Nigerian Connection

Savino Carbone
di Savino Carbone
Video, Nigerian Connection
30 ottobre 2018
Photo Credits: Lisa Fioriello

Nigerian Connection

Reportage sulla tratta della prostituzione che dall'Africa porta sulle nostre strade decine di migliaia di giovani schiave

Quando il sole cala sull’Adriatica, l’amore profuma di sudore e kleenex sporchi. La superstrada dell’amore non è un paradiso del sesso a buon mercato, somiglia piuttosto alla Commedia dantesca, tra il Purgatorio di anime in pena, in cerca di uno sguardo al cielo, e l’Inferno di chi, l’amore, è costretto a venderlo. Se ne accorgono tutti: i clienti, nel motus di vergogna che li accompagna mentre tornano a casa, le giovani donne costrette a passare la notte occupando una sudicia piazzola, illuminate da una processione di fari accecanti come quei sogni abbandonati una volta arrivati in Italia. 

Il mercato del sesso nell’hinterland barese parla la lingua sottile e seducente delle donne dell’est Europa, l’inglese consumato, il pidgin, delle nigeriane. Da dieci anni a questa parte sono loro a monopolizzare le statali e le provinciali che si avviluppano attorno a Bitonto e Bari. Secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni circa l’80% delle migranti arrivate via mare nel 2016 è probabile vittima di tratta destinata allo sfruttamento sessuale in Italia e in altri paesi dell’Unione Europea. Terre des Hommes dà in costante crescita il numero di giovani donne nigeriane che raggiungono l’Italia – erano circa 5mila nel 2015, passate a 11mila nel 2016 – come i minori non accompagnati, in larga parte di sesso femminile, passati da 900 a 3040. Un esercito di schiave che ha occupato la provinciale 231, che collega il nord barese al capoluogo, la vecchia 96, la litoranea San Giorgio, Stanic e l’area circostante lo Stadio “San Nicola”, un tempo circondario della prostituzione omosessuale e dell’Est. 

 

Una prostituta sulla Sp 231, a ridosso di Corato

 

Avvicinare queste ragazze è pressoché impossibile. Le barriere linguistiche, la logorante routine della contrattazione, l’oscura colpa di essere scure come l’ebano in un paese di muzungu trasformano le giovani nigeriane in professioniste senza volto. A raschiare il forte strato di diffidenza sono le due unità di strada del territorio, “Micaela Onlus”, di Adelfia, e Comunità Oasi2 San Francesco, di Trani. Le due realtà, che offrono servizi di assistenza e accompagnamento alle donne su strada, pattugliano di giorno l’ex 98 e di sera, le periferie baresi. È grazie al loro silenzioso lavoro che giornalisti, inquirenti e istituzioni sono riusciti a conoscere la tratta, almeno nell’epifenomeno su strada. 

Nel dedalo delle “complanari del piacere”, le sex worker non possono incontrare un reporter: non parlerebbero per paura di ritorsioni, rischierei di compromettere il già precario rapporto di fiducia che gli operatori hanno a fatica costruito. Così, in tutti i miei viaggi con le unità di strada, ho sempre mentito sulle ragioni della mia presenza. Sono stato volontario, operatore, stagista, studente universitario impegnato in alcune ricerche. Ho passato tazze di tè, condom mono-uso, acceso sigarette, registrato contatti, preso appunti. Durante tutte le mie brevi conversazioni la “menzogna” di fondo è stata evidente. Perchè biunivoca. Da una parte un giornalista che rinuncia alle regole deontologiche, perchè alla ricerca di una storia, dall’altra delle ragazze che mentono costantemente sul nome, sull’età, sulla provenienza nella speranza che un giorno possano scriverne un’altra.

