Abbaticchio iscrive Bitonto al populismo incravattato di 'Italia in Comune'

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia
04 giugno 2018
Photo Credits: BitontoTV

Abbaticchio iscrive Bitonto al populismo incravattato di 'Italia in Comune'

Oggi a Bari la presentazione regionale del Partito dei Sindaci inventato dall’ex-grillino Pizzarotti

Le cronache politiche nazionali, peraltro monopolizzate da ben altri temi nelle ultime settimane, l’hanno già ribattezzato “il partito di Pizzarotti” o “il partito dei Sindaci”. Ma per comprendere più a fondo la natura di “Italia in Comune”, che oggi, a Bari, celebra la sua convention di presentazione alla Puglia, bisogna provare ad allargare il quadro.

Nata ufficialmente solo da qualche settimana, la formazione “Italia in Comune” costituisce in realtà la concretizzazione di un percorso politico – quello del ribelle Sindaco di Parma, Federico Pizzarotti – che viene da lontano. Allo spirito democratico grillino della prima ora, critico nei confronti della torsione leaderistica che il Movimento avrebbe subito lungo la linea Grillo-DI Maio, essa unisce la rivendicazione delle buone prassi amministrative dei Comuni virtuosi d’Italia – a partire, s’intende, dalla Parma di Pizzarotti, tra l’altro Capitale Italiana della Cultura 2019. 

Ed è qui che entra in gioco Michele Abbaticchio. Che di “Italia in Comune”, accanto al Presidente Pizzarotti e al Coordinatore Nazionale (e Sindaco di Cerveteri) Alessio Pascucci, ambisce ad essere una delle teste di serie nazionali, e in particolare la figura di spicco per il Meridione. 

La dote di rappresentanza istituzionale che un Comune come Bitonto potrebbe portare al neonato partito non è indifferente. Ci sono innanzitutto le adesioni ufficiali dell’ex deputato grillino Francesco Cariello, in rotta con il MoVimento dopo essere stato estromesso dalla ricandidatura delle parlamentarie, e di Vincenzo Gesualdo, già assessore di Abbaticchio e uomo a lui molto vicino, che ha assunto la carica di coordinatore regionale di “Italia in Comune”. A questi nomi, tuttavia, potrebbero aggiungersene presto diversi altri: in primis, quello di Dino Ciminiello, consigliere comunale molto vicino a Cariello, recentemente uscito dal MoVimento e dichiaratosi indipendente proprio in seguito alle vicende che hanno riguardato quest’ultimo ; in secondo luogo, quelli di una serie di personalità comprese in liste civiche create dallo stesso Abbaticchio, o comunque legate alla sua esperienza amministrativa – le stesse che fino ad un anno fa sembravano trovare nel vicepresidente regionale Antonio Nunziante il loro catalizzatore naturale: dagli uomini di “Progetto Comune – Viviamo la Città” (Pasquale Castellano, Pino Maiorano, Gaetano De Palma), che non a caso da mesi continua a rimandare il suo Congresso, sino ai consiglieri comunali più direttamente dipendenti dall’influenza del Primo Cittadino: Emanuele Abbatantuono, Arcangelo Putignano, Maria Grazia Gesualdo (figlia del già citato Vincenzo), Veronica Visotti

La lista dei potenziali adepti bitontini di “Italia in Comune” è lunga e – cosa ancor più importante – trasversale rispetto agli schieramenti politici cittadini per come essi si presentano attualmente, potendo attingere tanto dai ranghi del civismo sprigionato dalla primavera elettorale del 2012, quanto da quelli del Movimento Cinque Stelle, sempre più laschi e precari per il malcontento suscitato dalla svolta accentratrice impressa da Di Maio.

Che cos’è, esattamente, un partito che riesce a raccogliere un’adesione così trasversale?

