La politica del risentimento e il partito degli ‘spartiti’

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
23 maggio 2016

La politica del risentimento e il partito degli ‘spartiti’

Perché la campagna elettorale è iniziata con tanto anticipo?

Il think tank unitario delle civiche. E poi l'appello del duo Colasanto-Vigliotti. Infine, solo qualche giorno fa, il coming out del presidente dell'ASP Vito Masciale. E a giorni, si vocifera, potrebbero arrivare anche novità sulla fronda interna al PD raccolta attorno alla figura di Lillino Sannicandro, Progresso Democratico. Le fughe in avanti sui posizionamenti per le amministrative 2017 si fa ormai fatica persino a contarle. D'altronde, lo scriviamo già da settimane: la campagna elettorale per le comunali è iniziata, con più di un anno di anticipo. E i tre fronti su cui promette di giocarsi si fanno ogni giorno più netti: 1) nel centrodestra, il lancio della leadership di Domenico Damascelli, forte del ruolo istituzionale in regione (vedi la campagna sulla difesa della sanità – sic! –bitontina); 2) l'asse Natilla-Matera-Palmieri per la ricomposizione di un centrosinistra partitico e "tradizionale"; 3)l'abbaticchismo, alternativo al centrosinistra "tradizionale" di cui sopra, eterogeneo ma sostanzialmente accomunato da un'anima movimentista (il che spiega come a Bitonto il grillismo, peraltro spezzato in due tronconi, non riesca a decollare).

Non si riesce a capire quest'insolita partenza anticipata della campagna elettorale se non si coglie qual è la questione fondamentale attorno a cui tutte le forze politiche bitontine nei prossimi 12 mesi saranno chiamate ad esprimersi. Se nel 2012 si trattava della vexata quaestio della ricomposizione-identità del centrosinistra, stavolta il perno della discussione è la forza di Michele Abbaticchio. È questo "il" problema. Chiaro tanto agli avversari quanto agli stessi esponenti di maggioranza.

Che sia per ciò che fa o per ciò che dice di fare, Abbaticchio piace ai bitontini. Tanto le forze di maggioranza quanto quelle di opposizione, a prescindere dal giudizio di valore sull'esperienza amministrativa di questi quattro anni, sanno bene che il Sindaco gode di un consenso ampio e trasversale nell'elettorato. Da qui si parte. Se non si accetta questo presupposto, la campagna elettorale è persa in partenza. A partire da questo punto di osservazione è possibile interrogarsi sulla logica che sembra sostanziare le diverse strategie politiche.

I cavalieri erranti

La mossa dei singoli "cavalieri erranti", che rappresentano poco più che se stessi, è presto spiegata: salire sul carro del vincitore, o quanto meno puntare sul cavallo che (al momento) risulta vincente. È più che altro una questione d'interesse antropologico. Politicamente, no comment.

Il risentimento democratico

La strategia politica del Partito Democratico, che cerca di accreditarsi come punto di riferimento per gli ex abbaticchiani delusi – Socialisti e Palmieri, continua ad essere invece quella dello scontro frontale. Abbaticchio – sostengono – ha tradito le promesse di rinnovamento. Ha alzato le tasse. Al netto della fuffa della movida e dei martiriologi sulla legalità, ha continuato a governare secondo vecchie logiche clientelari, in barba ai tanto declamati principi di trasparenza.

C'è in questa narrazione un evidente limite, quello di apparire puramente reazionaria. Il PD non riesce a levarsi di dosso l'immagine logora e stantìa della voce di opposizione, legata a toni e atteggiamenti – si vedano solo le ultime trovate del manifesto sugli "avvisi di garanzia in Comune" e della parodia "Bitonto crateri aperti" – che rivelano un sentimento di rancoroso livore, il logoramento di chi non ha il potere, quella che Nietzsche avrebbe definito una "morale del risentimento". Mancano le idee. Manca l'entusiasmo progettuale. Ne è un sintomo evidente un utilizzo della comunicazione che cerca sterilmente di scimmiottare la creatività dello staff abbaticchiano, senza averne però comprese veramente le risorse vincenti. Insomma, dall'esterno si fatica a vedere nelle manovre piddine qualcosa di più di una controrivoluzione.

A mettersi di traverso ci sono poi anche i "piani alti" del partito. Perché Michele Abbaticchio non piace solo ai bitontini, piace anche a Decaro e ad Emiliano. Un'asse non meramente istituzionale, ma politica e anche culturale, che fino a qualche tempo fa faceva sospettare addirittura che Abbaticchio preparasse il "colpo grosso": la scalata al Pd in quanto tale, sotto il vessillo della riunificazione del centroinistra. Una prospettiva che gli ultimi sviluppi sembrerebbero – in politica mai dire mai – aver allontanato. Da ieri c'è anche un nuovo coordinatore regionale del partito, Marco Lacarra. Staremo a vedere.

Il paradosso degli "spartiti"

Sul fronte della maggioranza dei "lealisti", la premessa di fondo non cambia. La forza di Abbaticchio. Non possono dirlo apertamente, ma "spaventa" anche loro. D'altronde in questi anni è stato chiaro che, nel particolarismo delle forze civiche, a dettare veramente la linea politica è stato solo lui, il Sindaco. Divide et impera, scrivevamo. E allora, a questo giro si tenta di restare compatti. Di consolidare un serbatoio di esperienze – e di voti, perché è quello il punto dolente, e le piccole civiche se ne sono rese conto a suon di batoste – che al contempo tesaurizzi il quinquennio amministrativo ma abbia anche la forza per esprimersi in modo autonomo. Perché a nessuno sfugge che, se anche Abbaticchio dovesse essere riconfermato, il 2022 aprirebbe un'incognita inquietante: cosa c'è dopo di lui? Ma qui siamo già nel campo della fantapolitica. O della Politica lungimirante, che poi è lo stesso.

Sta di fatto che il riposizionamento delle civiche corre su un crinale pieno di insidie. Lo hanno detto loro stessi, giocandoci su: "siamo partiti" ma "non siamo partiti". Si tratta, in fondo, del dilemma di sempre del movimentismo: come conciliare le spinte centrifughe e particolaristiche dell'associazionismo civico dal basso (talmente particolari che nel 2012 era facile associarle letteralmente alle "parrocchie" di appartenenza) con l'esigenza di una visione top down, di un'organizzazione che "pesi" politicamente. Con il rischio di fare, in definitiva, il partito di quelli che non hanno partito. Che è pur sempre un partito. Il partito degli "spartiti". Spartiti di nome e di fatto. Spartiti che non attendono altro che un maestro concertatore che li suoni. Daccapo.