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Lavoro e Vita
24/04/2014

Lavoro, media e mediazione sociale

A margine della nostra rassegna dedicata a 'Lavoro e Vita'

A pochi giorni dalle morti sul lavoro alla "Di Dio" di Molfetta, per un verso, e per l'altro dalla ricorrenza del Primo Maggio, vale forse ancora la pena oggi di tornare sul tema del lavoro, anche alla luce del dibattito su "Lavoro e Vita" che in queste due settimane abbiamo provato a stimolare da queste colonne (clicca qui per leggere l'articolo).


D'altronde, anche solo provare a "tirare le somme" della rassegna di preziosi contributi raccolti in questi giorni, così diversi e ricchi di sfaccettature, sarebbe riduttivo. Dalla riflessione sui diritti al cospetto della progressiva precarizzazione del lavoro, firmata da Giacomo Pisani (clicca qui per leggere l'articolo), all'evidenziatura delle responsabilità politiche, proposta da Michele Vacca (clicca qui per leggere l'articolo), al confronto con la lezione tarantina del caso Ilva, tratteggiato da Paolo Inno (clicca qui per leggere l'articolo), passando per il contributo "tecnico" in merito alla "sicurezza sul lavoro" di Giulio Mitolo (clicca qui per leggere l'articolo) ed il punto di vista mai banale di Elvira Zaccagnino (clicca sul link per leggere l'articolo), la mole di analisi offerte per sottrarre la morte di Nicola e Vincenzo Rizzi alla retorica del compianto è stata notevole. Ha chiuso l'elenco, rispondendo - sola - al nostro appello rivolto alle realtà socio-politico-culturali cittadine, l'associazione Città Democratica (clicca sul link per leggere l'articolo , il cui intervento ha consentito di saldare la discussione teorica della rassegna - volutamente "allargata" e non provinciale - alla concreta situazione bitontina, alla sua storia, alla sua economia.

 

Pur nella diversità, ci sembra di cogliere un tratto comune a tutti gli approfondimenti nel recupero della dimensione sociale del lavoro: evidenza ai limiti della banalità sul piano teorico, ma sempre più dimenticata nelle prassi del mondo del lavoro odierno. Vale a dire: il lavoro non è mai solo "mio", "tuo", "suo"; non è innanzitutto - con buona pace degli anglicismi renziani - "job", ma "work"; è sempre qualcosa che riguarda un'intersoggettività, che mette in relazione le persone, che inserisce ogni lavoratore in un meccanismo di produzione (materiale o immateriale che sia) e di consumo esterno ad esso e comune a molti, uno spazio di comunicazione e di mondo, in cui ad essere condiviso è non solo il "fare" dell'uomo, ma in definitiva il suo stesso vivere. È questo, d'altronde, il medesimo basilare presupposto di una "festa" come quella che ci apprestiamo a vivere il Primo Maggio: non si festeggia in piazza qualcosa che è solo privato, personale. Proprio sulla mediazione sociale del lavoro e sulla sua complessa traducibilità politica - ovvero su quella prospettiva di analisi che connette le lotte sindacali alla controversa nozione di diritti (al lavoro, dei lavoratori...) - si sono infine concentrate la maggior parte delle osservazioni emerse nella nostra rassegna.

 

È un'evidenza che occorre non dare per scontato. Che non è affatto scontata, perlomeno, per una generazione come la mia, che non è cresciuta all'interno di una certa cultura ideologica (e contro-ideologica), né ha conosciuto le lotte operaie, tanto meno la lotta di classe. La mia generazione è stata piuttosto allevata alla cultura della privatizzazione del lavoro, abituata a pensare che "lavoro" sia una parola desueta per dire il "mestiere" che devi imparare a svolgere, o al meglio la "professione" per cui investire anni di studio universitario; il "job" che ti dà da vivere, insomma, e che se va bene ti riempie il portafogli per uscire la sera con gli amici, per consumare il divertimento nel vero "tempo per la vita", quello del benessere personale e dell'evasione, dedicato alle relazioni e alla socialità.


Una narrazione del lavoro, questa, a cui non poco ha contribuito e contribuisce lo strumento dell'informazione e della comunicazione pubblica, organico ad una cultura che è essa stessa articolazione ed emanazione della logica liberista; a cui contribuisce, oggi, quel giornalismo intrappolato dall'episodicità delle morti bianche, dall'attaccamento morboso ai drammi familiari, dalla velleità di celebrare sulla carta (o sul web, qui non fa differenza) processi sommari per capi d'imputazione espressi a furor di popolo.


Che la mediatizzazione del lavoro debba significare, invece, un recupero del suo valore di mediazione sociale, è la scommessa a cui non rinunciare. È necessario che di lavoro si parli, pubblicamente, per comprendere meglio le sue dinamiche, per avere una visione globale delle politiche (spesso, delle geo-politiche) che lo orientano, per essere consapevoli degli interessi che ne influenzano il mercato e, a partire da questo, per saper immaginare e costruire un lavoro diverso, diritti diversi, economie e politiche diverse. Il pubblico dibattito che volesse sottrarsi a questo compito di socializzazione della conoscenza - alla funzione che marxianamente si sarebbe detta di "General Intellect" - sarebbe complice della deriva verso la privatizzazione liberista. Le opportunità di associazione e circolazione del sapere, delle idee e delle informazioni offerte dal web sono, in questo senso, una leva privilegiata della resistenza.

 

Per questo il tentativo sperimentale condotto in queste due settimane - utilizzare una piattaforma informativa come spazio di socializzazione delle idee sul lavoro - non può rimanere un episodio isolato. Perché fintanto che il lavoro entrerà nella pubblica discussione solo come una tonalità del ritratto intimistico delle persone, esso toccherà la seconda parola d'ordine che abbiamo proposto, la "vita", esattamente sul suo fronte più indifeso, deprivato, sguarnito, al limite della propria negazione. Il lavoro, come fatto privato, finirà per riguardare la vita solo nella sua uccidibilità, nella sua debolezza, nella sua malattia. E a quel punto l'espressione "morti bianche" non potrà che suonare come un colpevole ossimoro giornalistico, che pretende di raccontare l'umanità delle persone, ma non fa che violarne la dignità.

 


Sabino Paparella

 

BitontoTV Staff

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