Non ci sono più i cattivi di una volta

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Cronaca, Esperia
26 giugno 2018
Photo Credits: Lisa Fioriello

Non ci sono più i cattivi di una volta

Espulsioni e occupazioni abusive: la legalità degli spazi a Bitonto

La politica contemporanea si disputa intorno agli spazi. Intorno alla loro titolarità proprietaria e, forse in una quota ancora più significativa, intorno alla loro accessibilità, alla possibilità di attraversarli, abitarli, modificarli. 

Questa frase sembrerebbe poter essere l’incipit di una riflessione generalissima, un’analisi sui massimi sistemi, e invece fa da cornice ad un episodio accaduto “qui e ora”, a Bitonto, poche ore fa: l’operazione di polizia con la quale il questore di Bari, Carmine Esposito, ha disposto che 31 migranti ospitati nei Cas della nostra città e di Modugno, entrambi gestiti dalla cooperativa “Costruiamo insieme” sgomberassero, appunto, lo spazio politico che la legge definisce “territorio nazionale”. Per lo più giovani tra i venti e i trenta anni, provenienti da Paesi dell’Africa occidentale (soprattutto Niger), non avevano le carte in regola per abitare il nostro spazio. La politica, in queste occasioni, decide del modo in cui gli irregolari devono liberare lo spazio occupato. Nel caso specifico, la maggior parte dei migranti (16) è stata diligentemente consegnata, con il “foglio di via”, allo stato di clandestinità – che per l’ordinamento giuridico italiano, da dieci anni, è reato – vale a dire, di fatto, all’accattonaggio, nella speranza che sciami via dove non possiamo vederla. Un numero cospicuo (10) è stato internato nel Centro di Palese, in apocalittica attesa dei voli di rimpatrio che, pare, il nuovo governo dovrebbe moltiplicare evangelicamente. A soli cinque di loro, richiedenti asilo, è stato concesso di tentare ancora di dimostrare il proprio stato di necessità.

La notizia non ha fatto rumore. Poche frasi stringate sulla stampa. Non una dichiarazione pubblica di qualsivoglia autorità cittadina, fosse il Sindaco-campione-dell’accoglienza, un consigliere comunale, il presidente di una Consulta o di una semplice associazione. Nulla. La cosa è caduta nel vuoto assordante, lasciato dallo stordimento che la “nuova fase” politica nazionale ha portato con sé. Come se fosse tutto perfettamente consueto, al limite della ovvietà. “Controlli amministrativi di routine”, si affrettano a precisare dalla questura. E dopotutto è proprio questo lo scopo di delegare la gestione dello spazio ad un’operazione di polizia: ridurre la decisione politica sulla vita delle persone a mera “routine”, “controlli”, aritmetica da tecnici del diritto e impiegati del manganello, così che il significato di quel che avviene sia silenziato, assorbito nell’automatismo di un meccanismo che sembra escludere qualsiasi responsabilità, scelta, decisione.

Quanto “buonismo”, si dirà – ché ormai è questo lo stigma di chiunque provi a dissentire. In fondo, la questione è molto più semplice: sono stati espulsi perché irregolari, cioè perché il loro “status” (parola che si usa per non sporcarsi le mani con la “condizione di vita” di esseri umani) non soddisfaceva i requisiti di legge. Poco da discutere, quindi: non avevano diritto a occupare questo spazio, il “nostro” spazio.

Teniamola a mente, questa espressione: “non avevano diritto”. Lasciamola ben visibile sullo sfondo, mentre a questa prima storia ne affianchiamo un’altra, accaduta sempre nel “nostro” spazio, solo qualche settimana fa: il principio di incendio domestico avvenuto nei locali –  non esattamente “a norma” – adiacenti al Liceo Classico “C. Sylos”, con tanto di evacuazione della scuola stessa

Anche in questo caso, il risalto dato alla notizia è stato praticamente nullo. Soprattutto, l’opinione pubblica si è ben guardata dal discutere il retroscena dei fatti: la condizione abusiva degli occupanti dell’immobile. Perché sì, a Bitonto ci sono decine di persone, interi nuclei familiari che occupano abusivamente delle case da lustri, decenni, talvolta persino con l’ardire di “lasciare in eredità” le proprie abusive rivendicazioni. Ciò avviene, in questo momento, nei locali in Piazza Sylos – dove la situazione è più evidente e nota che altrove, per la non facile convivenza quotidiana con la comunità liceale – così come in quelli inglobati nel complesso dell’ex Convento dei Cappuccini, nella centralissima sede dell’ex Democrazia Cristiana ed in decine di altri immobili. 

