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Lavoro e Vita
12/04/2014

Non chiamiamolo incidente

Il primo contributo su 'lavoro e vita': la battaglia per i diritti nella dimensione della precarietà

Come annunciato nell'Esperia di ieri (clicca qui per leggere l'articolo), prende oggi avvio sulle nostre pagine una rassegna di riflessioni dedicate al tema "lavoro e vita"; un'idea nata all'indomani della morte sul lavoro dei due operatori bitontini della "Rizzi Ecologia", per provare a interpretare quella tragedia come il segno di una patologia sociale di sistema.
Qual è la relazione tra il lavoro come strumento di realizzazione dell'uomo e i diritti che a quello stesso uomo la comunità politica riconosce (o non riconosce)? Su questa traccia si muove l'invito alla riflessione formulata per noi dall'esperto di sociologia dei diritti Giacomo Pisani*
.

 

E' successo sei anni dopo dalla morte di cinque operai in un'autocisterna, sempre nella zona industriale di Molfetta, in una catena di solidarietà per sfuggire alle esalazioni di una cisterna. La morte di due lavoratori , Nicola e Vincenzo Rizzi, non è un incidente. Perché nel lavoro è in gioco il nostro stare al mondo, la possibilità di avere una vita dignitosa. Il lavoro è il momento più alto dell'esistenza di una persona, perché nel lavoro esprimiamo il nostro modo di contribuire a trasformare il mondo, la società, e in quel momento la nostra attività diviene il motore della storia.


Attraverso il lavoro oggettiviamo noi stessi, mettiamo fuori le nostre capacità e affermiamo la nostra presenza nella società. Il lavoro ci rende soggetti peculiari sulla scena del mondo, gli unici in grado di provvedere a noi stessi e agli altri tessendo un intreccio di relazioni che ci rendono degli animali sociali, sempre esposti alla storia e pronti a rispondere ad essa. L'uomo è l'animale storico per eccellenza, e il lavoro è il mezzo con cui rispondiamo agli stimoli che ci vengono dal mondo esterno e costruiamo le basi del nostro futuro. La centralità del lavoro come momento fondamentale di realizzazione di sé stessi e del mondo nelle relazioni sociali che lo caratterizzano è stato il motore delle grandi rivoluzioni della modernità. Anche l'articolo primo della Costituzione riconosce infine il lavoro come fondamento della nostra Repubblica.

 

Quando la vita è minacciata sul lavoro, nel momento di massima espressione della persona non in quanto individuo isolato, ma come membro costitutivo di una società che racchiude in sé tutta l'eredità della nostra esposizione storica, è l'umanità stessa ad essere mortificata. La morte sul lavoro non è un incidente, non può essere considerata un rischio eventuale, non può essere giustificata in uno stato e in una società che ha riconosciuto nel lavoro la possibilità della persona di dare forma al mondo e, quindi, di esistere.


Troppo spesso il lavoro è asservito a logiche mercantili e degradato a merce di scambio, deprivato dei caratteri umani che ne fanno un momento unico e fondamentale nella vita di una persona, per servire un ordine astratto che regola la finanza. Quando il lavoro è ridotto al suo carattere esteriore, finalizzato alla realizzazione di obiettivi estranei al lavoratore fino ad affibbiare quest'ultimo ad una dimensione disumana, frustrante, in cui basta una svista a decidere la vita o la morte, nessuna possibilità di ricomposizione resta aperta. Non sono possibili aggiustamenti, non c'è correzione del sistema che tenga, finché il lavoro è deprivato della sua anima e disumanizzato. Resta la vita nella sua immediatezza, costretta a rifugiarsi negli angoli che sfuggono all'alienazione perennemente in atto, sempre alla rincorsa di momenti di riconoscimento e di affermazione dignitosa.

 

Oggi che il lavoro è degradato in forme precarie e insicure, la vita stessa è isolata con l'eliminazione dei momenti essenziali della socialità, spogliata di ogni sicurezza e impossibilitata a progettarsi a lungo termine. E' questa la condizione che favorisce la rincorsa a qualsiasi lavoro, anche insicuro e sottopagato, alimentando logiche sempre più perverse. La morte di due bitontini in una cisterna è un monito inemendabile a chi si serve del lavoro per alimentare il profitto. La catena di solidarietà che ha permesso il salvataggio del terzo lavoratore coinvolto, Alessio Rizzi, è un inno alla dignità, alla forza e alla determinazione di tre lavoratori che pur di guadagnarsi da vivere erano costretti a sporcarsi le mani in una cisterna letale.



Ogni commento ottimistico, ogni invito a che non succeda "mai più", rischia di cadere nella retorica, se non si riconosce nel lavoro, oggi, il momento di conflitto per eccellenza e di ricomposizione delle lotte per i diritti e per la dignità. Perché solo a partire dal lavoro è possibile dire il proprio modo di essere al mondo, costruire la propria esistenza libera e dignitosa, tessere relazioni comunitarie in cui si articola l'esistenza di tutti. Oggi che le logiche della produzione sono mutate radicalmente e i diritti sociali restano inadeguati a dare risposa ad un'esistenza che sempre più si svolge al di fuori del lavoro, è necessario articolare le categorie di un soggetto politico che sappia assumere le sfide in atto.
Nel lavoro è in gioco l'essenza sociale dell'uomo, il suo essere costitutivamente in procinto di farsi e di oggettivarsi nella realtà esterna. Il lavoro dice la vita tutta intera, anche in un mondo in cui restano pochi spazi al di fuori del mercato e del profitto. Ma quando il mercato resta privo di qualsiasi riferimento all'uomo, lo uccide.

 

* Giacomo Pisani vive a Molfetta. È giornalista pubblicista e dottorando di ricerca presso l'Università degli Studi di Torino, dove si occupa di filosofia e sociologia del diritto. Si è interessato di morti bianche già sei anni fa, in occasione della tragedia alla "Truck Center" di Molfetta, collaborando con l'associazione molfettese Linea5. È appena uscito per Ombre Corte il suo ultimo libro dedicato a "Le ragioni del reddito di esistenza universale".

BitontoTV Staff

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