Padre Bahjat Elia Karakach dalla Siria: 'Aiutateci a restare, non a fuggire'

di La Redazione
Cronaca, Cultura e Spettacoli
05 luglio 2018

Padre Bahjat Elia Karakach dalla Siria: 'Aiutateci a restare, non a fuggire'

Il superiore francescano ospite a Bitonto della Basilica dei Santi Medici

Ospite della Basilica dei Santi Medici, padre Bahjat Elia Karakach, superiore del convento francescano della conversione di San Paolo e parroco a Damasco, ha fatto visita a Bitonto per un evento promosso dal Santuario, in collaborazione con l’Arcidiocesi, la Caritas di Bari-Bitonto e Pax Christi, dedicato alla Siria. 

Un momento, fatto coincidere con la visita di Papa Francesco a Bari per un momento di riflessione sul Medio Oriente, diventato occasione per conoscere “l’altro volto della Siria”, raccontato dalla comunità di cristiani che opera lì da decenni. Una Siria che, dopo otto anni di guerra, sogna di ritornare alla normalità e tornare ad essere il più grande stato laico mediorientale. 

BitontoTV ha incontrato padre Elia Karakach prima della conferenza, durante la quale sono intervenuti anche il rettore della Basilica, don Vito Piccinonna, e Vito Mariella di Radici Future. 

 

Padre, ad oggi qual è la situazione in Siria e, in particolar modo, nell’area di Damasco in cui lei opera?

Quando parliamo di Siria dobbiamo comprendere che siamo davanti ad un quadro davvero complesso. Il conflitto non è ancora terminato, soprattutto nelle aree lontane da Damasco, ma avvertiamo che siamo ormai alle fasi finali. Nelle grandi città del paese sta tornando la normalità, grazie al governo siriano che si sforza di assicurare ai suoi cittadini una vita serena. Le zone dove si combatte e si rischia la vita rimangono, ma si respira aria di miglioramento. 

 

Come ha vissuto la Chiesa questi otto anni di conflitto?

La Chiesa non è un corpo estraneo, fa parte della società. I cristiani, soprattutto, hanno sofferto le conseguenze e subito atti di violenza e terrorismo. Ma non per questo è venuto meno il nostro impegno: ci siamo aperti alla comunità offrendo aiuto materiale e morale a tutte le componenti, perchè siamo capaci di dialogare con tutti. Proprio oggi si conclude un corso di sostegno psicologico durato quattro mesi che ha aiutato giovani adolescenti a superare i traumi della guerra. La metà di questi sono musulmani.

 

In questi otto anni si è assistito al dilagare del radicalismo, soprattutto tra le fila dei ribelli. Gli orrori del Daesh sono stati sotto gli occhi di tutti.

Noi frati siamo in prima linea nel proteggere la comunità cristiana che vive sotto il controllo dei ribelli. Nel nord della Siria il nostro gruppo non ha abbandonato le comunità locali, a differenza di altri.

Il radicalismo è una piaga sociale che ci tocca da vicino, quotidianamente avvertiamo un senso di ostilità. Ma questo per noi rappresenta una grande sfida: non dobbiamo chiuderci a riccio, nel tentativo di proteggerci ma dobbiamo continuare ad avere fiducia nell’altro. Avvertiamo la responsabilità di formare e riformare la nostra comunità affinché possa rialzarsi. Se non crediamo nell’educazione il problema si ripresenterà tra vent’anni.

 

Recentemente ha difeso il governo Assad dalle accuse sul presunto utilizzo di armi chimiche contro i civili in alcune aree periferiche della Siria. Più in generale che idea si è fatto sulle forze che partecipano al conflitto?

Quello che penso non si discosta dall’opinione comune della maggior parte della società siriana. Una cosa è vivere in occidente e bersi l’informazioni che passano sui grandi media, altra cosa è stare lì e subire atti di violenza ogni giorno. Siamo davanti ad una guerra per procura, non voluta da noi siriani, ma dalle grandi potenze, per tirare Siria da una parte o dall’altra. La gente siriana spera che il governo riprenda presto in mano la situazione.

 

Il governo Assad è da più parti definito un vero e proprio regime.

Dico solo una cosa: la Siria è l’ultimo e unico paese laico in Medio Oriente. Abbiamo vissuto per decenni in pace, mantenendo sicuro l’intero territorio. Non avevamo un debito internazionale, eravamo costantemente in crescita. È chiaro, però, che non esiste il paese perfetto, ma prima di giudicare la Siria bisogna contestualizzare e guardare all’intero Medio Oriente.

Ma davvero la gente crede che l’Occidente possa spendere miliardi per salvare il popolo siriano da un “regime”? 

 

La guerra ha prodotto centinaia di migliaia di rifugiati.

È una situazione molto triste perché abbiamo perso le risorse più importanti, i giovani. Per non parlare dei tanti cristiani scappati. Ma bisogna precisare che la maggior parte di chi ha abbandonato il paese, lo ha fatto dalle zone controllate dai ribelli. 

 

La Siria potrà mai tornare come prima?

Non solo come prima noi speriamo anche meglio. Oggi c’è speranza, si intravede un via d’uscita e molti restano per questo motivo.

 

Intanto il Papa ha promosso una giornata ecumenica di riflessione proprio sulla questione mediorientale.

Sono contento, ogni iniziativa del Papa per il Medio Oriente è come acqua nel deserto perché noi cristiani sentiamo il bisogno di essere sostenuti dalla Chiesa di Occidente. Sicuramente rafforza il legame con la nostra terra, che è la culla del cristianesimo

A tutta la Chiesa di Occidente faccio un appello: aiutateci a rimanere in Siria, non vogliamo abbandonare il nostro paese.