Cosa avvenne prima e durante la Battaglia di Bitonto?

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Inchieste
23 maggio 2018

Cosa avvenne prima e durante la Battaglia di Bitonto?

La ricostruzione dello scontro tra Austriaci e Spagnoli del 1734. Uno snodo cruciale della storia moderna europea

Lodevol cosa invero, anzi necessaria, è lasciare ai posteri le memorie di fatti accaduti nella propria patria non men che nelle particolari case, affinché nel tempo avvenire abbian quelli la cognizione di quanto a’ loro antenati avvenne, e possano a’ discendenti narrarlo”. Inizia così una delle cronache più famose di Bitonto, che ha per argomento un evento storico che non è iperbolico definire di portata mondiale e che avvenne proprio nella nostra città. Come testimoniano le parole riportate, che provengono dall’opuscolo dell’abate bitontino Giovanni Battista Dello Jacono, testimone oculare ben informato dei fatti, sulla Battaglia di Bitonto, la conclusione di una guerra ben più lunga, che vide le grandi potenze europee spartirsi il potere temporale e la cui conseguenza più importante fu l’assegnazione del Regno di Napoli e Sicilia a Carlo III di Borbone.

Tutto inizia nel 1733. Il XVIII è un secolo fatto di politiche matrimoniali, calcoli serrati per aumentare il proprio territorio, scambi di favori per ingraziarsi gli alleati, guerre sanguinose per la lotta alla successione. Dopo la guerra di successione spagnola, che aveva portato Filippo V sul trono della Spagna, le potenze europee videro nella sede vacante del regno di Polonia l’occasione per dividersi questo ulteriore reame. In realtà il vero obiettivo delle mire espansionistiche della Spagna, sostenuta dalla Francia e dal ducato di Savoia, e dell’Austria, appoggiata dalla Russia e dalla Prussia, era proprio l’Italia, considerata ago della bilancia per gli equilibri di potere nell’Europa degli ancien régime di questo periodo.

La Spagna, intenzionata ad estendere il suo controllo sul Mediterraneo, voleva avere come vicina una nazione amica, anzi sotto la propria egemonia, ed era ancora scontenta per aver ceduto il territorio del Meridione italiano agli Austriaci qualche anno prima. Gli Asburgo erano invece impossibilitati a condurre una politica espansionistica di successo a est, pressata ormai dalla Russia che in quegli anni avviava il suo processo di occidentalizzazione, e aveva come unico sbocco territoriale possibile proprio il Sud d’Italia. Il casus belli che accese la miccia fu proprio la morte di Federico Augusto II, re della Polonia, che diede vita alla cosiddetta guerra di successione polacca.

Il pretendente al trono “legittimo” era Federico III, figlio del defunto re, nonostante ci fosse un altro principe polacco, Stanislao Leczinski, che aveva già tentato in passato di prendere la corona, ma non ci era riuscito perché più volte sconfitto dalla Russia, alleata austriaca. Alla morte di Federico Augusto II, Leczinski assunse il controllo del regno, ma solo per poco, destituito ancora dalla Russia, cosicché Federico III poté salire al trono. La sconfitta dell’Austria da parte di Carlo Emanuele III, comandante dell’esercito franco-spagnolo, in Lombardia, offrì l’occasione alla Spagna di tentare la ripresa del Regno di Napoli, ceduto nel 1707.

Filippo V incaricò suo figlio, l’infante Carlo di Borbone, duca di Parma e Piacenza, di andare alla conquista del Mezzogiorno, affiancato nella guida dell’esercito di 40 mila uomini da Giuseppe Carrillo de Albornoz, duca di Montemar. La grandezza di questo esercito sarebbe stata difficilmente arrestabile e giocò a favore degli Spagnoli l’incertezza con cui gli Austriaci si volsero a difendere Napoli. Famosa (ce la riporta anche l’opuscolo di Dello Jacono) la diatriba tra gli alti ufficiali austriaci, se concentrare tutti gli uomini a Napoli o fortificare le varie fortezze. Prevalse la seconda, ma anche la prima opzione avrebbe solo rallentato l’avanzata di Montemar.

 

La rievocazione dell'apparizione dell'Immacolata al generale Giuseppe Carrillo de Albornoz, duca di Montemar

 

Carlo entrò trionfalmente a Napoli il 10 maggio 1734, mentre il viceré austriaco Giulio Visconti abbandonava Napoli, cercando di armare al meglio le fortezze campane e pugliesi. Visconti si diresse verso Barletta prima, e poi, non sentendosi sicuro, a Bari, raggiunto dalle truppe ausiliarie giunte dalla Sicilia e sbarcate a Taranto sotto il comando del generale Taun. Da Bari Visconti poi partì per Vienna, lasciando tutto nelle mani del principe Antonio Pignatelli di Belmonte, nuovo comandante in campo dell’esercito austriaco. Montemar, che conduceva l’esercito spagnolo in Puglia, nel sentire delle nuove truppe siciliane volle far giungere da Napoli altri 4 mila soldati, raggiungendo così un discreto esercito di 13 mila soldati, di cui 5 mila circa erano cavalieri, a fronte invece dei 9 mila combattenti dell’esercito sotto il comando di Belmonte.