Tutte le “Joy”, “Destiny”, “Gloria” che ho incontrato condividono le stesse vicende. Che iniziano a Benin City o a Lagos. Qui, nonostante il fermento culturale della primavera africana, la Nollywood che inizia a diventare politicamente impegnata, c’è una generazione sulla cui pelle continua a prosperare un colonialismo trasformato, ma ugualmente violento. Sono le ragazze nere dei villaggi e delle bidonville la merce ambita dai capitalisti del sesso. Belle, bellissime, già pronte alla vita da grandi a dodici anni. Ogni giorno centinaia di uomini, gli Italos, cercano ragazze da immettere nel mercato italiano grazie ai contatti di una rete che unisce la Nigeria alle complanari di Puglia, Sicilia, Marche, Piemonte. 

Dalla loro c’è la povertà che ammazza nelle bidonville, il sogno occidentale di migliaia di teenager, molte, moltissime famiglie, più o meno costrette a considerare le proprie figlie come moneta di scambio per la sopravvivenza. È in mezzo alle crepe di uno stato sociale inesistente che gli aguzzini della tratta agiscono, sapendo di poter contare su una complicità culturale che parte spesso dalle chiese evangeliche rette da pastori-gangster - molto spesso sono loro gli oba, gli intermediari. 

 

 Strada provinciale 231, tratto tra Ruvo di Puglia e Terlizzi

 

“Want to go abroad?” è la domanda che i connection man rivolgono ad ogni ragazza di bell’aspetto che non può permettersi il visto. Così le ragazze vengono finiscono nelle trame della tratta - a volte dopo un piccolo periodo di apprendistato, sulle strade turistiche delle grandi città. 

Prima di partire, con la promessa di un lavoro da parrucchiera o da commessa, le giovani si sottopongono ad un rito voodoo. Nonostante le comunità Yoruba e Igbo siano a maggioranza cristiana, le credenze tribali sono ancora prepotentemente diffuse negli strati più deboli della comunità. In Nigeria, con il voodoo, malattie, sfortuna e disgrazie vengono allontanate con sacrifici ed offerte. Nell’area del Benin esistono addirittura scuole private riconosciute dallo Stato, dove centinaia di bambini vengono istruiti alle pratiche religiose. È naturale quindi che una partenza venga salutata e benedetta dalle divinità. Nel caso delle ragazze, però, i sacerdoti modellano il rituale sciamanico, che viene svolto mescolando sangue mestruale, peli pubici e parti di animale, e servirà a garantire il pagamento del debito contratto con i mediatori, che si occuperanno del viaggio. 

Le nigeriane però non sanno che una volta arrivate in Europa - dalla Spagna, sempre più spesso attraverso il deserto libico e poi la traversata del Mediterraneo - la somma da saldare non ammonterà più a poco più di mille euro (in Nigeria uno stipendio si aggira sui duecento), ma arriva ad essere moltiplicato per dieci, cento volte. Al loro arrivo negli hub italiani del sesso, le grandi città del Nord, come Torino, e i centri di accoglienza, una ragazza può arrivare a maturare un debito di oltre centoventimila euro. 

Così, terminato l’esodo verso il Vecchio Continente, il voodoo diventa la minaccia su cui regge il giogo che costringe le ragazze nigeriane. Sono tantissimi i casi di giovani prostitute riuscite a fuggire dagli aguzzini grazie all’aiuto fornito da associazioni di volontariato, tornate dopo pochissime settimane su strada, perchè letteralmente terrorizzate dalle conseguenze dell’aver infranto il patto siglato col sangue in patria. A Benin City ci sono templi improvvisati con centinaia di piccoli altarini realizzati con foto e oggetti appartenenti alle giovani andate in Europa e sottopostesi al voodoo. Un ricatto carico di misticismo quasi impossibile da spezzare. Lo scorso marzo l’Oba di Benin, Ewuare II, ha liberato le donne dal giuramento del rito juju. Eppure basta farsi un giro per complanari e provinciali per realizzare che nemmeno la prima e dura presa di posizione del re-sacerdote nigeriano è servita a qualcosa.

