Minus inter Pares

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia
29 maggio 2018

Minus inter Pares

Nasce la federazione dei piccoli contro Abbaticchio. Per fare cosa?

Chiamarla “Federazione di centrosinistra”, dopo aver perso l’ultimo pezzo – e nonostante tutto, il più consistente: il Partito Democratico, passato alla fase di “opposizione costruttiva” all’Amministrazione Abbaticchio – sarebbe suonato oggettivamente pretenzioso. È caduta allora su Pares la scelta del nome della federazione di forze politiche che si candidano a volano della ricomposizione della tradizione progressista bitontina . Un nome, tuttavia, nient’affatto casuale. Perché se è abbastanza generica nel rimandare ad un comune principio di “equità” sociale, la sigla latina pares (“uguali”, “sullo stesso piano”) vuol essere tuttavia la malcelata indicazione dell’obiettivo polemico, il nemico da cui tutti gli aderenti si sentono accomunati: il primo cittadino Michele Abbaticchio, la cui ingombrante leadership è stata più volte accusata di incarnare un modello dispotico, da “re democratico”, piuttosto che da “primus inter pares”, appunto. 

Ne fanno parte tre realtà civiche – “Governare il futuro”, “Laboratorio” e “Insieme per la Città”, cassaforte, quest’ultima, del consenso personale del maggiore avversario di Abbaticchio nelle Amministrative di un anno fa, Lillino Sannicandro – nonché due piccoli partiti, la cui presenza nello scenario nazionale è per la verità segnalata ormai solo dalle richieste di versare loro il 2x1000 nelle dichiarazioni dei redditi: “Sinistra Italiana” (a sua volta indefinitamente sospesa all’inglobamento nel non fortunato scatolone di “Liberi e Uguali”) e “Partito Socialista”, che poche settimane fa ha celebrato in un congresso il passaggio dello scettro dal Matera senior al Matera junior. Cinque forze politiche nelle cui fila si contano, oggettivamente, molti più ex abbaticchiani delusi che giovani promesse della politica a venire. 

Cinque forze, inoltre, che se fino a questo momento in ogni comunicazione ufficiale reclamavano per sé il titolo di “unico vero centrosinistra di Bitonto”, oggi oggettivamente, dopo la diserzione del PD, si fatica a classificare nei termini della nomenclatura politica nazionale. Cinque forze “deboli”, in definitiva, che un anno fa raccolsero complessivamente seimila voti, circa il venti per cento del volume elettorale sviluppato dalle ultime Amministrative. Vale a dire: meno di un terzo del consenso registrato da Michele Abbaticchio in occasione della sua rielezione.

Non che le percentuali debbano costituire un motivo di delegittimazione, per carità. Dopotutto, nella storia le rivoluzioni sono state fatte sistematicamente da minoranze che assumevano di essere maggioranze. Ciononostante, non è forse la perdita di un rapporto diretto fra rappresentatività e iniziativa il segnale più eclatante della crisi politica di questi anni, a tutti i livelli, compreso quello cittadino?

Se questo è vero, una federazione politica che nasce in rappresentanza di un quinto dei votanti, escludendo l’unico partito vagamente “progressista” che di fatto – nonostante tutto –  esista in Italia, e ponendosi come alternativo all’unica leadership verso la quale la base bitontina di centrosinistra negli ultimi anni abbia manifestato un qualche entusiasmo, non può che far spuntare un sorriso. Se non altro, perché interpreta un modo di fare politica profondamente anacronistico e strutturalmente incapace di rispondere alle sfide della temperie populista, in cui siamo immersi; un modo di fare politica che, anziché osare la costruzione di una nuova egemonia politico-culturale, preferisce giocare di rimessa, blindando una rendita elettorale per la quale prima o poi qualcuno dovrà formulare una richiesta. 

Quale può essere, esattamente, nel 2018, l’obiettivo di un progetto di inclusione politica progressista che parte facendo a meno, in premessa, del Partito Democratico e del fermento civico fidelizzato da Abbaticchio (in qualunque modo ciò sia avvenuto)? Quale può essere, se non quello di apprezzare la propria quotazione in vista della composizione dell’ennesima futura “coalizione di centrosinistra”?

Se anche muove in direzione opposta al “dispotismo democratico” di Abbaticchio, allora, la mossa dei confederati non per questo sembra delineare i contorni di una leadership verosimile. È legittimo sospettare che la strategia di chi la propone sia quella non tanto di un “primus inter pares”, quanto di un “minus inter pares”.