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Esperia
14/02/2014

Il Consiglio Comunale e la 'pragmatica dei segni'

A proposito dell'alterco televisivo tra Damascelli e Daucelli

Cosa sarebbe successo se non ci fossero state le telecamere? La domanda ricorre implacabilmente, leggendo la lettera aperta di pacificazione dell'assessore Daucelli al consigliere Damascelli, qualche giorno dopo le pubbliche scuse di quest'ultimo (clicca qui per leggere l'articolo). I due erano stati protagonisti di un acceso alterco, esattamente una settimana fa, al termine dell'ultima seduta del Consiglio Comunale, dedicata all'interpretazione autentica di alcune norme del Regolamento Tares. Uno "scambio di idee" per poco non trasceso (o scaduto) nello scontro fisico, proprio davanti alle telecamere di PuntoTv, per la prima volta autorizzate a registrare la seduta. "Una triste vicenda" e "un pessimo esempio che non doveva verificarsi", l'ha definito lo stesso Domenico Damascelli, rassegnando al proprio profilo Facebook, pubblico, la sua versione dei fatti. E poi, ieri, la lettera di Daucelli.

 

Ciò che colpisce è appunto la dimensione pubblica e mediatica con cui la querelle si è trascinata per una settimana. In realtà chi è anche solo sporadico frequentatore dell'aula di Palazzo Gentile sa bene che simili episodi non sono sconosciuti alla dialettica consiliare. Anzi. Solo nella penultima seduta, quella precedente il casus belli, si sono violentemente avvampati i toni del dibattito, seppur a distanza, tra i consiglieri Intini e Mundo - da una parte - e Gala e (ancora lui!) Damascelli - dall'altra - con tanto di improperi al seguito. Eppure le riappacificazioni e le scuse, se ci sono state, sono rimaste nell'ambito del personale o della stessa dinamica consiliare. Nessuno è corso a chiamare i giornali. E invece, stavolta, comunicati stampa e lettere aperte.

 

Questo salto di qualità, questa capacità di risposta comunicativa dei politici locali rispetto alle sollecitazioni "linguistiche" offerte dai media deve far riflettere. Si può registrare, banalmente, pur con i dovuti distinguo, che c'è un adeguamento spontaneo del messaggio politico al medium "subìto", piuttosto che scelto (questo vale sorpattutto per il Consiglio, mentre il discorso cambia per l'Amministrazione): se il medium è quello (apparentemente) trasparente della telecamera, che rende massima l'esposizione all'esterno, di conseguenza anche la replica dovrà perseguire l'obiettivo della massima esposizione pubblica. Ma al di là della rilevazione di questa "compattezza linguistica", che è in fin dei conti un positivo segnale della coerenza del sistema politico rispetto al sistema mediatico locale, c'è un livello metacomunicativo di analisi. La comparazione del prima e del dopo, del con e del senza telecamera, permette infatti di valutare l'impatto di uno strumento mediatico come quello televisivo sui comportamenti e sulle determinazioni dei protagonisti dell'agone politico bitontino. L'impressione generale è che aumenti la percezione di dover rispondere e dare ragione delle proprie parole e dei propri gesti; saltando ogni mediazione "narrativa" rispetto al vissuto consiliare - qual è ad esempio una sintetica cronaca giornalistica - ciò che "arriva" all'esterno, ai cittadini/utenti televisivi, è (quasi) precisamente ciò che avviene nell'aula, in presa diretta. Potenzialmente (potenza, questa, dilatata dalla possibilità di replicazione della registrazione in rete) è l'intero elettorato ad essere presente in aula, ad assistere ai lavori consiliari, a guardare Damascelli e Daucelli che se ne dicono di tutti i colori. Non è più questione di confidare in (o sollecitare) la benevolenza del giornalista di turno.

 

C'è un profilo chiaramente politico in questa trasformazione. L'occhio artificiale mette i rappresentanti dinanzi alle proprie responsabilità nei confronti dei rappresentati; l'offesa, la macanza di rispetto, l'aggressività non sono più tali solo nei confronti del proprio interlocutore, ma subiscono una "triangolazione" che ha come vertice l'elettorato (potenzialmente tutto, come si è detto).
Ma c'è anche un profilo semiotico (o forse è lo stesso profilo, ma guardato da differenti prospettive). La ripresa televisiva restituisce alla contesa politica una dimensione di dramma, al contributo del consigliere o dell'assessore una dimensione di immagine, e ad ogni singolo attore nell'agone una dimensione di figura. Non si tratta, banalmente, di denunciare la "spettacolarizzazione della politica". La politica, in quanto pragmatica fondamentalmente sociale, è al massimo grado una negoziazione di segni. Ciò che la telecamera fa è anzitutto ricordare il potere di quei segni, amplificandone la diffusione e dunque l'incidenza. E rispetto alla mediazione narrativa o cronachistica, che di quei segni è chiamata ad interpretare i significati ed a semplificarli in un messaggio sensato, la "presa diretta" della telecamera aggiunge un aspetto ulteriore, ciò che in semiotica si chiama la "pragmatica del segno", vale a dire il contesto fattuale in cui quei segni, rimanendo costante il loro significato, assumono un senso piuttosto che un altro. Se la lite Damascelli-Daucelli non fosse stata ripresa, ma semplicemente sintetizzata da un cronista in un paio di righe, della vicenda sarebbe emerso solo il significato (l'alterco acceso sulla questione Tares), ma non il senso (il climax della voce, le mani agitate in area, i due che si avvicinano faccia a faccia...). Il solo significato non avrebbe richiesto lettere aperte sui giornali, il senso - richiamando per analogia situazioni stridenti con la normale dialettica politica - si.

 

La sfida sta nell'uso che del linguaggio di questi media - e del suo potere - la politica locale vorrà fare. Sino ad oggi la ferma determinazione, al netto dei proclami, di non far entrare le telecamere nell'aula consiliare la dice lunga sulla reazione del sistema politico dinanzi a potenzialità e rischi della "pragmatica" televisiva. Certo, non andrebbe dimenticato neanche il rischio di scantonare nell'estremo opposto, quel corto circuito tra politica e circo mediatico - questa sì "spettacolarizzazione della politica" - per cui non si capisce più bene fino a che punto al centro della "negoziazione dei segni" ci siano i significati o il loro valore commerciale. Sarebbe come, chessò, se un Sindaco o un consigliere scegliessero cosa dire sulla base dei "like" ai propri post su Facebook; sarebbe come se un segretario nazionale di partito, sfiduciando in diretta streaming il capo del governo, ridacchiasse compiaciuto per l'sms di un direttore di telegiornale che gli chiede di temporeggiare per l'annuncio, in attesa che termini la pausa pubblicitaria dell'emittente. Inimmaginabile. O forse no?

 

Sabino Paparella

BitontoTV Staff

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