L’ulivo che non secca

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia, Tracce di Bello
21 aprile 2018
Photo Credits: Archivio Fondazione don Tonino Bello

L’ulivo che non secca

Il messaggio etico-politico di don Tonino Bello, in occasione delle celebrazioni per il 25mo del dies natalis

Nel cimitero di Alessano, profondo Salento, c’è un ulivo che non secca. Fra le cappelle tinteggiate di nuovo in onore alla venuta del Papa e le aiuole decorate di primule e ciclamini, che profumano di cura e ospitalità, un ulivo prospera. Si avvita, discreto, cinto dall’abbraccio dell’anfiteatro che accoglie il viavai sobrio ma incessante di chi passa a pregare sulla tomba di “don Tonino Bello, Terziario francescano, Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi”. Sorprende, questo ulivo mite ma vivace, resistente ma docile, nel mezzo di una terra funestata dalla Xylella fastidiosa. Dice un’oasi di vita e di memoria, fregiato dai rosari, i messaggi, i fazzolettoni di quanti, contemplando sulla pietra della porta stretta l’epitaffio “In piedi, costruttori di pace”, hanno sentito il bisogno di rispondere con il proprio “eccomi”.

La forza di vita di quell’albero, che la malattia endemica non ha saputo spegnere, potrebbe consegnare per metonimia un’icona rassicurante del vescovo Bello, della sua presenza, della sua percezione da parte di chi lo ricorda e anche di chi, pur non avendolo conosciuto, oggi lo celebra per la sua testimonianza. L’ulivo, pianta umile. L’ulivo, simbolo di pace. 

Eppure questo quadro conciliante, che pure ispira l’atmosfera serafica del luogo in cui da venticinque anni riposano le spoglie del vescovo di Molfetta, mal si adatta a rendere testimonianza alla sua proposta, quando la si sia veramente letta, approfondita, meditata. Perché una cosa è dire che don Tonino è stato una testimonianza (del Vangelo, della pace, della carità…), un’altra è riconoscere che a lui bisogna rendere testimonianza.

In queste ore, in luogo del Bello teologo, censurato oggi non meno di quanto lo sia stato in vita, si celebra il don Tonino “pacifista”, oppure il “vescovo servo”, il “vescovo dei poveri”, o ancora, in riferimento alla sua eredità letteraria, il “vescovo poeta”. C’è un don Tonino, però, che fa fatica a entrare nei panegirici, più ancora dello stesso don Tonino teologo. È il Bello vescovo dei cattivi. Sì, dei cattivi. Perché don Tonino, a chi l’abbia letto e meditato davvero, non è mai apparso patrono degli ultimi, dei diseredati e dei sofferenti, più di quanto non lo fosse anche dei ladri, dei drogati, delle prostitute, degli assassini. 

E dalla loro parte, dalla parte dei cattivi, monsignor Bello lo è stato non solo e non innanzitutto per spirito di misericordia, consapevole, forse, che la parola del perdono è un balsamo sì, ma anche l’esercizio di un potere di giudizio. Don Tonino ha abitato la parte dei cattivi per dimostrare che non esiste nessuna parte dei cattivi. Per ribadire che nessuno nasce ladro, drogato, assassino o prostituta. Per confessare che l’agrimensura dell’umanità in classi di merito è un peccato che ogni giorno deve cogliere noi davanti allo specchio. E se in lui tale lucida consapevolezza era alimentata da una fede viscerale nella pervasiva bellezza del creato, nondimeno anche su un piano squisitamente laico è questa la scandalosa verità di cui si fa carico chi si impegna con la sua eredità.

