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Lavoro e Vita
17/04/2014

Lavoro – vita: è ancora possibile una politica?

L'auspicio di un modello che sia sinonimo di democrazia
Non è mai facile fare delle riflessioni razionali  e consapevoli dopo qualsivoglia tragedia, sforzarsi di riflettere dopo ciò che è accaduto alla “Di Dio” è doveroso invece.
Doveroso capire i contorni di quello che è accaduto ed un’ottima traccia ce l’ha data Sabino Paparella con il suo incipit alla discussione, e, come diceva, doveroso è andare oltre la singolarità del caso.
Il rapporto tra lavoro e vita emerge come fatto sociale proprio nelle tragedie “bianche” perché non vale (quasi) mai la rassegnata affermazione 'è stato inevitabile'.  C’è un dato politico da saper riconoscere.
Parliamo della “norma mortifera” (così è stata definita da “il manifesto”) del famigerato decreto “semplificazioni”, emessa dall’altrettanto mortifero ed “inevitabile” governo Monti nel febbraio del 2012.
In nome della “meno invasività” dello Stato nei confronti delle imprese veniva decostruita la sicurezza nei luoghi di lavoro. Come? Lasciando la sicurezza alla concertazione tra governo e impresa, arrivando persino a manomettere la regolamentazione dei controlli sui luoghi di lavoro.
Il grande assente è il mondo del lavoro. Coerentemente con la maledizione montiana dei sindacati, lavoratori e rappresentanti dei lavoratori sono esclusi dalla discussione sulla sicurezza, mica è par loro d’altronde!

Torniamo al rapporto lavoro-vita. Rapporto mediato nel corso del Novecento, grazie alla lotta di classe del proletariato organizzato (in partiti e sindacati), in modo tale da garantire tutela al primo e dignità alla seconda. Mediazione socio-politica che configurava il rapporto io-classe come fondante della democrazia, fondata appunto sul lavoro.
Oggi invece siamo ai tempi della “lotta di classe dall’alto”, tempi in cui la mediazione novecentesca è saltata. Si è affermata una razionalità neoliberale secondo cui “ogni individuo deve dare alla propria vita forma di azienda”, in cui “milioni di persone, mentre hanno perso ogni capacità di percepirsi come membri di una classe sociale, si vivono come soggetti isolati che, invece della propria forza lavoro, vendono se stessi, le proprie qualità personali e individuali”, le proprie competenze comunicative, intellettuali, aspetto fisico e sessuale, la propria capacità di sopportare stress, umiliazioni, la propria vita insomma.
Ed è questa l’inedita condizione di vita, tra auto impiego, start-up, parasubordinato, apprendistato, etc. che un milione e mezzo di persone in Italia conosce ormai come orizzonte (a breve termine) della propria esistenza.
Verrebbe da chiedersi se si è realizzato l’incubo di Marx, quello della “sussunzione reale”, ossia della totale sottomissione dei lavoratori al capitale, in cui lo sfruttamento soverchiante non mira ad erodere la creazione di plusvalore bensì alla (ri)produzione della forza lavoro in quanto merce. Appunto non lo sfruttamento classico del lavoro ma quello della vita, divenuta essa stessa merce.

Quindi se la nuda vita è assoggettata la politica è impossibile? Niente affatto.
La decostruzione della mediazione novecentesca è in atto, è a buon punto in realtà, ma alla politica resta una certa autonomia di azione, c’è ancora da fare insomma.
C’è da fare battaglia politica.
Bisognerebbe rimettere la tematica del lavoro al cuore del dibattito europeo, per ridemocratizzare il lavoro nella cornice comunitaria. Servirebbe, più forte che in passato, una campagna contro la famigerata “direttiva Bolkestein” (che autorizza il dumping sociale all’interno dell’UE) accompagnata dalla rivendicazione delle rivendicazioni: quella per l’armonizzazione dei livelli salariali in Europa (altro che perpetuazione della precarietà in salsa renziana).
Di più, andrebbe seguito e riproposto l’esempio Svedese. A Goteborg in questi mesi si sta sperimentando un nuovo modello di lavoro che prevede le 6 ore lavorative al giorno a parità di stipendio. Obiettivo? Aumentare l’efficienza dei lavoratori, più salute e meno permessi, per andare a creare nel lungo periodo più posti di lavoro. Più tempo per “il mondo per la vita”, compreso quello per l’azione politica.
Impossibile? Un’impossibile necessità per invertire la rotta e smetterla di arretrare.
Michele Vacca
BitontoTV Staff

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