 

 Bari, parcheggio dello Stadio San Nicola

 

“Gloria” mi guarda timida. Indossa un cappellino di lana e dei leggins. Sta per piovere. Non ha tanta voglia di parlare né con gli operatori, né con me. Poco più avanti una donna più avanti con l’età la osserva. È la madame

Una volta diventate troppe vecchie per esercitare, saldato il debito, incattivite da un decennio passato per strada ad inseguire i capricci dei clienti, tante nigeriane scelgono di restare nel giro della prostituzione, diventando le mamas che controllano le più giovani. Si tratta di donne arrivate giovanissime in Italia, senza la possibilità di accedere a istruzione e corsi di formazione professionale. Un esercito di quaranta-cinquantenni senza qualifiche, che conoscono solamente le regole dure della strada. A Bari ce ne sono diverse decine.

Gestiscono le case in fitto - che vengono abitate anche da sei-otto ragazze -, esigono la quota mensile di debito, regolano la vita privata delle prostitute, si occupano del loro stato di salute. Una donna nigeriana che presta servizio con una unità di strada mi ha raccontato di una giovane costretta dalla madame ad abortire e a gettare il feto nella spazzatura. Come? Si va dalle percosse agli impacchi di prezzemolo. Non importa il dolore, bisogna lavorare. Per saldare il debito, per continuare a guadagnare. 

 

Strada provinciale 231, tratto tra Ruvo di Puglia e Terlizzi

 

In un sistema economico gerarchico, come quello delle principali organizzazioni mafiose, le madame sono il legame con il territorio. Sono loro a misurare la domanda su strada e a regolare l’offerta, chiedendo più donne dalla Nigeria o semplicemente spostandole da un joint all’altro. Ad esempio, durante la raccolta dei pomodori, decine di madame accorrono in Capitanata, nei grandi ghetti, per diventare le maîtresse di bordelli fatiscenti e servire migliaia di braccianti extracomunitari, nonché tantissimi foggiani. 

Spesso capita che le madame siano legate sentimentalmente ad alcuni esponenti delle cellule criminali nigeriane. I cultist, i cultisti della mafia nigeriana, divisa nelle numerosissime confraternite, “Black Axe”, “Eiye”, sono molto radicati in Piemonte, Campania e Sicilia. A Bari, nelle carte delle diverse inchieste condotte da Procura e DDA, il loro nome non compare. Eppure chi è riuscito ad uscire dalla tratta non ha dubbi: la mafia nera è arrivata da diverso tempo in Puglia e affianca ormai sodalizi criminali stranieri radicati da decenni, come quelli albanesi e rumeni. Sono gli affiliati delle confraternite a controllare il racket, coperti da piccole attività commerciali o semplici Money Transfert, grazie, probabilmente, ad accordi con la mala locale. Da Bari e da Foggia, la cellula nigeriana può controllare migliaia di ragazze su strada, nonché il traffico di droga all’interno dei ghetti di Rignano Garganico e Borgo Mezzanone, come ha denunciato il sociologo Leo Palmisano in un articolo sul Corriere del Mezzogiorno, che gli è valso, nelle scorse settimane, pesante minacce anonime sui social. 

 

 Bari, zona Santa Caterina

 

Dalle luci della grandeur barese di Poggiofranco, a bordo di un furgoncino carico di vivande e preservativi, si apre la periferia barese. È buio quando raggiungo l’area Stadio. Le luci del San Nicola sono ancora calde, ma nei parcheggi è calata la nebbia. È qui, a pochi metri da un viadotto che si apre il girone del sesso a pagamento. 

La grande area progettata da Renzo Piano è il cuore della prostituzione barese: qui accorrono centinaia di clienti terminato l’orario d’ufficio, da qui si diramano le provinciali interessate dal racket. Agli inizi del 2018, il San Nicola è finito sulle cronache nazionali per alcuni casi di minori di etnia rom costretti a prostituirsi. L’indignazione generale e i riflettori nazionali si sono presto spenti, senza interessare le decine di nigeriane che ogni giorno prestano servizio nei parcheggi della struttura. 