Dovrebbe ricordarlo chi oggi lo intronizza, anche in questa città: città dell’ulivo smaniosa di immunizzarsi dalla malattia. Dovrebbe ricordare le parole che don Tonino, chiedendone lui il perdono, dedicò a “Massimo, ladro zingaro ammazzato”, morto in un conflitto a fuoco nel corso di una tentata rapina, seppellito senza che nessuno lo piangesse: “Prima che giustamente ti uccidesse il metronotte, ti aveva ingiustamente ucciso tutta la città. Questa città splendida e altera, generosa e contraddittoria. Che discrimina, che rifiuta, che non si scompone. Questa città dalla delega facile. Che pretende tutto dalle istituzioni. Che non si mobilita dalla base nel vedere tanta gente senza tetto, tanti giovani senza lavoro, tanti minori senza istruzione. Questa città che finge di ignorare la presenza, accanto a te che cadevi, di tre bambini che ti tenevano il sacco!” E così chiosava il vescovo: “Il ladro non sei solo tu. Siamo ladri anche noi perché prima ancora che della vita, ti abbiamo derubato della dignità di uomo. Perdonaci per l'indifferenza con la quale ti abbiamo visto vivere, morire e seppellire”.

Dovrebbe ricordare ancora, questa nostra città, “splendida e altera, generosa e contraddittoria” proprio come la Molfetta di don Tonino, questa nostra città che da mesi piange la morte di una vittima innocente per mano della criminalità, le parole pronunciate dal vescovo durante l’omelia per le esequie del sindaco Gianni Carnicella, freddato a fucilate nell’estate del 1992 da un impresario cui aveva negato il permesso per un concerto di Nino D’Angelo: “chi ha sparato non è un mostro, e neppure un pazzo e forse neppure un criminale nel senso classico del termine. Non è un mostro, ma un ‘nostro’! Un nostro concittadino, che, come ultima miccia, ha dato fuoco alle polveri di cui, almeno un granello, ce lo portiamo tutti nell’anima”. Perché ventisei anni fa, parlando del “malessere della città”, don Tonino parlava anche per noi oggi, del nostro malessere, “che, in modo spesso maldestro, vogliamo rimuovere dalla nostra coscienza e del quale facciamo fatica a prendere atto, forse perché troppo fieri del prestigio del nostro passato. Un malessere che si costruisce su impercettibili detriti di illegalità diffusa, sugli scarti umani relegati nelle periferie, sui frammenti di una sottocultura della prepotenza non sempre disorganica all’apparato ufficiale”. E non dovrebbe risuonare forse anche a Bitonto, oggi, la denuncia del “discorso sulla rete sommersa della piccola criminalità che germina all’ombra di un perbenismo di facciata, sulle connivenze col mondo della droga che ormai non risparmia nessun gonfalone, sui rigagnoli sporchi che inquinano le falde sane di una economia costruita dalla proverbiale laboriosità dei nostri antenati”?

Rendere testimonianza a don Tonino Bello, allora, perlomeno in una dimensione laica, deve avere innanzitutto il significato scomodo di negare a se stessi qualsivoglia assoluzione, di sapersi coinvolti, sempre e comunque, poiché la violenza che sfregia quanto è comunità non è appannaggio di “mostri”, ma “apre un discorso alla cui logica nessuno di noi può sottrarsi, dichiarando ipocritamente la sua estraneità”. Rendere testimonianza al bello della città vuol dire sentirsi dapprima responsabili del brutto che la deturpa.

Anche l’ulivo bello di Alessano, in questa prospettiva, acquista una nuova luce. Non è il superstite che occorre preservare, mentre si estirpa la malapianta intaccata dalla Xylella, perché non diffonda il contagio. È il simbolo che la malattia si può sconfiggere, che per ogni ulivo c’è speranza.

È un messaggio, questo, difficile da incorniciare in una cartolina commemorativa. Inquieta, disturba, guasta il perbenismo di chi è alla costante ricerca dello squallore di un nemico, che certifichi la propria purezza. Per questo c’è da augurarsi, proprio alla maniera “scomoda” di don Tonino, una memoria del “Vescovo dei Cattivi”: grande nel consolare gli afflitti, unico nell’“affliggere i consolati”.