Quando Giovanni XXIII visitò la Cattedrale di Bitonto

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Inchieste
11 aprile 2018

Quando Giovanni XXIII visitò la Cattedrale di Bitonto

Scoperta una lettera che cita l’arrivo del giovane Roncalli in città nel 1922

 “Eccellenza Reverendissima, Mi reco a doverosa premura di significare all’Eccellenza Vostra Reverendissima che il Santo Padre ha gradito in modo del tutto particolare l’album di belle fotografie della antica e gloriosa Cattedrale di Bitonto. […] Il Santo Padre ringrazia vivamente l’Eccellenza Vostra dell’omaggio, e fa voti che gli splendori dell’arte vetusta siano fonte perenne di spirituale elevazione per i fedeli tutti, e che questi, amando la bella Cattedrale, si sentano in essa maggiormente uniti al loro Vescovo e Pastore”. 

Queste parole sono state scritte in un documento particolare, una epistola che riguarda la nostra città e un personaggio importante della storia del secolo scorso: si tratta di Giovanni XXIII, il “papa buono”, pontefice che ha permesso la celebrazione del Concilio Vaticano II, che ha cambiato significativamente il volto della Chiesa, rendendola così come la conosciamo oggi.

La lettera è fonte di notevole interesse, perché fotografa un momento particolarissimo della vita non solo della diocesi di Bitonto-Ruvo, ma anche quella di papa Roncalli. La missiva è datata 4 dicembre 1961, emessa da Città del Vaticano, a firma del cardinale Angelo dell’Acqua, sostituto della Segreteria di Stato, ed è indirizzata all’allora vescovo di Bitonto, mons. Aurelio Marena

Marena, infatti, aveva inviato al papa in dono alcune fotografie della nostra Cattedrale, che era stata messa a nuovo proprio per volontà dell’ultimo vescovo bitontino. Era stato un momento favorevole per riportare all’antico splendore le mura interne (furono tolti gli ultimi imbarocchimenti e aggiunte murarie) ed esterne. La lettera dice espressamente che “Sua Santità, che potette ammirare personalmente la bella Cattedrale nel lontano 1922, ha ricordato con intimo godimento attraverso la magnifica e riuscita pubblicazione, quelle visioni imperiture di fede e di arte”. Un dono che ha permesso al papa di riallacciarsi anche solo idealmente con i luoghi che aveva visitato molti anni prima.

Perché Giovanni XXIII, allora solo mons. Angelo Roncalli (era già stato nominato prelato domestico), a 41 anni, era a Bitonto? È una domanda lecita, la cui risposta si ritrova nei primi passi da sacerdote e assistente pontificio del futuro papa. 

Sono anni convulsi, quelli del primo dopoguerra, in cui la vita del giovane Angelo Roncalli era particolarmente attiva. Dopo il periodo come segretario del vescovo di Bergamo, mons. Giacomo Radini-Tedeschi, e di insegnamento (in cui si era dimostrato un ottimo docente di storia ecclesiastica) al seminario diocesano, Roncalli diventò una figura eminente nella chiesa lombarda. Ciò gli permise di essere nominato presidente dell’Opera Pontificia della Propagazione della Fede, un’istituzione nata in Francia negli anni 20 dell’Ottocento. 

L’Opera si occupava di raccolta di fondi per le missioni e l’evangelizzazione in tutto il mondo, ma i francesi non avevano condotto al meglio il loro incarico, agevolando soprattutto le missioni in territori sotto il controllo francese. Un sistema in crisi, dunque, acuita ancor più dai sentimenti nazionalistici dei consigli di controllo di Lione e Parigi e dalle conseguenze della Prima Guerra Mondiale in Francia. 

Roncalli venne messo a capo di questa grande macchina nel 1921 (che riformò radicalmente con il motu proprio di Benedetto XV “Romanorum pontificum”, la cui redazione si è attribuito poi). Dopo un viaggio di alcuni mesi in Francia e in Germania per fare ricognizioni dello stato dell’Opera, dedicò la fine del 1921 e i primi mesi del 1922 per girare nelle diocesi italiane alla ricerca di fondi per le missioni. In questa occasione giunse anche a Bitonto, il cui ricordo affezionato ci è ben testimoniato dalla lettera. 

Una visita che si inserisce nei primi anni di attività pastorale per il giovane mons. Roncalli, che diventano il banco di prova in cui ebbe la possibilità di mettere all’opera quelli che saranno gli interventi e le idee del pontificato. Non sono solo i prodromi della sua carriera ecclesiastica, ma i germi per la sua futura opera nella Chiesa e per la sua santità.