La sua vocazione è la pittura ma non disdegna la fotografia digitale, la computer grafica e il web design, con cui si focalizza su un'analisi microscopica degli oggetti, indagati nelle sue forme genetiche, descritte, intuite, scandagliate con rigorosa curiosità .
Il volto come travestimento e il dettaglio come scoperta. L'artista si lascia colpire dalla percezione mediatica senza lasciarsi avvolgere, mischia le sue percezioni al desiderio di superarle. Sceglie il momento come annullamento dell'alienazione e contraddizione all'universalità . Una ricerca estetica tessuta sull'ordito del corpo, sulle trame epidermiche, sulle curve morbide dove si schiude la fenomenologia delle sensazioni. L'occhio macroscopico indaga audace il corpo, avido di particolari improbabili, scova dettagli indecenti, trasfigura i sensi in linee sinuose e colori espressionistici. Pelle, invisibile, vibrante, spazio precluso, labirintico e inaccessibile che induce lo spettatore ad interrogarsi sulla sua consistenza.
Ornella Ceci vive sulla tela un'esperienza estatica delineando un livello semantico che diventa una presenza immediata ed intima, un territorio sottile dove si incastra l'emozionalità .
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Da dove nascono le tue immagini?
Solitamente il mio interesse principale è il corpo umano e tutte le potenzialità espressive e plastiche che esso possiede. Io tendo sempre a fotografare i miei soggetti, ho sempre fatto cosi sia con soggetti esterni sia con i lavori che mi riguardano, e rappresentano parte del mio corpo. Quindi solitamente lavoro così: scatto molte foto e poi scelgo qualche particolare che mi colpisce o faccio integrare più figure.
Ma hai bisogno di preparazione prima di metterti al lavoro o ti affidi al momento istintivo?
Io ho sempre cercato di fare un ragionamento non solo istintivo. Sicuramente c'è una parte istintiva inizialmente, ma poi viene sempre un ragionamento sul taglio, sulla tecnica, sulle foto, sullo scorcio, quindi l'opera finale è sempre frutto di uno studio evolutivo e di una continua progettazione.
Cosa insegui nelle tue opere? La bellezza, l'equilibrio, l'emozione, il conflitto?
I temi delle opere sono anch'essi in evoluzione, nel senso che io sono partita anni fa con l'intenzione di voler dire qualcosa però il mio interesse poi è cambiato di anno in anno per cui non mi sono fossilizzata su uno stesso tipo di idea. In generale quello che a me preme è uscire dalla visione attuale del corpo. Viviamo in un'epoca in cui ci viene presentato il corpo umano secondo uno standard ben definito che indica la bellezza e quindi noi cresciamo con l'idea che la bellezza del corpo umano sia quella e tutto quello che non si attiene a quel modello è brutto. Io ho sempre cercato di dire con le mie opere che il corpo in sé è bello, proprio perchè è diverso e che può essere rappresentato in maniera diversa; non è detto che bisogna vedere un seno o un gluteo per apprezzare il bel corpo, piuttosto che un piede o un gomito: questo vuol dire settorializzare un corpo e creare delle gerarchie di bellezza, Nella serie particolare del my body's colours in realtà io sono andata a studiare anche la texure del corpo, quindi sono scesa più nel dettaglio.
Ci spieghi questa tua attenzione alla pelle, dove la pelle rappresenta lo scambio tra esterno e interno, qual è il significato che le dai?
Non c'è un significato filosofico o scientifico, non cerco mai di dare dei saggi di contenuto attraverso le mie immagini. Il mio è un interesse prettamente visivo. Mi attrae la risposta visiva della texture. Sta al singolo fruitore attribuirgli un altro significato, ma il mio è solo uno stimolo visivo. A me preme evidenziare le caratteristiche oggettive del corpo umano a seconda delle varie texture, perché poi la pelle non è uguale per tutte le parti del corpo, ma cambia, e non si direbbe mai, se non vedendola in modo così macroscopico, che noi esseri umani ci portiamo addosso una tale carica visiva e decorativa.
Questa tua attenzione al dettaglio è fine a se stessa?
No, è sempre in relazione al modo di vedere. Quello che mi interessa è che si impari ad essere affascinati da quello che non si è soliti percepire, o da quello che non vediamo ma c'è. Imparare a osservare, a notare ed apprezzare anche le cose a cui non diamo peso.
Ti capita di dipingere su un altro quadro, di creare un'opera distruggendone un'altra?
No, non ho mai sentito quest'esigenza. Se una cosa che ho fatto non mi piace, la nascondo, ma coprirla no. Se ho un'idea devo avere uno sfondo neutro, che non mi condizioni.