Anche loro, soprattutto loro, nella terra dei muzungu sono invisibili. Sino a quando un’auto accosta e abbassa i finestrini. “Ciao, amore”. In questo saluto, che precede ogni contrattazione, risiede la cifra dell’esistenza su strada. È il capitalismo dei corpi, costretti a sbracciarsi, a danzare, a inseguirsi per per strappare uno scampolo di esistenza, riconosciuta da un pugno di clienti in quel breve lasso di tempo tra la prestazione e il pagamento. 

 

Gli ex volontari di Volti d'Ebano, l'unità di strada che operava a Bitonto, Clementina Chirico e Antonio Maffei, spiegano, assieme agli operatori di Oasi 2 e ad un ex vittima di tratta, come funziona il racket nigeriano.

 

Le ragazze dei postriboli si presentano pressoché nude, in ridicole, retoriche vesti fluo che lasciano scoperti gambe e seni. I loro corpi appaiono provati, gusci paradossalmente privati di qualsiasi carica erotica. Ad ogni svincolo, sotto ogni insegna sembra di trovare un’antica statua scolpita nell’ebano più nero, smussata dal tempo, che sulle statali scorre più velocemente. Le awoulaba sono piene di cicatrici, raschi, escoriazioni che trasformano i loro corpi in copie sbiadite delle patinate e giunoniche starlette black. 

Nell’Africa nera e in particolare in Nigeria, la bellezza ha il peso di un fondoschiena imponente. La chiamata al sesso arriva da rotondità importanti, ben distanti dalla bellezza spigolosa europea. Ma il colonialismo passa anche per il corpo e le african beauty sono oggi molto richieste. Su strada vince il nigerian first.

 

Bari, complanare Statale 16, nei pressi di Torre a Mare

 

Di “Ciao, amore” ne ho sentiti pochi. Prima che presidi sanitari e assistenziali, le unità di strada rappresentano per molte ragazze un prezioso spazio di dialogo. Appena gli operatori scendono dal furgoncino, “Angela” chiude la zip del piumino, sino ad allora aperto a mostrare seni fieri. È un febbraio particolarmente rigido e qualche minuto in più di calore sono una benedizione. È giovanissima, nonostante il suo corpo sembra conoscere la strada da molto tempo. Guida un gruppo di tre ragazze, tra cui, forse, una minorenne, esile, con berretto di lana e sneakers, rimasta ricurva sullo smartphone durante tutta la durata del “contatto”. Quella lì è la loro postazione abituale e lo si capisce dall’erba pestata, dai rifiuti bagnati e da una sudicia betoniera in cui è stato acceso un falò. Qualche metro più avanti la strada non è più illuminata: è il posto ideale per nascondersi in auto e viene difeso con prepotenza dalle quattro, disposte a presidio attorno al fuoco. “Angela” è l’unica a parlare con noi, le altre preferiscono continuare a chiacchierare sorseggiando il latte caldo offerto e toccandosi le kinky twist. “Fa freddo, poche ragazze oggi, nemmeno i travestiti” ci spiega, indicando con l’unica mano libera piazzole deserte in lontananza. Sperano di guadagnare qualche extra ed è forse per questo che dopo qualche minuto prova a troncare la conversazione, rivolgendo lo sguardo oltre, in cerca di qualche macchina in arrivo. Appena ci allontaniamo, arriva una monovolume. Salgono in due, compresa la più giovane, costretta a separarsi dal suo smartphone.

Accecati dai neon del “Parco dell’Amore”, ci rendiamo conto che la serata non è delle migliori. Lo capiscono anche gli operatori incrociando i dati registrati sulle cartelline. Solitamente in tutta Bari, di sera, è possibile incontrare tra le trenta e le quaranta nigeriane. Numeri che raddoppiano se sommati a quelli della mattina, quando il mercato della prostituzione si sposta sulle provinciali interne. Guidare per una Bari deserta aiuta comunque a capire alcune delle regole che vigono su strada. 