Non se ne parla volentieri, perché è un argomento scomodo. È un tasto dolente soprattutto per la politica, che spesso dal “chiudere un occhio” su situazioni border-line trae consenso, e ancor più per la struttura amministrativa comunale, notoriamente refrattaria a mettere in discussione equilibri e privilegi consolidati dal tempo, perché si sa, a nessuno conviene scoperchiare un vaso di Pandora. Del resto, quel che ci interessa qui non è certo scatenare una guerra contro gli abusivi, per bilanciare quella contro i migranti. Di guerre tra poveri, stiamo già morendo. 

Ciò su cui, forse, vale la pena riflettere è quanto diversamente, nelle due situazioni, venga declinato il presupposto analogo che si è ricordato prima: la mancanza di diritto. Anche gli occupanti abusivi di decine di immobili bitontini, peraltro spesso ottenuti (per usare un eufemismo) con furberia e prevaricazioni, “non avevano diritto” ad abitare quello spazio. Eppure, nei loro confronti non solo la pubblica opinione, ma anche le autorità competenti sembrano indulgere a forme di attenuazione della colpa e patteggiamento della pena. Prevale, nel caso degli irregolari bitontini, un senso di solidarietà superiore, dato dal fatto di sentirsi accomunati, se non dal legame di comunità, quanto meno da un’unica cittadinanza. E d’altronde, cos’è che rende così difficile arrivare ad un provvedimento di sfratto esecutivo, se non proprio il fatto che il diritto ad avere un tetto sulla testa è sancito da un principio costituzionale?

Ora, tutto questo – tutti questi caveat, queste remore morali, questi empiti di solidarietà, questi richiami costituzionali – nel caso dei migranti, spariscono. Dal momento che non sono cittadini italiani e che non li sentiamo “nostri”, vada pure a farsi benedire il diritto ad avere un tetto sulla testa. In questo caso, risorge improvvisamente la rivendicazione di proprietà di uno spazio “nostro”, con norme e titoli di accesso, che di converso, quando si parla di abusivi, sembrano farsi per la verità alquanto labili.

C’è, però, una conseguenza ancora peggiore di questa disparità. Una menzogna vera e propria, in nome e per conto della quale l’ingiustizia viene perpetrata. A questa menzogna si dà il nome di legalità. La legalità che presiede la politica degli spazi nelle città ai tempi del grilloleghismo, anche nella nostra città, concede agli uni quel che ad altri nega – e perciò essa contraddice se stessa, o quel che vorrebbe essere. 

Si ha un bel fare “ordinari controlli di routine” espellendo gli inermi, privi di garanzie costituzionali sulle quali potersi rivalere, quando con i “bulli” autoctoni la routine è fatta invece di compromessi e della buon vecchia regola del laissez faire. “Legalità”, in questo caso, non è nient’altro che “l’utile del più forte”, come diceva del “giusto” il Trasimaco della Repubblica platonica: la sanzione della brutale regola di vita, secondo cui si è forti contro i deboli e deboli contro i forti. Questa legalità su cui, anche alle nostre latitudini, si fanno titoloni di giornale, si arringano le folle ai comizi e si costruiscono persino intere amministrazioni comunali; questa legalità non è che l’altra faccia di un disinvolto cattivismo politico, freddo e calcolatore, che lascia fare il “lavoro sporco” alla polizia, per poi celebrare l’integrazione, l’accoglienza e i diritti in convegni e pubbliche manifestazioni. E peggio dei cattivi, ci sono solo i cattivi che vogliono fare i buoni. A maggior ragione se sono politici.