Ed è proprio Belmonte che decise di non posizionare l’accampamento dell’esercito austriaco a Bari, ma a Bitonto (22 maggio), per le migliori caratteristiche geografiche e morfologiche della nostra città. La Lama con le sponde del Tiflis assicurava almeno da un lato, quello meridionale, l’assenza di rischi di avanzamento del nemico e le forze austriache furono concentrate proprio sul lato nord-occidentale, con uno spiegamento di forze che andava dalla cosiddetta Via di Terlizzi alla badia di san Leone, dove si posizionò l’ala destra dell’esercito, con al centro il sobborgo di Valensvela, l’attuale piazza XXVI Maggio 1734. 

Che ruolo svolse la nostra città durante la battaglia? C’è da dire che prima del 1734 la nostra città non si aspettava affatto un tale sconvolgimento, né il fossato e le mura che circondavano la città, presidiata dal “castello”, la torre angioina vicino la Porta Baresana, sarebbero stati capaci di affrontare un lungo assedio. Con il sopraggiungere di Carlo III a Napoli, un gruppo di nobili, capeggiati dal principe Torella, avevano convinto il Governatore di Bitonto, Emanuele Gargano, ad acclamare il Re di Spagna, ma il conte Cesare De Ildaris ebbe il sopravvento, ottenendo dal Sindaco, don Camillo Regna, un Consiglio che revocasse la decisione presa in precedenza, sostenendo invece la fedeltà agli Austriaci. 

In realtà i bitontini furono più che altro spettatori passivi, in qualche modo vittime di entrambi gli schieramenti. Da una parte la cittadinanza fu obbligata a sostenere l’esercito austriaco fornendogli viveri (Dello Jacono lamenta di aver dato un’intera mandria di mucche al macello per dare la carne ai soldati) e i luoghi fortificati, per cui furono usati soprattutto i monasteri esterni alle mura. Ma anche gli Spagnoli non furono clementi con gli ulivi, i campi coltivati, i muretti a secco, e tutto fu tagliato e rimodellato a mo’ di trincee, non certo senza conseguenze per l’agricoltura.

Montemar, saputo del posizionamento a Bitonto dell’esercito, si diresse da Andria e Terlizzi verso Bitonto, raggiungendola il 24 maggio, nella cui sera ci furono i primi combattimenti, che però furono subito abbandonati per un forte acquazzone. Il giorno seguente, alle iniziali perdite spagnole, dovute al fuoco ininterrotto dei cannoni posizionati a san Leo e a Porta Robustina, poco evitabile per la mancanza di fortificazioni a coprire le milizie spagnole, seguì la carica all’attacco a cui Montemar spinse il suo esercito.

Gli spagnoli furono anche aiutati da un rinforzo di cavalleria che giunse da Andria e da Canosa, che diede man forte allo stanco e malandato corpo spagnolo. Inoltre la morte del colonnello Croce, comandante dei corazzieri austriaci, portò allo sbaraglio dell’intero battaglione. Ciò permise all’esercito spagnolo di aprirsi un varco dalla parte dell’ala destra degli austriaci, accerchiarti e presi alle spalle nell’area di Valensvela. Dopo nove ore di combattimento continuo, gli Spagnoli avevano vinto la battaglia, mettendo in fuga da Bitonto gli ufficiali austriaci, che si rifugiarono in parte a Palo o a Bari e in parte nella stessa città. 

Dopo la resa, che permetteva agli austriaci di ritirarsi con le armi e la cassa militare da Bitonto, Montemar si adirò per non aver ricevuto un’ambasciata dei cittadini bitontini e prese questo affronto come un segno della malcelata diffidenza verso gli spagnoli. Il generale spagnolo decise che all’alba dell’indomani, il 26 maggio, la città sarebbe stata messa al sacco dai soldati. E a nulla valse la rapida ambasceria con il Sindaco, che dovette tornare indietro annunciando la ventura catastrofe.

Ma il mattino del 26 maggio il sacco non ci fu e i soldati, ancora scalpitanti, furono pagati il doppio. La tradizione vuole che ci fu l’intervento della Vergine Immacolata a intercedere per il popolo bitontino (ne abbiamo parlato altrove). E ci sarebbero due documenti che l’accerterebbero, la testimonianza di un soldato spagnolo che assistette al miracolo, un certo Andrea Perez, e una lettera privata di Montemar stesso.  

A noi, invece, piace concludere con le parole di uno storico bitontino, Carmine Massarelli, che così commentava questi fatti, ormai caposaldi della fede mariana a Bitonto: “Non al credente, che nell’onnipotenza di Dio e nella capacità interceditrice di Maria ripone la speranza fiduciosa della propria salvezza, compete la prova, semmai allo storico, perché, da storico, possa affermare o negare”.

 

 

Fonti:
 
Michele Giorgio, La Battaglia di Bitonto nella storia italiana ed europea, Bitonto, 1984
 
C. Massarelli, G. Rella, V. Robles, Bitonto e la Battaglia del 25 Maggio 1734, Bitonto, 1981