Tra lager e razzismo le note di una melodia capaci di mutare le idee dei popoli
La realtà del Nazismo e dello sterminio di massa conseguito è un inferno a tutti noto, ma di recente è stata portata alla luce la scoperta di una peculiarità riguardante il campo di concentramento di Terezìn, un lager in cui venivano raccolti gli intellettuali, gli uomini di cultura, i musicisti... un luogo dell’orrore in cui si componeva musica. La domanda sembra porsi da sola: come possono conciliarsi questi due aspetti, ovvero la musica e la morte, la bellezza e la distruzione?
In realtà , Primo Levi ci ricorda in "Se questo è un uomo" che "le marce, le marcette, le canzoni popolari tedesche rappresentavano la voce assassina del lager": dunque, nei lager, insieme ai mezzi di eliminazione degli uomini quali le camere a gas e i forni crematori, vi era musica, una musica ambigua e dolente che ben si insinuava nelle pieghe sadiche delle menti delle SS.
La musica era "obbligata", cioè le autorità del campo ordinavano ai numerosi musicisti presenti nella maggior parte dei lager nazisti di esibirsi in repertori che spaziavano da Chopin, Bach, Beethoven (per citare solo tre musicisti) fino a canti popolari tedeschi, filastrocche, canzoni folkloristiche che esaltavano la pura razza ariana (per ricordare la perversione della loro ideologia) e nello stesso tempo denigravano il popolo ebraico.
Ma, nel campo di TerezÃn, vide la luce una produzione musicale senza pari rispetto agli altri lager. Il ghetto di TerezÃn doveva rappresentare la menzogna più clamorosa circa l'istituzione del campo di concentramento, doveva convincere la Croce Rossa e il mondo intero che il ghetto fosse un sicuro giaciglio per gli ebrei durante gli anni della Guerra mondiale.
"Distrarre" le SS, scandire la marcia degli internati verso il lavoro, accompagnare torture ed esecuzioni: era questo l'obiettivo della "musica infernale".
I musicisti e il loro pubblico: spettri di una fraternità nella morte, destinati da un giorno all'altro all'epilogo della loro vita, ridotta a speranze malinconiche e paure quotidiane.
La musica non salvava la vita ai prigionieri, rappresentava un'effimera roccaforte spirituale nei cuori degli internati, eppure le rare performance spontanee dei deportati per altri deportati ci fanno capire che se la musica non salvava la vita umana, almeno creava la possibilità di preservazione dell'umano nella vita. C’è tutta la traccia di quella misteriosa trascendenza che pone l'uomo oltre la sua mera, seppur importante, corporeità e che si esprime nella capacità di provare ancora emozioni (in quelle "condizioni estreme"), nella volontà di creare sempre nuovi inizi, nuovi cominciamenti di esperienza, come può essere un'opera d'arte, un'opera musicale. Agostino d'Ippona nelle pagine del De civitate Dei scrive "Initium ergo ut esset, creatus est homo, antem quem nullus fuit": perché vi fosse un inizio fu creato l'uomo, prima del quale non esisteva nessuno.
La forma musicale diventava così veicolo di una nuova temporalità che riscattava il tempo ordinario del dolore, rappresentando il simbolo di una coscienza creatrice, dove il mondo ormai perso nella violenza e nella follia veniva guadagnato, almeno per pochi momenti, nelle note di bellezza che i prigionieri riuscivano ancora a sentire nei loro cuori.
Il potere della musica portava così dentro di sé il Bene e il Male, l'orrore e la bellezza, manifestando un orizzonte di valori e di esperienza che sfumano in una infinita dialettica di emozioni e giudizi contraddittori.
La musica ha questo potere di riflettere la natura umana, ambigua, grigia, opaca, la cui ragione è capace di implodere ed esplodere in una dissoluta e assoluta perversione, come nel Novecento con l'avvento del nazismo, l'ideologia totalitaria che ha eseguito uno sterminio pianificato senza pari di milioni di uomini innocenti. L'istituzione dei campi di concentramento è stato l'atroce annientamento, prima spirituale poi biologico degli internati... una morte lenta e agonizzante.
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(Ricordare i crimini nazisti diventa un obbligo per l'umanità ; conoscere questa peculiare realtà di Terezìn attraverso la lettura del libro in cui tutto questo è portato alla luce può essere una fonte di crescita personale:
J. Karas, La musica a TerezÃn, a cura di F. R. Recchia Luciani, trad. it. di F. R. Recchia Luciani-R. Pellegrino, Genova, Il nuovo melangolo, 2011)
Tania Lovascio
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