni con la “cosa” del greco, differenti interessi, sguardi, professionalità. Pluribus unum.

E non è forse questo il senso profondo e radicale della democrazia, che qualcosa sia a disposizione di tutti, a disposizione dell’inclinazione e della declinazione di ognuno? Certo, i puristi storceranno il naso: con i “classici” non si scherza; “classico”, dopotutto, è ciò che appartiene alla “classe”, è, in definitiva, un privilegio di classe; il classico, per antonomasia, non può essere inclusivo e democratico. Tanto più per questo, il “sacrilegio” osato dagli organizzatori del Sylos – portare, letteralmente, il greco fuori dal Classico – è stato significativo: perché ha omaggiato lo spirito, più che la forma, della grecità; senza ruffianerie, con intelligenza, cioè leggendo dentro il senso della propria ragione culturale e sociale.

Il teatro gremito di venerdì sera è l’immagine e il simbolo di questo piccolo miracolo: un teatro capace di raccogliere trasversalmente intellettuali e nativi digitali, millenials e novecenteschi, studenti e professori. E se è vero che forse gli uni erano più attratti dalla doctrina, mentre gli altri dal linguaggio dell’esperienza umana e personale, è anche vero che è uno e solo il “greco” in cui il Liceo ha fatto incontrare questi linguaggi. Quel teatro venerdì sera è diventato una comunità, una scena di condivisione delle differenze, sotto le insegne della grecità .

Un Liceo Classico che riesce a far questo, ci sembra di poter dire, non abdica affatto al proprio compito. Né si limita a “rinnovarlo” – come spesso si sente dire. Piuttosto, esso lo invera nel tempo presente; capisce il senso della propria specificità in rapporto alla realtà ed alla società che abita. È un Liceo Classico intelligente. Un Liceo Classico all’altezza della vocazione – letteralmente – politica che lo investe. Un Liceo Classico che dà dimostrazione di saper rinunciare a sterili nomenclature, a favore di un sobrio lavoro di ricerca e di confronto, capace di tessere relazioni con il mondo dell’arte,  dell’editoria,  della vera Cultura.

Ecco, una città che aspira a candidarsi a Capitale Italiana della Cultura dovrebbe forse guardare con curiosità oltretiflis: c’è un serbatoio di risorse ed una fucina di intelligenze da cui imparare.