Benvenuta la Lega a Bitonto

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia
05 settembre 2018
Photo Credits: LaPresse

Benvenuta la Lega a Bitonto

Perché è sbagliato protestare contro l’insediamento del partito di Salvini in città

Non corrisponde a verità il legame di parentela, erroneamente riportato in un primo momento nell’articolo “Benvenuta la Lega a Bitonto", tra il neo responsabile della sezione cittadina della Lega, Vito Giammarelli, oggetto dello scritto, e l’ex assessore della Giunta Valla, Antonio Giammarelli. L’autore e la redazione si scusano con Antonio Giammarelli e con quanti abbiano eventualmente subito offesa dall’errore commesso, generato da un caso di omonimia. La presente rettifica viene tempestivamente pubblicata, nel giorno stesso della pubblicazione dell’articolo in oggetto, a margine dello scritto, nonché in forma autonoma in home page garantendole pari visibilità. 

La redazione resta a disposizione degli interessati per eventuali e ulteriori richieste di rettifica.

 

La fu Lega Nord, oggi Lega di Salvini, si insedia ufficialmente nel parterre politico bitontino. È bastato questo titolo tra le breaking news, negli scorsi giorni, a scatenare la polemica, in particolar modo sui social network. Tra l’indignazione di chi “Ci chiamano terroni e noi gli portiamo voti e gli apriamo le sezioni di partito. Che schifo!” e le risposte di quanti “non sono della Lega, ma non mi pare che altri partiti per il Sud abbiamo fatto tanto”; tra chi “il problema è culturale” e chi evoca il mantra de “La solita spocchia di chi è di sinistra... Voi pieni di cultura gli altri ignoranti… la gente ha bisogno di risposte non di elucubrazioni mentali”, il dibattito (si fa per dire) è aperto.

Non può stupire che il radicamento territoriale in una città del sud (dopo il notevole exploit elettorale già in occasione delle ultime politiche) di quello che, al di là del maquillage comunicativo, rimane il partito “nordista” d’Italia, nato espressamente in difesa della priorità della Padania e contro “Roma ladrona” e il Meridione zavorra della Nazione, susciti più di qualche turbamento. Eppure. Eppure talune reazioni e prese di posizione scomposte di questi giorni, magari al grido di “Nessuna agibilità per leghisti, fascisti e razzisti”, come nel caso della manifestazione antifascista barese del prossimo 21 settembre, per quanto genuine, dimostrano forse che la lezione non è stata ancora imparata.

La “lezione”, quella impartita dal responso elettorale dell’ultima primavera, è che il populismo del 2018, a differenza dei rigurgiti fascisti degli anni ’70, non si sconfigge per via di negazione, estromettendo l’avversario dal recinto della legittimità democratica al grido di “nessuna agibilità per i fascisti”. Anzi: questo è semmai il modo migliore per amplificarlo, quel populismo, il cui segreto risiede precisamente nello spirito di revanchisme contro le presunte élites (il “sistema”) che improvvisati capipopolo offrono in pasto a maggioranze popolari largamente arrabbiate, impoverite, deluse (e non a torto) dal modo in cui le classi dirigenti, negli ultimi decenni, hanno traghettato gli stati nazionali nel nuovo paradigma del capitalismo globalizzato.

Tralasciando il nome psico-politico di questo fenomeno – “frustrazione” – che sarebbe importante approfondire seriamente, sotto il profilo della psicopatologia delle masse, anche nel confronto con quanto avvenne in Europa tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, quel che la “lezione” di primavera ci dice è che urge elaborare un terreno dialettico nuovo su cui sfidare il populismo, che non sia quello della delegittimazione a priori.

Le strade che sinora il pensiero ha percorso, a questo proposito, sono sostanzialmente due. Dinanzi ad un avversario giudicato inaccettabile – giudicato cioè minaccioso per l’esistenza stessa di una sana per quanto aspra dialettica – la riflessione etico-politica ha assunto tradizionalmente due riferimenti teorici: da un lato, la tolleranza iperbolica à la Voltaire (“non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo” – frase che peraltro il philosophe non pronunciò mai), dall’altro, il noto paradosso di Popper (“dovremmo proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti”). 

