
La cronaca l’ha facilmente archiviato come il caso dei
“coniugi vittime della crisi”. Omicidio-suicidio o doppio suicidio che fosse, poco importa. Appena dieci giorni e tutto ripiomba nel silenzio. La storia di disperazione di
Salvatore De Salvo e Antonia Azzolini è l’emblema della cinica indifferenza con cui l’informazione e la pubblica opinione metabolizzano le prime pagine dei giornali.
Triste sorte di emarginazione la loro, persino dopo il gesto fatale che li ha fatti ritrovare esanimi l’8 gennaio scorso, lui sulla battigia del
lido San Francesco di Bari, lei nella camera dell’albergo dirimpetto. L’amara “
sfortuna” di morire solo qualche ora e a qualche chilometro di distanza dal ritrovamento, fra gli scogli di
Palese, del cadavere dello studente pescarese
Roberto Straccia, il cadavere “
vip” del criminologo
Meluzzi, il caso de “
Chi l’ha visto”.Anche a morire ci vuole fortuna. Nell’immediato le due notizie sulle grandi testate nazionali sembravano quasi confondersi, gettate nel pastone della narrazione mitica del mare, della sua prossimità con i misteri della vita e della morte. Epperò l’immagine di un pover’uomo disteso senza calzoni sulla spiaggia non poteva tenere testa al fascino del giallo di un ragazzo scomparso mentre faceva jogging e inspiegabilmente ritrovato morto un mese dopo a
400 km di distanza. Lento eclissamento della notizia. Poi, le dietrologie del giorno-dopo, le polemiche sui giornali locali, l’orrido rimpallo di responsabilità per decidere se la morte dei De Salvo debba pesare più sulla coscienza di
Vendola, Schittulli o Emiliano. È finita in bagarre politica.
Venerdì scorso la conferma che i due avrebbero cercato la morte con l’ingestione di
barbiturici; ma ormai, non interessava più a nessuno. Quel che contava, lo strumento per rinfocolare la retorica sulla crisi e la polemica contro l’inerzia dei politici.
Dicono sia inevitabile. Dicono sia il compito dell’informazione rintracciare l’interesse generale nelle vicende particolari. Forse, però, talvolta sarebbe bene che alcune “
vicende particolari” fossero lasciate parlare da sé. Senza la necessità di essere incasellate in uno schema, senza la fregola di dover corroborare il tema del momento, senza la tentazione demagogica di servire da arma politica. Perché se l’interesse generale si riduce al prendere parte per l’uno o l’altro schieramento della gogna mediatica, il ruolo dell’informazione si riduce a ben poca cosa. Se capire cosa la vicenda De Salvo ha da insegnarci significa aggiungere un capo d’imputazione politica all’attuale governatore o sindaco, triste sorte si aggiunge alla loro memoria.
Raccontare e leggere una disperata storia di solitudine e di isolamento. Essere messi dinanzi alla crudezza di due vite incapaci di volersi prive di dignità. Assistere disarmati a un evento intriso tanto di
evidenze sociali quanto di imponderabili dettagli di singolarità. Senza aspettarsi una trama da noir, senza la pruderie dei rotocalchi, senza le analisi psicoqualchecosa della
tv postprandiale, senza le ricostruzioni nei plastici notturni di Vespa, senza farne una questione di destra o di sinistra. Mettersi all’ascolto, semplicemente, di una storia. Ecco quello che la vicenda dei De Salvo urlerebbe alle coscienze atrofizzate dal
mainstream mediatico. Prima di averle riabituate alla comprensione, è difficile pensare che i titoli da prima pagina delle cronache possano davvero servire “
all’interesse generale”, a capire cosa andrebbe cambiato nel “
sistema”, nella “
società”. Rimarranno il “
giallo” del giorno o la frecciatina contro l’amministratore di turno, nell’attesa che una nuova onda di sensazionalismo ne porti via le tracce. L’indomani.
Sabino Paparella