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Esperia
14/03/2014

L'azzardo politico dei Comitati di Quartiere

Rischi e potenzialità della perla amministrativa di Abbaticchio & Co.

 

Il Regolamento dei Comitati di Quartiere appena licenziato dall'assise comunale non è perfetto. Primo. La madre di tutte le criticità, emersa anche durante la discussione in Consiglio Comunale: l'eccessiva parcellizzazione della città. L'intento dell'amministrazione a riguardo è chiaro: più piccoli e numerosi sono i quartieri, più i cittadini si sentiranno mobilitati e incentivati dal meccanismo di prossimità. Ed ecco così spuntare i sedici "quartieri" (14 più le 2 frazioni).

Ma è anche vero che quella che nasce come una scommessa al rialzo potrebbe facilmente rivelarsi una perdita dell'intero capitale: infatti, dal momento che per la costituzione di ogni comitato sarà necessaria un'assemblea di almeno 80 cittadini (dai 16 anni in su), questo significa che almeno milleduecento bitontini dovranno essere coinvolti attivamente in questi organismi di partecipazione. Una scommessa non da poco. E non basta. C'è un secondo aspetto quantomeno opinabile: non tutti i cittadini saranno eleggibili nei consigli direttivi dei comitati; stando all'articolo 17 del regolamento, infatti, ne dovranno essere esclusi, tra gli altri, non solo tutti i componenti degli organi direttivi di partiti e movimenti cittadini, ma anche i loro parenti in linea retta di primo grado e collaterale di secondo grado (vale a dire genitori e figli, fratelli e sorelle), affini e conviventi. Anche qui la ratio adottata è chiara: garantire la massima apartiticità dei comitati, la loro funzione laicamente civica, lontana da ogni interesse e contropartita elettorale. Ma, ancora una volta, si tratta forse di una misura eccessiva, che esclude coloro che anche lontanamente, magari solo per un vincolo di parentela appunto, possiedono sensibilità per la cosa pubblica. Si potrebbe continuare, forse, criticando la mancanza di una qualsiasi autonomia operativa dei comitati, che nella stesura finale del regolamento hanno perso anche la possibilità di gestire donazioni e fondi "di solidarietà" per opere caritative nel quartiere, inizialmente prevista all'articolo 6.


Tutte queste osservazioni sono ragionevoli, ed è giusto sottolinearle. Non bastano, però, a inficiare il carattere di novità epocale che questo strumento, passato quasi in sordina finora, potrebbe portare alla comunità bitontina nei prossimi mesi. Non si tratta semplicemente dell'adempimento di una promessa elettorale, "il compitino copiato" - ricorderete - sbeffeggiato da Intini due primavere fa. Per la prima volta, è il caso di dirlo, sono i politici a scommettere sui cittadini. È questa la novità, considerata la quale anche i difetti dei comitati si lasciano giudicare sotto una diversa luce.
Se c'è una parola che riassume tutte le criticità dei comitati evidenziate sopra, è infatti ambizione. In puro stile abbaticchiano - o renziano, fate voi. Si è scelto di puntare in alto e di scommettere pesante. Scommettere che almeno milleduecento cittadini si lascino entusiasmare dal desiderio di occuparsi - a titolo assolutamente gratuito - del proprio quartiere; scommettere che quasi centocinquanta di loro (il totale dei membri dei consigli direttivi), non organici a nessun movimento politico, si impegnino direttamente - a titolo assolutamente gratuito - nella gestione operativa di questi comitati e nei rapporti con l'istituzione; scommettere che la stessa struttura politica comunale possa reggere una mole di richieste, pareri, incontri, istanze potenzialmente molto gravosa.


Il rischio di fallire e di vedere i comitati di quartiere risolversi in un colossale flop è molto alto, e Abbaticchio e la sua squadra lo sanno bene. Avrebbero potuto usare cautela, partire con un esperimento di tre o quattro macro-quartieri e magari "pilotarne" dall'esterno l'azione per essere sicuri di portare a casa dei risultati. E invece hanno scelto di puntare immediatamente sulla filosofia del bottom-up, di investire nel civismo puro, di credere che il fiorente associazionismo bitontino sia la spia di una reale volontà di interessamento alla cosa pubblica, e non una rete di comodi salotti (pseudo)intellettuali. Ed è tutto ciò che fa di quest'atto un atto eminentemente politico, forse l'atto più politico di questi due anni di amministrazione Abbaticchio. E come tutti gli atti genuinamente politici, esso è privo di contenuti "naturali". È un foglio in bianco. Perché rinuncia all'automatismo della burocrazia, al pareggiamento economico di entrate e uscite, alla dettatura di ciò che dev'essere fatto perché a stabilirlo è una fonte legislativa superiore o una contingenza finanziaria inevitabile. È un atto politico perché chiama in causa direttamente l'azione dei cittadini, nelle sue potenzialità e dunque anche nella sua imprevedibilità.


Se l'occasione che offrono fosse interecettata, i comitati di quartiere potrebbero ridisegnare la vita di questa comunità cittadina, cambiare il modo di condividerne gli spazi, le risorse, la crescita, la cultura, le iniziative d'impresa. E sbagliano coloro che li ritengono delle scatole vuote perché organi puramente consultivi, privi di potere esecutivo: è anzi proprio la loro condizione di "confine" tra società e istituzione a determinarne la forza, rendendoli un incredibile strumento di "pressione" sul Comune. Non sono - non dovranno essere - cartelli di rappresentanza di gruppi d'interessi, che "mendicano" contributi e interventi alla porta di Palazzo Gentile, ma strumenti di implementazione (e forse di correzione) della rappresentanza democratica che già un Consiglio Comunale ed un'Amministrazione costituiscono: i cittadini che partecipano alla responsabilità di governo, per dirla in breve.
Per questo i comitati sono la gallina dalle uova d'oro, non solo di Michele Abbaticchio, ma della città intera. Sulla loro possibilità di successo si gioca la credibilità non di un'Amministrazione, ma dell'intera comunità bitontina e delle sue prospettive future.

 

Sabino Paparella

 

BitontoTV Staff

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