Le tele di Carlo Rosa nel Monastero delle Vergini di Bitonto

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Cultura e Spettacoli
30 agosto 2018
Photo Credits: Nicola Pice

Le tele di Carlo Rosa nel Monastero delle Vergini di Bitonto

Nicola Pice ha chiesto aiuto all'Amministrazione per il restauro

Sapevamo già quanto Bitonto, nonostante la collocazione geografica periferica e le modeste dimensioni, fosse ricca di perle di arte e di storia certamente invidiabili. Oggi siamo invitati a riscoprire tra i tesori della nostra città alcune tele, collocate nel coro del Monastero delle Vergini, gioiello dell’arte napoletana del Settecento, riconducibili a Carlo Rosa, nostro concittadino e maestro della pittura barocca napoletana, e la sua bottega. Sono sei dipinti che raffigurano, così come sono disposti nel coro, Gesù e la Samaritana, San Pietro che medica le ferite di Sant'Agata, l'agonia di Gesù nell'orto del Getsemani, l'Arcangelo Raffaele e Tobiolo, il matrimonio mistico di Santa Caterina d'Alessandria, Agar e il piccolo Samuele.

Il dipinto “Gesù e la Samaritana” appare chiaramente una ripresa dell'analogo dipinto proveniente dalla chiesa di sant'Egidio, oggi conservato nel Museo diocesano "Mons. A. Marena". La posizione meditativa della donna fa pensare alla pittura del periodo napoletano di Artemisia Gentileschi, la cui eco spesso Rosa richiama nelle sue tele.

La seconda immagine, “San Pietro e Sant'Agata”, rappresenta il momento in cui la giovane martire siciliana, punita con l'amputazione delle mammelle, rinchiusa in carcere, riceve la visita miracolosa di San Pietro, che le risana le ferite al seno con un unguento. Evidenti sono la ricercata intonazione patetica e la dimensione intimistica, con una resa cromatica fatta di colori vivaci e tonalità chiare. La tela che raffigura la Agonia di Gesù nell'orto coglie il momento del Cristo abbandonato nella sua tristezza sorretto da due angeli scesi per confortarlo. Le figure, apparentemente statiche, hanno contorni nitidi. L'accasciarsi del Cristo, cereo in volto, genuflesso, esprime l’interna sua sofferenza. 

Bella la tela che raffigura Tobiolo e Raffaele. Tobiolo, figlio di Tobia, è assalito da un grosso pesce: Raffaele lo incoraggia a non scappare, a catturare la bestia per la testa e ucciderla per estrarne il fiele che spalmato sugli occhi del padre non vedente potrà fargli riacquistare la vista. L'angelo, dalle ali spiegate e avvolto in un mantello rosso che lascia scoperta la sua spalla destra, abbozza un lieve sorriso, mentre il giovane, con una veste corta e calzari alti, fugge concitato alla vista del grosso pesce. Una forte luce si appunta sulle carni vive e sanguigne, dalle linee mosse e spezzate, mentre sullo sfondo si coglie un paesaggio e una veduta fluviale. 

Il penultimo dipinto raffigura il matrimonio mistico di Santa Caterina di Alessandria, la vergine cristiana filosofa. I pagani l’avevano uccisa dopo che da sola aveva tenuto testa ad una cinquantina di filosofi pagani mandati a lei per turbarne la fede e la mente dall’imperatore Massenzio. La scena mostra un pezzo della leggenda popolare, ossia il momento in cui Caterina, ancora adolescente, ha una visione, quella di Gesù bambino che nella braccia della Vergine le infila nel dito un prezioso anello, facendola sua sposa. Delicati appaiono il gioco delle linee, l'intonazione dei colori, l’efficace contrasto di luminosità. La esecuzione forbita rivela il tocco sicuro dell'artista, attento nella resa dei dettagli: una preziosa descrizione delle vesti, una fitta intersecazione di movenze, un incastro spaziale che frange le luci e interpone le giuste ombre, senza dimenticare il tono intimistico. Sono riscontrabili analogie, secondo il prof. Nicola Pice, con il purismo di Stanzione e la tersa intonazione classicistica di Pacecco.

Nell’ultima tela protagonista è Agar che, secondo il racconto della Genesi, era una schiava di Sara, moglie di Abramo. Era stata allontanata da Abramo con suo figlio, il piccolo Ismaele, dopo che Sara aveva dato alla luce il tanto atteso Isacco. Una volta trovatasi abbandonata nel deserto, Agar in preda alla disperazione depose il fanciullo sotto un cespuglio e andò a sedersi di fronte, per non vederselo morire fra le braccia. Dio però ascoltò il grido del fanciullo e mandò un angelo ad indicare ad Agar un pozzo da cui dissetarsi. Il racconto pittorico, che presenta evidenti echi di Stanzione e di Lanfranco, è incentrato sulle figure dell’afflitta Agar, seduta per terra con le mani incrociate sul ginocchio destro, e l’angelo che, apparso alla sua destra, le indica il pozzo, fuori dalla tela. A sinistra, circondato da alcuni arbusti, giace l’addormentato Ismaele. Le figure, avvolte in ampi panneggi, mossi in eleganze neomanieristiche, hanno incarnati chiari e visi ovali regolari, ravvivati da una leggera tensione patetica, impressa nel gioco degli sguardi e dei gesti: il volto rassicurante dell'angelo, quello angosciato, eppure dolcemente materno di Agar, la posa del bambino che, riccioluto e paffuto in volto, beatamente dorme per terra su un mantello a gambe incrociate.

Ad attenzionare Bitonto su queste opere d’arte è stato il prof. Nicola Pice, presidente del Museo Archeologico “De Palo – Ungaro”, che in un post su Facebook ha ricordato lo stato precario di conservazione di queste tele. “Gran bella cosa sarebbe se la collettività bitontina, l’Amministrazione e il Consiglio Comunale, si facessero carico di tale intervento di restauro: questa, sì, sarebbe una vera operazione culturale di lunga durata con attrazione di ulteriore interesse e attrazione turistica per la nostra città, che è stata la fucina di Carlo Rosa”, ha scritto Pice.