Alla ricerca della speranza, don Tonino Bello a Bitonto

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Tracce di Bello
19 aprile 2018
Photo Credits: Lions

Alla ricerca della speranza, don Tonino Bello a Bitonto

Il ricordo di due conferenze tenute in città dal servo di Dio, tra gli anni 80 e 90

Homo sum: humani nihil a me alienum puto.
Terenzio, Heautontimorumenos (I, 1, 25)

Servi inutiles sumus; quod debuimus facere, fecimus.
Vangelo di Luca (17, 10)

 

 

Parlare di don Tonino Bello a venticinque anni dalla scomparsa, a poche ore dall’anniversario del dies natalis, occasione nella quale vedremo papa Francesco per la prima volta a Molfetta, non è cosa da poco. Si avverte, nel pensare a quest’uomo, la difficoltà di dover raccogliere in poche righe parole e azioni di un profeta della modernità, una figura che ha saputo davvero essere interprete della propria epoca. Un interprete lungimirante, che ha saputo esprimere parole attuali ancora oggi. 

Don Tonino certamente è riuscito a lasciare un segno concreto con pensiero ed esempio nella Chiesa contemporanea, facendo vibrare le corde del cuore di coloro che gli si accostavano, non solo per il suo stile fresco, giovane, fuori dagli schemi. Parlava di umano umanamente, non dall’alto della cattedra episcopale, ma fin dentro le esperienze concrete delle anime che gli erano state affidate o che incontrava per caso, scorgendo in ciascuno un volto irripetibile e divino. Bene riassumono il famoso motto di Terenzio e le parole di Cristo riportate nel Vangelo di Luca lo stile del vescovo di Molfetta: don Tonino ha improntato il suo episcopato all’insegna del servizio gratuito e illimitato (la Chiesa del grembiule), un servizio che vede nei poveri e negli emarginati il suo paradigma e il suo obiettivo, con al fianco sempre il sostegno della speranza evangelica.

E proprio “I segni della speranza” è anche il titolo di una raccolta di alcuni discorsi, tenuti da don Tonino in più occasioni, due dei quali anche a Bitonto, tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio dei ’90. Sono due occasioni distinte, organizzate dal Lions Club di Bitonto – Palo del Colle, la prima il 24 ottobre 1986 e la seconda durante la sera del venerdì santo del 1991, in una gremita chiesa di Santa Maria del Carmine. Relazioni che, seppur non contengano parole inedite del vescovo salentino, riassumono in realtà tutta la sua persona e tutto il suo pensiero, che prima di tutto voleva farsi latore, appunto, di speranza. 

“Valori e disvalori: segni della speranza” era il tiolo della prima delle due conferenze a cui don Tonino partecipò, in cui si fa riconoscere attento lettore della modernità, anche nella sua vena “filosofica”, di cui nomina idee ed interpreti. Tutto questo senza citare Cristo, se non alla fine e di scorcio. Nell’andare oltre i limiti consueti della religione e della fede, don Tonino non va per il sottile, tratta argomenti complessi, incresciosi, perché mettono in crisi e portano alla critica, che non lasciano indifferenti ed interpellano ciascuno ad una riflessione che non può esimersi dall’impegno di cui è invitato a farsi carico.

Questo primo intervento si incentra sulla direzione che la società moderna stava prendendo. Don Tonino parla di alcuni “shock”, che portano l’uomo ad allontanarsi verso la sua Samarra, una città ideale che diventa la meta della fuga dall’incontro con la Morte (che però è ad attenderlo proprio a Samarra). Ci sono vari pericoli che portano l’uomo a fuggire: l’impoverimento progressivo dei poveri, la minaccia atomica, cioè una società dominata dal razionalismo delle macchine, la minaccia del degrado ecologico, cioè la sempre più inesorabile fine della Terra come l’abbiamo conosciuta sin ora. 

I mezzi con cui l’uomo moderno scappa dinanzi a questi spiragli di morte sono diversi: il “progetto radicale”, la negazione della morale così come è stata elaborata dalla società per “rompere le scatole e liberare i desideri”, in un’ottica puramente edonistica. Ma anche invalso mezzo è il “progetto nichilista”, che promuove una società priva di senso e di centro, nel “rifiuto di ogni assoluto”, e il “progetto cibernetico o informatico”, con macchine che riescono a sostituire in tutto e per tutto l’uomo, “in cui nulla è lasciato al caso, alla fantasia, all’amore, all’invenzione, all’estro, alla poesia”

