Cinquant’anni di Centro Ricerche. Milillo: 'Ha contribuito a creare la coscienza civica cittadina'.

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Cultura e Spettacoli
02 ottobre 2018
Photo Credits: BitontoTV

Cinquant’anni di Centro Ricerche. Milillo: 'Ha contribuito a creare la coscienza civica cittadina'.

Dalla fondazione negli anni della contestazione alle grandi battaglie. L'intervista al Presidente

50 anni di attività, 105 numeri di una delle riviste scientifiche più apprezzate della Puglia, tante scoperte e battaglie per il recupero del nostro patrimonio. Sono solo pochi elementi che hanno caratterizzato la vita e l’attività del Centro Ricerche di Storia e Arte Bitontina, che da quel 2 settembre 1968 ha continuato a illuminare la vita culturale della nostra città. In occasione di questo anniversario, festeggiato lo scorso 18 settembre a Palazzo Gentile, non potevamo non andare a trovare uno storico membro del Centro, che sin dal primo di numero di Studi Bitontini ha collaborato alla creazione di questa benemerita realtà. Si tratta del professor Stefano Milillo, attualmente presidente del Centro, che voluto tirare le somme dell’attività pluriennale all’interno di questa associazione.  

 

Professore, come e quando è nato il Centro?

La nascita del Centro Ricerche è stata un fatto spontaneo. Siamo in un periodo storico che è il Sessantotto, quindi il momento della contestazione, dell’occupazione delle scuole, e c’era il desiderio e l’esigenza di cambiamento e di rinnovamento. A Bitonto c’era una certa vivacità culturale, ma era legata ad alcune persone. C’era il direttore della Biblioteca Comunale, Donato De Capua, c’era la Pro Loco con il prof. Massarelli, e c’era anche un’associazione culturale di giovani, che si chiamava Ad Maiora. Di lì è venuto fuori il primo gruppo di giovani, che non si sono allontanati, però hanno pensato di creare qualcosa di nuovo. A questa nuova realtà abbiamo pensato di dare il nome di Centro Ricerche, parola difficile, di cui allora non ci rendevamo conto. Eravamo però un gruppo di giovani che interagivano con la realtà e il centro è nato come fatto operativo, cioè un insieme di azioni e fatti, piuttosto che di elucubrazioni mentali, e solo poi questo operare è diventato anche ricercare e studiare. In realtà eravamo molto giovani, il più piccolo, Francesco Palmieri, aveva appena diciotto anni, io ne avevo ventitré, ero il più grande, tranne Antonio Castellano, che si è aggiunto a noi quando per conto suo era già avviato alla ricerca. Ma c’erano anche una serie di giovanissimi, anche di dodici o tredici anni, il cosiddetto “Nucleo Soci Aderenti”, che ci ha seguito per un certo periodo, dal 1971 al 1979.

E di lì a poco esce anche il primo numero di Studi Bitontini.

Visto che tra i nostri obiettivi c’era quello della divulgazione, la prima cosa a cui abbiamo pensato è stata quella di fondare una rivista che potesse comunicare le ricerche e scoperte che facevamo nel corso della nostra azione. Così è venuto fuori Studi Bitontini, il cui primo numero è datato aprile 1969, e fra poco compirà cinquant’anni, cosa molto rara per una rivista. La nostra fortuna è stata quella di organizzarci bene il lavoro di ricerca, con uno statuto, con una sede e un gruppo affiatatissimo, dove ognuno di noi si occupava di un campo specifico e ne diventava referente. Esempio del nostro lavoro è un libro che con Gaetano Muschitiello abbiamo pubblicato, “Tradizioni popolari bitontine”. Non c‘è un autore, ma abbiamo scritto “Populus Botontinorum populo”, ovvero “Il popolo dei Bitontini al popolo”, perché l’abbiamo inteso come trasmissione di cultura, detti, saperi popolari, tutto grazie a questo spirito di corpo che ci animava e che ci permetteva di coinvolgere un po’ tutti. Oggi Studi Bitontini è un’importante realtà, che non si interessa solo di Bitonto, ma ha ampliato i suoi orizzonti di ricerca anche sulla Puglia.

Poi il vostro lavoro è maturato e si sono visti i primi importanti risultati.

