Emilio Gentile al Tetaro Traetta su Mussolini e Lenin

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Cultura e Spettacoli
22 settembre 2018

Emilio Gentile al Tetaro Traetta su Mussolini e Lenin

Il professore ha presentato il libro sui due dittatori del '900

Serata dedicata alla storia e alla memoria quella di ieri al Teatro Traetta, dove Emilio Gentile, docente di Storia Contemporanea presso La Sapienza di Roma, uno dei massimi esperti italiani della storia del ventennio fascista, ha presentato il libro “Mussolini contro Lenin” (Laterza, 2017). Il testo al centro della discussione, moderata dalla prof.ssa Cecilia Petta del Liceo Scientifico “G. Galilei”, vuole sfatare molti dei miti che attorniano queste due figure che hanno fatto la storia del primo Novecento, Benito Mussolini e Vladimir Lenin. I due leader non hanno solo condiviso un modo molto simile di fare politica, il totalitarismo, ovvero il governo del monopartito, ma anche idee socialiste comuni, per quanto questo possa sembrare incredibile per l’ex socialista Mussolini.

“In realtà Mussolini e Lenin hanno condiviso ben poco”, ha spiegato Gentile, che con un commento sempre attento e preciso, con alcune punte di ironia che hanno stupito l’uditorio, è riuscito a raccogliere gli elementi salienti della biografia dei protagonisti della storia contemporanea, raccontandone segreti e verità che solo i professionisti conoscono, ma, avverte Gentile, che sono ignorati da una certa “asineria accademica”

Lenin era figlio di un funzionario dello zar, era il primo della classe, ostentava modi e portamento raffinati, il suo comportamento era impeccabile. Mussolini era figlio di un socialista analfabeta della Romagna, cresciuto a “latte e sciopero”, ha commentato il professore, ribelle, attaccabrighe. Lenin diventa marxista quando lo zar mette a morte suo fratello, Mussolini vive nel socialismo degli operai e subito sviluppa le sue idee. 

I due molto probabilmente, secondo Gentile, si sono incontrati a Ginevra nel 1904. E non nel comune destino di dormire sotto i ponti, come a Mussolini piaceva raccontare. Lenin, in esilio dal suo paese per una condanna all’ergastolo, e Mussolini, poveraccio e ancora irrequieto, si incontrano in un bar ginevrino con la comunità russa, per commemorare l’anniversario della Comune di Parigi. “Allora avevano idee molto simili”, ha detto Gentile, “ma se Lenin rimane sconosciuto ai più, anche in Russia, di lì a poco Mussolini conosce una grande popolarità”. Il giovane socialista italiano riesce a incantare l’Internazionale del 1912, diventa direttore dell’Avanti, è figura conosciuta anche all’estero. Ma quando la sua popolarità muore per le sue posizioni interventistiche per la Prima Guerra Mondiale, è allora che Lenin acquista notorietà e potere. 

Sia per come pensavano, sia nel loro agire politico, Lenin e Mussolini sono figure antitetiche. “Lenin è teorico, si forma con i sistemi ideologici delle teorie ottocentesche. Mussolini è già nel pensiero novecentesco, con l’intuizione come mezzo per capire la realtà, e già respira le avanguardie”, ha continuato Gentile. “Lenin diventa dopo la rivoluzione un nome leggendario, ma non cerca il culto della personalità, che però gli impone il partito dopo la morte. Mussolini va al potere perché finge di sottomettersi al re, spinto dal suo stesso partito, ma poi crea una propaganda dell’immagine di sé totalizzante. Nelle decisioni cruciali, la marcia su Roma, l’eliminazione degli altri partiti politici, Mussolini si mostra sempre un leader che segue, braccato dal partito, mentre Lenin precedeva sempre i bolscevichi, anche se non nell’aura leggendaria che si è andata costruendo”.

Sulla questione dei “nuovi fascismi”, Gentile avverte che “si fanno troppo facilmente analogie tra gli anni 30 e oggi. Stiamo assistendo all’atrofizzazione della democrazia, che sembra essere diventata di plastica, mentre resta solo il voto della maggioranza. Ciò che però è più importante, il metodo democratico che permette lo sviluppo dell’individuo senza impedimenti, è venuto meno. L’Europa dell’inizio del Novecento e quella di oggi sono molto, troppo differenti. Ma non riusciamo ancora a capire, o non ci siamo domandati davvero, perché dopo settant’anni di governi democratici molti sembrano non voler più parlare di democrazia”.