 

Svincolo nei pressi di Andria

 

Se a San Nicola, le nigeriane dividono l’asfalto con transgender e omosessuali, nel resto del capoluogo la concorrenza è rappresentata dalle donne dell’Est. Rumene, albanesi, bulgare - in alcuni casi polacche - vittime di una tratta, diversa ma allo stesso modo selvaggia, che nasce molto tempo fa, all’indomani del crollo del muro di Berlino. Come nel settore agricolo, la ricerca di manodopera (sessuale) a basso costo ha prodotto una guerra tra poveri e schiavizzati. Il Terzo Mondo europeo contro il Terzo Mondo che tutti immaginiamo, quello africano. È così per la raccolta dei pomodori, è così per il sesso a pagamento

Nigeriane e donne dell’ex blocco sovietico sono i due poli su cui è costruito il mercato globalizzato delle prestazioni sessuali. Si guardano in cagnesco, non perdono occasioni per sputare veleno sull’altro. Soprattutto con i clienti. Ma la naturale tensione fa bene al libero mercato. E le organizzazioni criminali che gestiscono dall’alto il racket, da buoni capitalisti lo sanno. 

In auto la geografia carnale si mostra chiara: salvo qualche eccezione nei pressi di alcune aziende, la Stanic è territorio delle rumene, come il tratto Sud del lungomare, le complanari della 16, invece, sono egemonizzate dalle sorelle nere. A Santa Caterina, dove di sera i lustrini sostituiscono le luci di un imponente centro commerciale, le nigeriane hanno conquistato due rotatorie, relegando ai margini di una strada le due ragazze rumene (probabilmente di etnia rom) rimaste. 

 

Bari, rione Stanic

 

Le rotatorie sono la vetrina della strada. Ambite, desiderate, pagate carissime. Per questo qui i profitti vanno massimizzati. Freddo, pioggia, caldo, non fa nessuna differenza: le ragazze stazionano quasi completamente nude dalla vita in giù, pronte alla passerella di auto che girano per due, tre, quattro volte. A Santa Caterina, in uno slargo che conduce verso Bitritto, una giovane ragazza di colore indossa una parrucca bionda, un perizoma e dei collant, il volto nascosto da un make up pesante con l’obiettivo di schiarire i pigmenti della pelle. È una maschera indifferente quando i volontari dell’unità di strada le consegnano un bigliettino con il numero dell’associazione. 

Il rione Stanic era una borgata sorta attorno un grande complesso industriale che oggi non c’è più. La Bari operaia ormai è un ricordo sbiadito, che ha lasciato spazio al degrado e all’incuria. Chi viene da Nord, è accolto dal calore delle numerose rumene in attesa ai lati della strada. “Destiny” sembra lì quasi per errore. Seduta e oscuarata dal monumentale ponte Adriatico è l’unica ad indossare un piumino e dei pantaloni. Ha varcato da molto la soglia dei trent’anni, parla un italiano fluente e mi racconta del suo passato da badante, in Sardegna. “Ho perso i miei datori di lavoro, un pò la crisi, così ho raggiunto delle amiche a Bari e sono finita su strada per necessità”. Deve fare a gara con la forza e le forme delle più giovani, ma lei siede stoica nel traffico caotico. Non le è mai passato per la testa di diventare madam.“Che Dio vi benedica”

Sulle complanari di Bari Sud sono parcheggiate le più giovani. Sono quelle più ricercate, perciò il sistema ha studiato un posizionamento strategico, lontano dalle arterie presidiate dalle forze dell’ordine, facile da controllare (a differenza delle altre zone, si avverte la presenza di un controllo costante della malavita), in grado di sopportare un afflusso enorme di clienti. Le ragazze hanno le treccine e si radunano in grossi e chiassosi gruppi. Impossibile avvicinarle e avere un “contatto” soddisfacente. Salutano con strafottenza, ritirano condom e salutano. “È una sorta di meccanismo di autodifesa, con l’esuberanza di gruppo provano a nascondere le loro fragilità” mi dicono i volontari. Molte di loro hanno attraversato il deserto, sono state le schiave sessuali dei carcerieri dei centri di detenzione libici, hanno tagliato il Mediterraneo a bordo di un barcone. L’arroganza è uno dei modi per restare aggrappate a se stesse. 