Abbiamo curato grandi mostre, in particolare su Speranza e noi del Centro abbiamo realizzato la prima antologica del pittore. Senza presunzione, abbiamo portato alla luce personaggi nascosti, come Francesco Spinelli, con una grande mostra, e suo figlio Gaetano Spinelli, Vitale Giordano, e siamo stati i primi a batterci perché una scuola fosse dedicata a lui. E poi i musicisti, Traetta, Logroscino, La Rotella, De Renzio. Ci siamo interessati un po’ di tutto. E poi i grandi restauri e le grandi battaglie per il recupero del patrimonio comunale. Abbiamo fatto denunce straordinarie, come quella contro l’abbattimento della Torre del Musico, una delle due ciminiere di un’industria del primo Ottocento nella zona della Chiesa di Santa Teresa. Ma anche la sottoscrizione di tutti gli studenti del Liceo Classico del 1970-71 contro la costruzione di alcune palazzine nell’attuale piazzetta di Santa Rita di fronte alla sede del liceo. Poi c’è stato il restauro di San Leucio Vecchio, che era in una condizione pietosissima, e ricordo le emozioni che provai nel togliere l’intonaco e scoprire quegli affreschi. Abbiamo poi iniziato a scavare a Santa Caterina d’Alessandria, dove abbiamo riportato alla luce i mosaici. E infine c’è stato il grande recupero della chiesa di San Francesco alla Scarpa, che era letteralmente diruta fino al nostro intervento. C’è da dire però che allora era più facile scavare e abbiamo avuto la fortuna di avere come amici persone qualificate, anche alla Soprintendenza, persone che avevano capito che il territorio va tutelato e riscoperto da chi vi abita.  

Qual è stata la sua esperienza nel Centro tra ieri e oggi? 

Sono stato forse l’unica persona che ha seguito il Centro dal 1968 ad oggi, e la mia esperienza è stata quella di aver voluto bene a un’associazione che ho contribuito a creare e fondare. Quando si vuol bene veramente a una persona, ci si tiene più che a sé. E questo è il mio modo di vivere nel Centro. Certo è stata una felicissima esperienza, che ha contribuito a formarmi e a realizzare dei progetti con buoni risultati che ritengo siano stati utili alla città. E sono convinto che questo Centro ha contribuito a creare quella sensibilità civica che oggi si avverte, tutto sommato, e che ha portato alla riappropriazione della città.

Quali sono le prospettive del Centro per il futuro?

Oggi la vita del Centro è un po’ più complicata. Per varie ragioni non ci sono stati avvicendamenti corposi, anche se nel tempo abbiamo cercato di avvicinare gente nuova, soprattutto giovane, anche se oggi ci sono diversi membri che non sono giovanissimi, ma sono comunque molto validi. Però quello spirito d’impresa, cioè di andare avanti con impegno, si è un po’ attenuato. Certo sono cambiati i tempi, noi della vecchia generazione abbiamo portato avanti questo progetto perché naturalmente ci credevamo, e poi non eravamo costretti da bisogni economici. Ora bisogna riorganizzarsi, mi auguro che i giovani che sono ora nel Centro si rinnovino, ma certo il futuro è un punto interrogativo. Abbiamo creato un substrato fertile, su cui si può costruire tantissimo e su cui si può ancora studiare. Ma c’è bisogno di persone che ci credano e che vogliano portare avanti questo impegno. È difficile oggi, bisogna pensare nuovi mezzi e canali, per ricreare il futuro. Soprattutto si fa pochissima ricerca nell’ambito del settore umanistico. Si rischia di tornare al tempo degli anni 50, perché nessuno si cura in maniera attenta di alcuni monumenti, del materiale delle biblioteche e degli archivi. Anche Studi bitontini è un modo per la città di presentarsi, ma forse non riusciamo a pubblicizzarlo al meglio. È anche vero che il suo taglio molto specialistico non può che avere un pubblico ristretto.  

Con un po’ di autocritica, quale pensa sia stato il più importante limite del Centro Ricerche?

Il limite del Centro, che sento dall’esterno, ma io non l’ho mai condiviso, è quello di essere un’associazione di pochi, di élite. Ma non è assolutamente vero, e si vede benissimo che, quando organizziamo qualche manifestazione, la gente viene a sentirci. In passato, fino ai primi anni 2000, abbiamo avuto quasi trecento soci, che non sono pochi. E anche oggi c’è un bel gruppo che ci segue. Il limite è stato forse quello di non avere avuto la capacità di comunicare abbastanza, di coinvolgere i giovani, ma noi ci abbiamo sempre provato. I giovani forse ci hanno trovato sempre un po’ estranei e diversi. Ma spesso anche da parte delle scuole e degli insegnanti non c’è stato alcun coinvolgimento diretto.