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Esperia
21/02/2014

Il dibattito drogato

'Droghe leggere' e Chiesa bitontina, a partire dalla versione di Abbaticchio

Le dichiarazioni rese ieri dal Sindaco al DaBitonto.com in merito al fenomeno droga e alla sua incidenza nel contesto locale devono far riflettere. Se siamo cattolici - questa la sostanza del suo intervento - non possiamo limitarci a punire lo spaccio, ma dovremmo porre rimedio anche al consumo (o all'abuso? ecco un primo problema...) di sostanze stupefacenti. Il riferimento, implicito, è alla recentissima sentenza della Consulta, che ha cancellato (per un vizio procedurale, e non di merito) la cosiddetta legge Fini-Giovanardi sull'inasprimento delle sanzioni e l'equiparazione di droghe leggere e pesanti, provocando la reviviscenza della Jervolino-Vassalli, modificata dal referendum del '93. Ovvero: si torna a distinguere tra droghe leggere e droghe pesanti, e soprattutto tra chi spaccia e chi invece fa solo uso personale di sostanze.


Le parole del primo cittadino sono "pesanti" per una serie di motivazioni. Innazitutto, per il nesso logico che stabiliscono tra l'assumere posizione nel dibattito e l'essere cattolici: "Se siamo in un paese che si vuole definire cattolico - ha detto Abbaticchio - sulla questione droghe dobbiamo colpire non soltanto chi la vende ma anche chi la compra. Se invece diciamo di vivere in un paese liberale, dobbiamo comportarci in modo assolutamente diverso" (clicca qui per leggere l'articolo).Già l'aut-aut sottointeso - se si è cattolici non si è liberali (in che senso poi? "liberali" cioè a favore della "liberalizzazione"?) - potrebbe far sorgere qualche perplessità a qualcuno, ed è probabilmente indicativo del tipo di valore ideologico che la fede cattolica (cattolicità puzza già troppo di ideologia) ha in questo Paese, ma diciamo pure in questa città. Entrando nel merito di quelle parole, poi, il "mistero logico" si infittisce: si scopre infatti che cattolicità (a questo punto conviene usare questo termine) farebbe rima con proibizionismo, e meglio ancora con un giudizio assoluto (asssolutamente negativo) sulla questione Droga, senza differenziazioni tra tipologie, usi e responsabilità.


Ora, l'intento dell'intervista del Sindaco è chiaro e sacrosanto: indicare che nel mercato bitontino della droga si annida la vera fonte del problema criminalità/microcriminalità. È evidente, e su questa constatazione nessuno può avere nulla da ridire. Il modo così pregiudizievole e forse anche così ingenuo di impostare il dibattito, però, dovrebbe forse suggerirci di approfondire la discussione, prima di tutto sull'uso (abuso) che di certe parole (prima che di certe sostanze) si fa a Bitonto. E il tassello chiamato in ballo da Abbaticchio - la "cattolicità" appunto - gioca in questo mosaico di linguaggio una funzione portante, è inutile negarselo.


È evidente che non spetta ad un referendum di bitontini decidere il profilo sanzionatorio di una legge che vada a sostituire la Fini-Giovanardi. Però è anche sintomatico che un dibattito su un problema nei fatti cruciale - come giustamente fa notare il pimo cittadino - per la città non si sia, nei fatti, mai aperto fra di noi. Dico di più: che non si sia mai aperto in quel mondo cattolico-ecclesiale-parrocchiale-associazionistico, che del tessuto culturale e della pubblica opinione di questa città ha lungamente costituito, e forse costituisce ancora, il nerbo. Non si tratta soltanto di dire se si è a favore o contro la liberalizzazione delle droghe leggere. Si tratta di aprire un dibattito onesto e fecondo di prospettive educative sul vasto e complesso rapporto tra sostanze e (bio)politiche che ne normano la circolazione sociale, partendo dalla consapevolezza dell'immane e inaccettabile prezzo che per il mercato della droga Bitonto paga, in termini di criminalità, insicurezza sociale e danno d'immagine. Un'educazione che, evidentemente, deve passare per il superamento dell'ignoranza sul reale impatto delle sostanze, così come dal superamento della fondamentale omertà che aleggia sugli interessi statali propri dei meccanismi di legalizzazione/proibizione di una sostanza piuttosto che un'altra. Al di là del terrorismo mediatico, al di là dell'ospitata scolastica dello psicologo del consultorio che dice ai ragazzi di non drogarsi. Educare alla consapevolezza sociale e non solo individuale. Capire, fondamentalmente, prima di etichettare.


Sembrerà paradossale, ma perché non pensare che proprio la Chiesa locale, proprio quel mondo parrocchiale di cui sopra, non possa farsi carico di un tanto delicato compito di parresìa educativa? In virtù proprio della sua terzietà - della sua "laicità", andando per paradossi - rispetto alla logica statale e al misticismo del mercato, dell'attenzione alla vera libertà dell'uomo che la sua dottrina sociale prescrive? Questa confusione di mondi, l'ambiguo irriverente accostamento semantico tra Maria e maria, che emerge nel racconto barese di ieri della Gazzetta - celebrazioni liturgiche usate come copertura per spacciare (clicca qui per leggere l'articolo) - può allora, forse, risultare salutare. Indica un nodo critico da cui ricominciare a pensare e fare esercizio di comprensione autentica, un intreccio problematico di segni a cui occorre restituire ordine e significato: restituire nomi alle cose.
Si potrebbe scoprire allora che forse "cattolico" non significa per forza "illiberale", che "liberale" non equivale a "comunista drogato", e perfino che si può essere "laici" senza per questo essere "atei". Anzi. Una disintossicazione "semantica" dalla retorica dell'ignoranza, innanzitutto: ecco da dove cominciare.

 

Sabino Paparella

 

BitontoTV Staff

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