Ora, il punto, nel caso di specie, è riuscire a superare questo stesso bivio. Oggi non si tratta di sancire i limiti della tolleranza nell’ambito politico. Non si tratta di stabilire un discrimine (costituzionale, etico, valoriale…), di spostare un’asticella in virtù della quale, ad esempio, si possa decidere se la Lega di Salvini sia o no un legittimo soggetto politico all’interno della comunità bitontina. Questo è, anzi, precisamente il compito che l’elettorato populista della nostra epoca rinfaccia puntualmente alla classe dirigente di questo Paese (o a quanto ne è rimasto), imputandola ora di falso buonismo (rispetto agli slogan voltairiani, anzi “boldriniani”, per riprendere il linguaggio leghista), ora di malcelato elitismo (chi sei tu, oh Popper, per stabilire la distinzione tra chi è tollerante e chi non lo è?!). Che si prenda l’una o l’altra posizione, si finisce per corrispondere esattamente a quella rappresentazione elitario-complottista che la retorica populista pretende di smascherare, e che da anni funge da leva del suo consenso.

Questo modo di contrapporsi alla narrazione populista è perdente e non ci sono attualmente segnali che lascino immaginare un suo recupero. L’idea di opporre alla politica fasciopopulista del DASPO, in gran spolvero, una sorta di DASPO politico uguale e contrario, è pura follia.

Protestare l’illegittimità della parola pubblica leghista, la sua estraneità, la sua incomprensibilità, il suo status alieno, la sua differenza, non farà che rafforzare la logica revanchista su cui essa fonda la sua forza. Al contrario, noi diciamo: benvenuta a Bitonto, Lega di Salvini. Benvenuta in uno spazio di confronto libero e democratico, nel quale la dignità della parola ha come corrispettivo l’onere dell’argomentazione. Benvenuta alla ribalta del discorso civile, in cui alla visibilità si accompagna sempre il dovere di non nascondersi.

In questo spazio, possiamo finalmente parlare con voi, attivisti e militanti della Lega, non sotto lo scacco della delazione anonima e massificata della Rete, ma mettendoci e pretendendo che ci mettiate faccia, nome, responsabilità civili e penali, all’occorrenza. Benvenuti, allora. Possiamo finalmente chiedervi chi siete, quali sono le storie politiche e personali che sostanziano le vostre posizioni odierne. Possiamo finalmente chiedervi dove eravate sino ad oggi, dove siete stati, a Bitonto, mentre altri provavano ad amministrare una città fiaccata da una lunga crisi cui, come gran parte del Mezzogiorno, era largamente impreparata anche grazie alle ventennali politiche di governi di destra a trazione nordista, cui i vostri attuali “capi” partecipavano convintamente. Dove siete stati mentre altri, a Bitonto, facevano opposizione alle ricette dell’amministratore di turno, per il bene della città.

Oggi possiamo finalmente chiedervi, interlocutori leghisti, di mostrarci precisamente – dati e tabelle alla mano – l’invasione clandestina di cui saremmo oggetto. Potremo finalmente capire quale orrendo crimine rappresenti un Centro di Accoglienza come quello del “Maria Cristina di Savoia” di Bitonto per il consesso civile bitontino – e non piuttosto per i poveri disperati stessi che vi vengono “allocati”, nell’illusione che il fenomeno demografico mondiale più ingente dell’inizio del terzo millennio si dissolva magicamente da solo. 

Prenderemo nota dettagliatamente dei posti di lavoro che ci dimostrerete esserci stati “rubati” da questi immigrati, e vorremo sapere cosa pensate dei padroncini locali, anche bitontini, che in nero sfruttano questa manodopera senza diritti, per mansioni sottopagate nelle campagne che io, che voi, non saremmo mai disposti ad accettare.

Abbiamo ansia di ascoltare da voi, signori leghisti, in che modo, precisamente, la ricetta sovranista – con taglio dei trasferimenti statali a Bruxelles e conseguente prosciugamento dei fondi europei (conseguenza che stranamente non compare nelle roboanti dichiarazioni del governo gialloverde) – porterà ad un miglioramento della vita dei cittadini di Bitonto, dove, com’è noto, ogni singola buona cosa fatta negli ultimi anni è stata finanziata con fondi comunitari.

Bramiamo di imparare da voi in che modo, in una città nella quale si è continuato a sparare anche durante una massiccia militarizzazione  (che, guardacaso, proprio il “vostro” Matteo Salvini ha recentemente revocato), la risposta all’insicurezza siano più armi, più agenti, più legittima difesa.

No, interlocutori leghisti, non vi concederemo di ergervi a vittime della pubblica riprovazione. Non avrete il privilegio dei banditi. Avete tutta la nostra attenzione, aspettiamo con ansia di ascoltarvi e di trascorrere ore a parlare punto per punto con voi di come migliorare concretamente questa città. Non fateci aspettare. Abbiate la compiacenza di spiegarci quello che la nostra boria sinistroide non ci ha permesso di comprendere. La democrazia è una cosa meravigliosa, e a voi non sarà risparmiato l’onere di parteciparvi.