 

Strada provinciale 231

 

Il supermarket del sesso chiude per poche ore. All’alba le ragazze si spostano sulle provinciali interne, quelle che collegano Bari a Bitonto, Terlizzi, Corato, Palo del Colle, Altamura. Salgono sugli stessi treni, sugli stessi bus che trasportano studenti e pendolari. Li aspetta la 231, l’ex 98, che va presidiata prima che agricoltori e operai si rechino al lavoro. Spesso sono proprio loro ad accompagnare le giovani donne alle uscite della provinciale, in cambio di una fugace prestazione. 

L’unità di strada di Oasi2 da Trani arriva a coprire la 231 da Corato a Bitonto. Mi accompagnano durante un’uscita, durante la quale riesco a registrare diverse clip video. Da Ruvo sino a Bitonto la strada è occupata quasi esclusivamente da nigeriane: ogni piazzola, ad ogni curva c’è una giovane di colore. Giunoniche, fragili, svestite. Alcune abbozzano una danza con il fondoschiena. Ci sono poche donne dell’Est e l’unica concorrenza è rappresentata dalle trentenni colombiane che occupano i bungalow e le roulotte parcheggiate a ridosso dei campi di ulivi. 

La 231, dorsale dell’economia agricola del nord barese, è la “Domiziana” di Bari, un harem a buon mercato che attrae consumatori di ogni tipo, dal contadino allo studente. Il numero enorme di clienti che affollano le corsie, sino al tramonto, testimonia la democraticizzazione del sesso a pagamento posta in essere dalle organizzazioni criminali con la tratta delle nigeriane. Le ragazze sono costrette ad avere anche più di dieci rapporti al giorno, con paghe che vanno dai 30 ai 5 euro, e, soprattutto, sono disposte ad offrirsi senza protezione. “Le negre possono fare di tutto” mi racconta un ragazzo travestito che occupa una piazzola nei pressi di Ruvo. Il racket nigeriano funziona perchè offre un “prodotto” accessibile a tutti, in qualsiasi momento, in grado di soddisfare qualsiasi esigenza, a poco prezzo.

Le conseguenze di questo plusvalore sono terribili. Le ragazze sono costrette a lavorare sei giorni a settimana, anche per dodici ore - tranne la domenica, giorno sacro per le nigeriani pentecostali, che si riuniscono nei capannoni adibiti a chiese dai pastori di Bari. Tutte si prostituiscono anche durante il periodo mestruale, ricorrendo ai metodi più variegati (e pericolosi): c’è chi tampona la vagina con dell’ovatta, chi con uno straccio. Come detto, persino le gravidanze sono risolte molto spesso in casa con impacchi caserecci o cocktail di medicinali.

 

Una ragazza nigeriana sosta nei pressi di uno svincolo della Strada provinciale 231 

 

In tante crollano. Gli ex operatori di “Volti d’Ebano”, la vecchia unità di strada legata alla Fondazione Santi Medici Cosma e Damiano Onlus, ricordano ancora con spavento il gesto di una ragazza che, decisa a farla finita, si sdraiò nel bel mezzo della carreggiata, in direzione Bitonto. Fortunatamente riuscì a salvarsi, grazie anche all’aiuto delle sue amiche. 

Sulla 231, come a Bari, il dramma produce un’economia parallela che non interessa le organizzazioni criminali. Sono in tanti a lucrare: avvocati, commercialisti, chi affitta tuguri, chi procura preservativi. Tutti passaggi che possono fruttare anche diverse centinaia di euro a ragazza. Nel 2008 le indagini della Squadra Mobile di Bari hanno permesso di denunciare a piede libero un professionista barese che avrebbe indotto circa centocinquanta nigeriane a dichiarare una falsa provenienza, al fine di ottenere il permesso di soggiorno provvisorio, per fini umanitari, e poter allungare la loro permanenza sul territorio italiano. 

