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Esperia
31/01/2014

Filosofia di Palazzo Gentile (e non solo)

Se tra Abbaticchio e Intini spunta (inutilmente) Maurizio Ferraris

Che anche (o soprattutto) in politica non esistano fatti, ma soltanto interpretazioni, lo sapevamo da cent'anni ormai, mercé un signore chiamato Nietzsche. Ma quello che continua ad accadere davanti ai nostri occhi, proprio in questi giorni, proprio in questo microcosmo bitontino sempre così fedele al macro-caos italico, suggerisce forse qualcosa di più, una chiave di lettura ulteriore per quest'epoca di "crisi", come si dice, della politica.


Prendiamo il caso Tares. Apriti cielo. Nelle ultime settimane sull'argomento si sono succedute denunce e contro-denunce, informazioni e contro-informazioni, repliche e contro-repliche, ad un ritmo tale che si fatica davvero ormai a starci dietro. Un giorno il Sindaco dice di aver scelto di internalizzare la riscossione tributi, il giorno dopo Paolo Intini contesta che no, si è trattato di un cambiamento subìto; Intini accusa l'amministrazione di aver chiesto una proroga alla Cerin, Abbaticchio nega, Daucelli ammette e aggiunge l'aggettivo "tecnica"; il solito Intini apre il "caso pertinenze", giusto in tempo perché dall'Amministrazione, con tanto di parere del Segretario Generale, si affrettino a chiuderlo; e poi Damascelli accusa la squadra di governo di aver dato il via libera ai pignoramenti, ma nel giro di mezz'ora spunta la prova che dimostrerebbe il contrario. Per citare solo le diatribe degli ultimi giorni. Gli uni dicono l'esatto opposto degli altri. Tutti carte alla mano, ovviamente (manco a dirlo, solo quelle utili allo scopo). La sensazione è che si possa dire tutto e il contrario di tutto, scommettendo sulla "semiosi illimitata" delle fonti e delle parole messe nero su bianco. Insomma, ciascuno vede la cosa a modo suo, dalla sua prospettiva, a seconda che sia maggioranza od opposizione, mittente o destinatario: uno stesso problema può essere fondamentale o irrilevante, una stessa decisione può essere subìta o voluta, una stessa modifica può essere migliorativa o peggiorativa. Il giudizio sul significato è lasciato all'interpretazione, o - meglio ancora - alla persuasione retorica, a chi sa alzare di più la voce, a chi sa esprimersi con il tono più professionale, elegante o preoccupato, mentre i cittadini - come ha scritto ottimamente ieri Viviana Minervini sul DaBitonto - assistono disorientati a questo rimpallo continuo, rassegnandosi infine all'idea che un "significato" non esista. Non c'è una verità, non c'è una spiegazione, non c'è un senso. Bisogna pagare e basta.


Bisogna pagare, appunto. Perché i "fatti" - in questo "circolo ermeneutico" in cui si procede per negazioni delle negazioni e controrepliche delle repliche - non sono spariti, non si sono eclissati. È un fatto che in questi giorni i bitontini stiano pagando la Tares. È un fatto che la Tares di quest'anno sia maggiore della Tarsu dell'anno scorso. È un fatto che dietro la porta dell'Ufficio Tributi ci sia quotidianamente una lunga fila di cittadini con cartelle sbagliate. È un fatto che dal 2014, quindi durante il mandato Abbaticchio, la riscossione dei tributi torni ad essere interna al Comune. Questi sono (alcuni) fatti, inemendabili, autoevidenti perché riscontrabili con l'esperienza. Ciò che "rimane", e su cui il gioco delle interpretazioni si esercita è la causa, ovvero la responsabilità di quei fatti: se l'aumento del tributo sia dovuto allo Stato, all'Amministrazione corrente o alle precedenti; se l'internalizzazione sia voluta o subita... Su queste cose i "politici" si dividono, e la gente non capisce. Solo tanto rumore sui giornali, su Facebook, al bar, dal barbiere, fino a che non ci sarà qualcos'altro di cui discutere, e tutti si dimenticheranno di non aver mai capito la ragione di dei "fatti" (che invece ricordano bene). Il punto cruciale è esattamente questo: i "fatti", che comunque rimangono, sussistono su un piano separato, quasi fossero dei dati naturali, che ci sono senza che debba esserci un perché. È così e basta. Sono dei fatti, appunto, e non più atti di volontà (di cui la politica dovrebbe essere l'espressione forse più compiuta e razionale).