Se ne può avere un’idea abbastanza precisa già solo leggendo la Carta dei Valori di “Italia in Comune”. Ad animarla – come il nome stesso lascia presagire – è il principio della tutela del bene comune “al di là delle ideologie che muovono i vecchi apparati partitici tradizionali”, come recita la Carta, secondo un cliché che ha perso ormai ogni smalto di originalità.  Perché è in fondo questo il trait d’union tra grillismo e civismo (anche) abbaticchiano: la disinibizione post-ideologica, che si traduce in rifiuto del sistema dei partiti tout court, ovvero in un “realismo basato sulle idee, sulla creatività, sulla conoscenza e l’intelligenza collettiva”; il pragmatismo tipico del buon amministratore pubblico, insomma, il quale “applica il buonsenso e il buon governo laddove sono richiesti, ed entrambi non sono né di destra né di sinistra”. Un superamento degli schemi della politica tradizionale – si affretta a precisare il documento – che è però alternativo al populismo dilagante, e che se ne distingue per spirito costruttivo e capacità di proposta.

Due riflessioni si impongono, a tal proposito. In primo luogo, ovviamente “Italia in Comune” non si sottrae affatto a quella classificazione ideologica che, come ogni formazione politica nata nel torno degli ultimi anni, pretende di superare. Un rapido e smaliziato sguardo alla sua “tavola dei valori” – cittadinanza attiva, sussidiarietà, legalità, laicità – permette facilmente di identificare le coordinate di un’agenda politica di stampo liberale, tipica del neo-centrismo europeo che, a partire dagli anni Novanta, si è nascosto dietro vaghe etichette americaneggianti di “centro-sinistra”.

In secondo luogo, il fatto che “Italia in Comune” si dica – per mezzo delle parole della stessa Carta fondativa – “contro i populismi”, non può che far spuntare un sorriso. Perché il populismo, agli occhi di chi lo studi con attenzione, non è solamente quello che “si nutre della paura”, né un “raggruppamento di individui che hanno come fine un proprio e personale scopo”, come si dice ancora, con evidente riferimento polemico pizzarottiano nei confronti del modello grillino. C’è anche, in Europa e non solo (la mutuazione del modello dagli archetipi latinoamericani è oggetto di studi molto interessanti), un populismo “di sinistra”. Che non è un populismo anti-; e che non ripiega la funzione leaderistica nel senso di mero “personalismo”; ma che nondimeno rimane populismo. Ecco, “Italia in Comune” forse si avvia ad occupare questa casella.

Ci sono però almeno due caratteristiche che contrassegnano questa inconsueta via italiana al populismo. La prima è un forte senso di radicamento territoriale. Un localismo visto non come contrapposto, ma come correlato ad una forte vocazione europeista. “È questo il nostro momento – si legge ancora nella Carta – è il tempo delle città come motore di sviluppo delle nazioni e dell’Europa”. Molto distante dal laboratorio del municipalismo iberico, di cui non possiede l’afflato democratico, solidaristico ed egalitario, il civismo italiano è mediato dalla tradizione istituzionale dei Comuni – un unicum assoluto – che nelle comunità cittadine rintraccia non tanto fermenti di autogoverno, quanto modelli di prossimità istituzionale e di sussidiarietà economica.

La seconda peculiarità del Partito dei Sindaci, rispetto alla canonica fantasmagoria della disintermediazione populista, è il richiamo al principio di competenza. “L’Italia ha bisogno di guide esperte e competenti, mentre la politica ha bisogno di merito e di qualità”. Il realismo e il buonsenso degli amministratori sono prerogative di esperti, tecnici della materia. Anche per fare i populisti, insomma, ci vuole la laurea, anzi possibilmente un master in europrogettazione e gestione dei fondi comunitari.

Il civismo di Pizzarotti, Pascucci e Abbaticchio si candida così ad essere un populismo incravattato e dalle buone maniere, con tutte le carte in regola per festeggiare sotto le insegne dell’immancabile “cambiamento” l’ennesima controrivoluzione.