Le istituzioni possono fare poco. Il comando di Polizia Locale di Terlizzi, il territorio più colpito dell’hinterland dal fenomeno, ha ricevuto lo scorso anno il premio nazionale Anvu “Prof. Alvaro Pollice” per le attività di contrasto alla prostituzione.  Nella città dei fiori, in realtà, sono state applicate sempliciotte politiche del decoro: dai resoconti dei giornali online, si apprende che negli ultimi anni le attività della PL hanno portato a otto gli arresti in flagranza di reato, cinque denunce e tre decreti di espulsione per altrettante ragazze nigeriane non regolari. Nessuno si è preoccupato delle ragazze e mai nessuno lo farà: tra gli ulivi di una contrada terlizzese che si affaccia sulla 231, campeggia ancora oggi un cartello bacchettone che recita “divieto di prostituzione”, con lo stemma del Comune di Terlizzi, ma senza alcuna autentificazione. La prostituzione è ridotta ad una questione di immagine.

 

Una delle roulotte parcheggiate a ridosso della Strada provinciale 231. Qui esercitano le colombiane 

 

Il 6 marzo 2009 Joy passeggia sulla complanare di San Giorgio. Da quando, a novembre dell’anno precedente, è arrivata al Cara sa che non c’è tempo da perdere. Bisogna guadagnare, provvedere alla famiglia rimasta in Nigeria, c’è un debito da pagare. Lascia il centro, affitta una casa a Madonnella, in via Ragusa, condivisa con una connazionale, e inizia a prostituirsi. Quella sera Joy sta male. È stanca, tossisce tutto il tempo. Ma non chiama i soccorsi: sa di avere la tubercolosi, ma non ha i documenti in regola. Così si accascia a terra, nella notte fredda di Bari. Un passante, forse un cliente, chiama l’ambulanza con il suo cellulare. È troppo tardi. All’arrivo dei sanitari, Joy perde sangue dalla bocca. Passano alcune ore e muore. 

In un mercato fuori controllo il rischio della proliferazione di patologie è molto alto e sono frequenti i casi di ragazze affette da AIDS, gonorrea, epatite. L’incidenza aumenta tra le nigeriane dato il numero di rapporti consumati senza protezione. Come nel caso di Joy Johnson, sono le patologie legate all’attività su strada a preoccupare: da anni le associazioni denunciano l’insorgere di malattie considerate scomparse, nonché di segnali psicosomatici molto forti, che possono causare patologie all’apparato respiratorio, ulcere, coliti, gastriti, malattie da stress, perfino tumori.

 

Una ragazza nigeriana sulla Strada provinciale 231 

 

“Sono felice, un mio amico mi porterà a cena, mangeremo pesce”. Il sorriso di “Petra” è illuminato dalla luce incandescente di un lampione. Alle sue spalle c’è uno stabilimento in abbandono. Che strano posto per un appuntamento. Ma l’amico è un cliente e “Petra” sorride. Il mercato del sesso è frequentato da un’umanità variegata e commetterei una grossolana generalizzazione nell’identificare tutti quelli che frequentano prostitute in orchi affamati di sesso. Quello dei clienti della prostituzione ad oggi resta un mondo dai contorni vaghi, indefiniti, che comprende più di due milioni di cittadini italiani. La realtà è complessa e dietro le prestazioni su strada sovente si nascondono vere e proprie relazioni, seppure “falsate” dall’ambiente in cui vengono vissute. D’altronde il cliente paga la prostituta per essere una persona che non è persona. Mirta Da Pra, responsabile del progetto “Vittime” del Gruppo Abele spiega che “non è poi così raro che un uomo paghi solo per parlare”. Più in generale tra i clienti, studenti, operai, anziani, c’è una educazione all’affettività totalmente sfasata. Per loro la prostituta rappresenta un modo semplice e senza mediazioni per accedere al mondo femminile, ad una sfera sessuale aperta, ad un mondo “esotico”, altrimenti precluso. Il cliente che si “innamora” non è una leggenda urbana, sono tantissimi i casi di uomini che si invaghiscono delle ragazze e provano a salvarle dalla tratta. Come nel caso di Isoke Aikpitanyi, nigeriana, scappata dalle grinfie dell’organizzazione che l’aveva portata su strada, che gestisce il progetto di sostegno alle vittime, “Le ragazze di Benin City”, che comprende anche una casa di accoglienza. 