È per questo che la gente non capisce, è per questo che la gente si incazza, e soprattutto è per questo che la gente - espressione abusata - "si allontana dalla politica". Non per i provvedimenti politici in sé, ma proprio per il fatto che sono "in sé", perché sono stati ridotti a fatti di cui non si capisce più la ragione, lo scopo, la responsabilità. All'evidenza, all'attualità rimangono solo i fatti, nudi e crudi; il senso e le responsabilità sono proiettati nel futuro, e la questione di questi ultimi demandata all'oblio.

 

Il punto non è rivendicare la "resistenza dei fatti" dinanzi al gioco della retorica e delle smentite a mezzo stampa: i fatti, loro, si "difendono" e si fanno sentire da soli, senza bisogno di comunicati e titoli in prima pagina. Né si tratta, viceversa, di negarne in assoluto la consistenza, premessa per poi acconsentire a che ognuno porti l'acqua al suo mulino, giustifichi il suo partito, tiri fuori le carte che gli fanno comodo, perché tanto ognuno vede la cosa a modo suo. Per dirla in termini filosofici, non si tratta né di essere realisti (o neo-realisti), né cattivi post-modernisti. Si tratta semmai di concludere che l'intera querelle (che da qualche anno - detto per inciso - appassiona oziosamente il dibattito filosofico in Italia) è priva di utilità, perché non è questo il punto. Il punto sta nel restituire responsabilità agli atti di volontà politica. Un compito che in Italia è ormai uso comune demandare agli storici (passato qualche decennio), e a Bitonto è diventato vizio attribuire ai giornalisti. Mi dissocio. Non possono essere i giornalisti ad esprimere il "giudizio finale" sulle deliberazioni politiche. Non possono essere i giornalisti a sancire il vincitore tra Abbaticchio e Intini o Abbaticchio e Damascelli; ed è becera e degradante quest'usanza di tirarci per la giacchetta, tra una conferenza stampa, un comunicato e un'intervista, per farci "suggerire" ai cittadini la risposta giusta. Come degradante è il balletto (andato in scena in Consiglio l'altra sera) di consiglieri, di maggioranza ed opposizione, che con imbarazzo si ricordano a vicenda come l'esternalizzazione della riscossione tributi alla Cerin risalga di partito in partito, di amministrazione in amministrazione, di assessore in assessore.


La responsabilità si assume, non si attribuisce. E qualcuno prima o poi dovrà pur prendersela, se davvero intende dare credibilità alla politica di questo p/Paese. La "crisi della politica" non è l'espressione ultima di una presunta deriva post-moderna, di un "qualunquismo" che costituirebbe la traduzione politica del nichilismo, come pensa chi del post-moderno non ha capito un tubo. Qualcuno quel qualunquismo l'ha prodotto, trasformando in "fatti" della realtà ogni azione.
La crisi della politica, pertanto, è lo sfascio dei post-modernisti non meno di quanto lo sia dei realisti. È quello iato tra "fatti" e "atti politici", che i pessimi politici in perenne conferenza stampa non riusciranno mai a comprendere. Né ovviamente a colmare.

 

Sabino Paparella

 

BitontoTV Staff - Foto: dal Rinhonceros di Eugene Ionesco

Commenti

  • Bravo dottor Sabino Paparella

    pippo2

    Inserito ven, 31 gen 2014 - 19:06:14

  • Bravo Sabino Paparella per le tue sagge riflessioni.Ipolitici pensano ai loro interessi. Sono sempre impegnati in campèagna elettorale.
    Pippo 2

    Toscano Giuseppe

    Inserito ven, 31 gen 2014 - 17:32:55

  • Dirò a più stupida delle verità:
    questa dei giornali on-line, delle pagine fb è cronaca,
    sarà la storia a dar torto o ragione.
    A fine mandato i cittadini tireranno e somme e, in barba a tutto il tempo e i soldi persi in inutili attacchi rivolti alla minoranza, si renderanno conto che il fine era "il bene comune".

    antonia

    Inserito ven, 31 gen 2014 - 14:18:02

  • A Sabino Paparella un doveroso ringraziamento per quello che ha insegnato con un suo articolo puntuale e ricco di riflessioni.Peccato che poco o nulla servirà ai politici intendi a fare i propri interessi piuttosto che quelli dei cittadini. Il grosso problema Tares ha generato una feroce campagna elettorale di cui i cittadini sono abbastanza nauseati . E' ora di finirla.
    Un cittadino nauseato

    giuseppe toscano

    Inserito ven, 31 gen 2014 - 12:03:05

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