Errore!

Nessun banners coincide con la richiesta


SELECT * FROM cms_module_banners WHERE (category_id = "3") AND (expires > '2019-08-25 07:06:40' or isnull(expires)) AND (max_impressions = 0 OR num_impressions < max_impressions) ORDER BY RAND() LIMIT 0,1

Errore!

Nessun banners coincide con la richiesta


SELECT * FROM cms_module_banners WHERE (category_id = "2") AND (expires > '2019-08-25 07:06:40' or isnull(expires)) AND (max_impressions = 0 OR num_impressions < max_impressions) ORDER BY RAND() LIMIT 0,1

Bitonto Tv

Errore!

Nessun banners coincide con la richiesta


SELECT * FROM cms_module_banners WHERE (category_id = "1") AND (expires > '2019-08-25 07:06:40' or isnull(expires)) AND (max_impressions = 0 OR num_impressions < max_impressions) ORDER BY RAND() LIMIT 0,1
Esperia
07/02/2014

Non ho niente da dire (su quel suicidio)

Facebook, il 'commentarismo' e il (perduto) senso dell'osceno

Queste parole sono un silenzio. È un ossimoro? Allora, queste parole sono un appello al silenzio, parole contro le parole, performativi di censura, lettere impilate e ritte come un dito davanti a labbra serrate, che impongono di tacere.

 

Due giorni fa, un concittadino si è suicidato. Non ci interessa sollevare pietismi, non è questo il luogo per scrivere epigrafi. In un evento così, in un fatto, in una notizia di croncaca nera di questo tipo, che ti piomba in redazione all'improvviso, non c'è poesia, nemmeno analisi, figurati un commento. È fredda e lapidaria così come la vedi e come si scrive. Le parole dell'essenziale, e intorno il silenzio. Per comune buonsenso, o per quel sentimento di pudore, che dovrebbe cogliere chiunque si avventuri troppo in prossimità dei fatti della vita, della morte, della sofferenza, della solitudine. Dovrebbe, appunto.


E invece, puntuale, l'altro ieri, il frastuono dei commenti e della retorica, su Facebook e in calce agli articoli delle testate on-line; una rassegna di inutili chiose, esibizioni di pietà, polemiche senza senso... e l'ossessiva e immancabile fame di un nome, di un volto, di un "profilo" (in tutte le accezioni del termine) cui associare la tragica narrazione. È sempre avvenuto, si dirà. Quel che fanno oggi i social network è semplicemente fotografare ed esporre quell'inclinazione al pettegolezzo tipica della provincia. Ma la fotografia è sconcertante: sotto la luce di una commozione un po' unta, il ritratto di un'umanità di paese in cui si incontrano voyeurismo ed esibizionismo, desiderio di spiare dal buco della serratura dei drammi altrui e bisogno di far conoscere a tutti la propria opinione in merito. Facebook, la piazza giusta - sguaiata e fugace - in cui consumare il piacere effimero e narcisistico di quest'incontro. Le parole, buttate via, svendute, usurate, servono a "dire" quest'incontro morboso, a scaricarne l'energia repressa, ad escorcizzarne il terrore, che si nasconde in quel debito di pudore. Queste parole sudicie, sempre sconvenienti, sempre eccessive eppure deficienti, servono ad opinare sulle cause di un suicidio, servono ad argomentare sul senso della morte come si fa, un attimo dopo, sul risultato della partita di calcio della sera prima, come si fa a proposito di un video del cantante preferito su Youtube, o per la ricetta provata al pranzo. Sono le stesse parole, gli stessi registri, la stessa sgraziata pseudo-cultura dei tuttologi e degli opinionisti televisivi.


Si clicca sul tasto "commenta" e si invade la vita e la morte di un uomo, ci si arroga il diritto di discuterla, di giudicarla. Senza alcuno scrupolo di "lavarsi" prima le parole, di frenare la corsa indifferente delle dita sui tasti. La facilità di proferire parole e la difficoltà di sentirne il peso, lo spessore, il suono nelle orecchie di chi le ascolta, di chi a quelle parole, a quelle emozioni, a quell'uomo associa voci, ricordi, la carne di una vita vissuta.
Dove finisce il diritto di opinione e dove inizia l'obbligo di rispettare la riservatezza della vita? Dove finisce il diritto di cronaca e dove inizia, anche giornalisticamente, il dovere di lasciare una famiglia, una storia, un nome alla sua composta privatezza? Dove finisce la necessità di riempire le "bacheche" di frastuono, e dove incomincia la possibilità di un'assenza, di uno spazio bianco, di un salto, di una sospensione, di un silenzio?


Questo avere sempre qualcosa da dire su ogni cosa, questo aver disimparato l'arte del silenzio - della sua significatività, della sua comunicatività - ha a che fare con un certo oblio della vergogna, e del senso dell'osceno, di questo mistero che lega indissolubilmente vita e morte, e impedisce di tracciarne un volto univoco. Quei commenti su Facebook, quelle genealogie improvvisate, quei "RIP" volgarmente esibiti alla pubblica consultazione sono una profanazione di questo osceno, una violazione del potere del linguaggio, una mistificazione di quello stesso mistero. Eppure non indignano, sono considerate folklore, chiacchericcio che si aggiunge al frastuono di sottofondo, che nega di poter ascoltare un qualunque silenzio.

 

Touché. Anche queste parole lo hanno tradito, il silenzio, nel tentativo chissà quanto vano di costruirlo, o di salire al suo livello: ironia della comunicazione, e di un linguaggio impiccato alla presenza. D'altronde, utilizzata questa scala per ascendere al silenzio, bisogna pur disfarsene, come insegna Wittgenstein; in definitiva "su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere".

 

Sabino Paparella

 

BitontoTV Staff

Commenti

Aggiungi un commento

Aggiungi un commento


Codice nella foto:
Fare attenzione a Maiuscolo/minuscolo

Il tuo Nome(*):

Email(*):

Sito WEB:
Comprensivo di http://

Commento(*):
Inserendo il testo del messaggio e cliccando su invia, dichiari di aver letto ed accettato i termini del Regolamento per l'inserimento dei Commenti, consultabile alla omonima pagina in menu

*Campi Obbligatori

Testata giornalistica – Reg. stampa n.29/08 del 15/10/2008 Tribunale di Bari - Direttrice responsabile: Marica Buquicchio
Copyright © 2011 Francesco Paolo Cambione - via Solferino, 25 - 70032 Bitonto (Ba) - P.IVA 05064920720 | Supporto redazione e WebTV - THESIS s.r.l.