Secondo il Ministero delle Pari Opportunità, in Italia ci sono circa quattrocento strutture che offrono assistenza alle vittime della tratta sessuale e lavorativa, chiamate dagli addetti ai lavori “case di fuga”. I dati di ottobre 2018, i progetti riguardano 1137 persone, di cui 929 donne nigeriane. Una delle case più importanti in provincia si trova ad Adelfia, a pochi chilometri dal capoluogo. La casa è gestite dalle sorelle Adoratrices Esclavas del Santísimo Sacramento y de la Caridad, in collaborazione con Micaela Onlus. L’ordine spagnolo, sin dalla nascita, per vocazione si occupa di assistenza alle donne sfruttate. Sino a qualche anno prestavano attività all’Istituto “Maria Cristina di Savoia” di Bitonto. Suor Raquel è felice di sapere che vengo proprio di lì e tiene a raccontarmi del suo lavoro nell’ex orfanotrofio, orgogliosa di aver cresciuto con rigore più di un rampollo delle vecchie famiglie criminali locali. La casa di Adelfia accoglie un piccolo numero di donne, che non supera mai la decina. È composta da una struttura a due piani. Su ci sono le camere, al pian terreno gli spazi comuni. La preoccupazione delle sorelle è quella di riconciliare le vittime con la normalità. In gruppo si prendono cura della casa, badano al giardino, seguono corsi di formazione, tornano a fare esperienza della quotidianità. Per questo i contatti con l’esterno, soprattutto con i giornalisti, sono molto limitati.

 

Strada provinciale 231, nei pressi di Bitonto

 

Il lavoro di ricostruzione psicologica è delicatissimo. In un recente rapporto, l’OIM si è mostrata preoccupata dai disturbi psichici che affliggono le giovani. “Situazioni eccezionali di vulnerabilità” che forniscono un quadro “sempre più drammatico della brutalità con cui giovani donne, e a volte bambine, sono trafficate verso l’Europa”. Tantissimi sono i casi di allucinazioni. Alcune donne riferiscono di una presenza maschile nella stanza durante la notte, lo sciamano che le ha sottoposte al juju in Nigeria, o dichiarano di sentirsi soffocare per mano di qualche divinità. 

Quelle delle vittime sono identità destrutturate: le ragazze hanno bisogno di credere in un passato in continuità con il presente cancellando, però, l'esperienza della prostituzione, inelaborabile, avvertita come un'escrescenza temporale o come una crepa che rischia di sfaldare le stratificazioni della storia personale. Ma a quale passato riferirsi, quale storia ripercorrere, quale nostalgia avvertire se la madre terra, la famiglia, la stessa lingua sono sentite come complici dell'orrore che hanno vissuto?

Tra gli Igbo gira un proverbio ripreso da Chinua Achebe ne "Le cose crollano": "Un uomo che non sa dire dove la pioggia lo ha colpito non sa neppure dove il suo corpo si è asciugato". Ci consegna l'immagine impietosa di una generazione di sfruttate. Più delle percosse, più delle torture, più delle angherie subite. Donne costrette a vivere in un eterno presente, private di un futuro in cui sperare e di un passato in cui rifugiarsi. Dove andranno, chi saranno queste donne? L’Occidente deve cominciare a chiederselo.