Forse perché distruggeresti un po' il tuo percorso, la tua crescita...
Non è così psicologico, è una questione più pratica. Mi provoca fastidio vedere un'immagine mentre ne sto creando un'altra, ho bisogno di un territorio neutro per guardare in maniera oggettiva quello che...(ride) Mi dispiace se hai un'idea più aulica. Io sono dell'idea che qualsiasi cosa si faccia, bella o brutta, sia parte del nostro percorso per cui non ha senso nasconderla. Io voglio tenerle sott'occhio le mie opere, anche se non mi piacciono, anche se non le finirò mai, però ci sono, e mi ricordano sempre quello che non voglio fare.
Quali sono gli artisti del passato che ami?
Quanto dura la batteria? Infinito il discorso...Dal Rinascimento fino al Romanticismo. Michelangelo con le sue tensioni fisiche, mentre Raffaello è la perfezione, al cospetto si prova la sindrome di Stendhal, e anche Botticelli è a suo modo spettacolare, ma questo come ammiratrice. Per sensibilità , però, mi sento molto vicina agli Espressionisti o ai Romantici, la mia è una natura romantica, impulsiva, non razionale.
Se potessi incontrare uno solo degli artisti del passato?
Uno su tutti, Caravaggio. Anche se le cose che faccio non hanno niente in comune con la sua opera, dal punto di vista umano lui rappresenta l'artista per eccellenza, quello saturnino, con le tensioni, i conflitti, le angosce, ed è interessante capire come gli stati d'animo terrificanti con cui combattiamo ogni giorno Caravaggio li abbia risolti magnificamente in pittura. Lui è stato per la sua epoca, quello che Picasso è stato per il Novecento. Quando ha disegnato le madonne con i volti delle popolane, ha scandalizzato tutti. È stato un genio.
Che cos'è per te lo stile?
È quel qualcosa che ti fa dire che la tal opera è l'ha realizzata un artista piuttosto che un altro. E non fa rima né con la bravura tecnica, né con l'attualità , ma ha a che fare con il linguaggio. Importante non è riprodurre un oggetto fedele alla realtà , ma come appare attraverso i propri occhi. Lo stile è poter riconoscere il taglio, l'occhio, la mano, il sentire di chi ha realizzato l'opera. Perché l'arte per me è questo: la traduzione in oggetto visivo delle emozioni di una persona, l'apertura del mondo emotivo di un'artista al resto del mondo. Una visone personalissima, unica.
Pensi che un'artista sia sempre critico nei confronti di un altro artista, che senta la competizione?
Ci sono artisti che non ritengono di entrare in competizione con nessuno perché si sentono arrivati, ci sono anche quelli che si considerano già artisti ma non lo sono, perché ancora così giovani. Io non condivido questi atteggiamenti, quindi non mi sento in competizione; io credo che tra artisti ci debba essere un confronto, soprattutto se si fanno cose di stile diverso, si deve lavorare in parallelo e valutare la possibilità di apprendere l'uno dall'altro, di avere un confronto costruttivo.
Che cos'è per te arte contemporanea?
È un mega insieme che contiene tutto e il contrario di tutto. È nata con un certo principio, e poi dentro vi è confluito tutto. Io apprezzo chi ha avuto il coraggio di dire delle cose nuove, di rompere con la tradizione. Già le prime avanguardie storiche, lo stesso impressionismo per l'Ottocento, ogni movimento artistico ha ricercato la rottura con l'arte precedente, e ogni rottura ha dato avvio all'arte contemporanea di ogni epoca.
Ma non trovi che l'arte si stia omologando?
Si, oggi molti artisti si sentono autorizzati, in funzione di tutte le conquiste rivoluzionarie precedenti, da Picasso ai Dada, da Pollock a Fontana, a riutilizzare quelle conquiste senza comprenderne appieno il senso, non usandole per ripartire, per dire qualcosa di nuovo, ma come giustificazione al caos. Il panorama artistico è inquinato, non ci sono regole, non ci sono confini o definizioni, ma solo provocazione fine a se stessa. È diventata più che mai un mercato delle provocazioni. Ci sono, è chiaro, delle eccezioni, degli artisti che rispetto molto: Vanessa Beecroft, Maurizio Cattelan, Damien Hirts.
Credi che dare scandalo, turbare sia necessario per emergere?
Non è necessario, ma è facile che si usi questo espediente per colpire l'osservatore odierno che è ormai bombardato costantemente e assuefatto ad immagini di ogni genere. Se nel passato bastava un nudo a fare scalpore, oggi ci vuole bene altro per emergere dalla massa, quindi lo scandalo è la strada più facile. È più facile creare l'attenzione perché ormai si vede tutto e non si vede niente, il nostro immaginario visivo è molto più ricco. La gente non si lascia attrarre da niente, perché vede troppe immagini ed è difficile che si soffermi su una in particolare: oggi un nudo o un cesto di frutta sono fuori moda.
C'è bisogno allora di un'educazione all'immagine?
Sì, ma il linguaggio è cambiato. Per carpire l'attenzione del pubblico devi provocare, shockarlo. E ognuno sperimenta i metodi per raggiungere quest'obiettivo, se Hirst affetta gli animali e li immerge nella formalina, Cattelan impicca i bambini, la Beecroft usa le donne nude come manichini.
E tu, stai meditando qualche scandalo?
Io a mio modo ho già dato scandalo con alcune delle mie opere, ma non è questo il mio obiettivo. Io voglio mostrare un altro punto di vista. Non amo lo scandalo a tutti i costi o fine a se stesso, avrei potuto ma non l'ho fatto. Io ho ricercato sempre un contenuto forte che sottendesse un'opera. Amo la pittura, questo è il mio punto di partenza, e allora forse in questo non mi sento un'artista contemporanea a tutti gli effetti. C'è chi non sa dipingere, non sa scolpire, ma ha solo un'idea e la fa realizzare da altri. Se questo è l'artista contemporaneo, allora preferisco essere altro, un'artigiana dell'Arte.
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Certo, certo Ornella le mie parole volevano dare voce a chi è totalmente digiuno di arte.
Non è certamente un mio pensiero quello di dire che sono capace di farlo anch'io. Quando al Museo Guggenheim di Venezia ho visitato la galleria d'arte sono rimasto affascinato dalle opere presenti di Pollock, di Mondrian, di Calder, di Kandinsky e di molti gli altri.
Tra l'altro in questa occasione ho avuto una discussione con un mio amico forte sostenitore del "questo posso farlo anch'io".
Hai voglia a spiegargli che cosa ci può essere dietro ogni quadro o scultura...forse gli regalerò quel libro.
Saluti
giaco
Inserito gio, 30 ott 2008 - 20:56:03
Ciao Giaco, vedi tu dici "Invece vedere un quadro di Pollock, di Fontana o le sculture di Duchamp ti lascia interdetto, sembra che ti stiano prendendo in giro in quanto quelle cose le potrebbe fare chiunque.".
Il punto è che NON le potrebbe fare chiunque..... ma è molto difficile comprendere se un dripping è opera di un dilettante o di un abile disegnatore, e c'è che ci marcia.
;-)
Comunque c'è qualcuno che esprime questo concetto meglio di me, un certo FRANCESCO BONAMI nel libro "Lo potevo fare anch'io", Mondadori.
Ornella
http://www.ornellaceci.it
Inserito gio, 30 ott 2008 - 16:33:42
Bellissimo articolo e interessante intervista.
Beh come non concordare con la Ceci quando dice che gli artisti moderni si sono omologati senza ripartire dai maestri degli ultimi due secoli.
Certo andare oltre Picasso e Duchamp, Pollock e Fontana non è certamente facile ma le sfide del moderno devono puntare a questo.
Effettivamente oggi ci sono pochi personaggi che hanno una caratura tale da potersi definire artisti e parlo di Kounellis, Cattelan, Koshut, Clemente o Mimmo Paladino.
Il problema dell'arte contemporanea è la comprensione del proprio lavoro presso il grande pubblico; chiunque nel vedere un quadro di Caravaggio o di Raffaello capisce che cosa l'artista voleva trasmettere (o quantomeno pensa di capirlo) perchè il figurativo è di immediata comprensione.
Invece vedere un quadro di Pollock, di Fontana o le sculture di Duchamp ti lascia interdetto, sembra che ti stiano prendendo in giro in quanto quelle cose le potrebbe fare chiunque.
Ma volere, oggi, che gli artisti facciano delle cose che si facevano in tempi passati è anacronistico.
Il fine settimana scorso sono stato alla Biennale di Venezia e ho avuto modo di vedere il discusso ponte di Calatrava.
Un'opera bellissima e di indubbio fascino ma contestata perchè (secondo i detrattori) male si integra con il contesto veneziano, cosa, secondo me, non vera.
Ma è assurdo pensare che gli architetti attuali debbano riprodurre stilemi che nulla hanno a che fare con il moderno, almeno che non ti chiami Aldo Rossi o Bob Venturi.
E' giusto che gli artisti moderni, che sono lo specchio dei nostri giorni, facciano opere libere, magari scandalose e che se oggi apprezzano in pochi, un giorno, i nostri figli e nipoti impareranno ad apprezzare totalmente.
Saluti!
giaco
Inserito gio, 30 ott 2008 - 13:19:54