Questi “progetti” rivelano la loro fallacia di fronte a modi diversi di pensare, che don Tonino ricostruisce attorno al pensiero di Emanuel Levinas, uno dei “cartelli di segno contrario” sulla via che ci porta alla morte: “oggi ci sono fortunatamente segni di inversione di tendenze in questo senso: la pace, l’anelito alla felicità, la giustizia, la gratuità, il volontariato, la scelta degli ultimi: sono tutti elementi che, se noi cristiani diventassimo più limpidi e autentici, accelererebbero la ricomposizione di un nuovo senso etico”

E quindi entra in gioco “l’etica del volto” di Levinas, in cui “scoprire il volto significa liberarlo, accarezzarlo, là dove la carezza non è mai un prendere per portare a sé, ma è solo un dare; è lo spostamento del baricentro della propria vita” e con Martin Buber don Tonino conclude “a partire dal volto umano si apre lo spiraglio per Dio”. Davanti a Samarra, che non riesce ad essere la panacea dei nostri mali, don Tonino ci invita ad “aprire gli occhi, perché ci sono cartelli stradali che ci indicano inversione di marcia o, probabilmente, uno svincolo che ci porterà veramente alla liberazione, alla libertà, alla luce. Guardate alla vita con maggiore ottimismo!”

L’altro incontro, ben più denso anche per la sua data, intitolato “La lavanda dei piedi al fratello”, è in realtà una summa di tutto il pensiero pastorale del vescovo salentino. Partendo dalla distinzione tra Basilica minore, quella fatta di pietra, e quella maggiore, quella “fatta di carne, l’uomo insomma”, don Tonino pone il centro della meditazione proprio sul mistero pasquale riassunto nel racconto di Giovanni della lavanda dei piedi. Pochi verbi (“Gesù si alzò da tavola, depose le vesti, poi si mise a lavare i piedi degli apostoli e dopo si mise a sedere e cominciò a parlare”) sintetizzano tutta l’esistenza di Cristo e della Passione stessa. “Alzarsi da tavola” diventa l’invito al cristiano a “lasciare il tepore della siesta, fare qualcosa, entrare nel vivo dell’esistenza, dove si giocano i destini dell’umanità, coinvolgersi con i problemi gente, del popolo, della storia”. Deporre le vesti è “deporre la nostra alterigia, la nostra superbia, i nostri schemi, le nostre vedute; deporre un po’ tutto questo magazzino, questo guardaroba di cose che ci siamo messi addosso”. 

Di fronte ai condizionamenti culturali e ambientali, che derivano anche dalla Chiesa, don Tonino fa l’esempio di Giuda, figura che di solito i cristiani tendono a dimenticare, che rappresenta il fallito, un po’ per colpa sua e un po’ per i condizionamenti. E l’unica cosa che si riesce a guardare è proprio il tradimento, rappresentato dal bacio: “quelle di Giuda sono labbra scomode per tutti, se non altro perché stanno a ricordarci che anche noi ci poniamo sulla bocca la possibilità di dare ogni giorno un bacio infame del genere. I suoi piedi, invece, benché sospesi nel vuoto di un crepaccio, non destano emozioni, provocano solo ribrezzo”. È l’elemento su cui don Tonino invita a riflettere: “sui piedi di questi fratelli, con divieto assoluto di sollevare lo sguardo al di sopra dei loro polpacci, noi protagonisti di tradimenti al dettaglio e all’ingrosso, abbiamo l’obbligo di versare l’acqua tiepida della preghiera e dell’accoglienza e dell’accredito generoso di mille possibilità. […] Ringraziamo il Signore perché ci fa sostituire il cappio della disperazione che stringe la gola con il cappio di un asciugamano che stringe i fianchi con la speranza”.  

Ma per poter sedersi a tavola e parlare Gesù ha prima lavato i piedi. Il servizio, dunque, è l’estremo impegno del cristiano per don Tonino: “Dobbiamo chiedere al Signore la tenerezza delle nostre mani perché quando laviamo i piedi dei poveri, alla gente, lo facciamo disinteressatamente, senza calcoli”. Solo così si compie la Scrittura, “di gloria e di onore hai coronato l’uomo” (Sal 8). In questo è anche “la grande scoperta che dobbiamo fare. Capite, allora, dove si lega il nostro rifiuto delle guerre, delle violenze; noi non possiamo essere violenti”, perché “ogni delitto che noi facciamo nei confronti dell’uomo è un delitto di lesa maestà a Dio”.  

 

Fonti:

a cura di M. Giorgio, A. Bello, I segni della speranza, Palo del Colle, The International Association of Lions Clubs, 1995 

 

Si ringrazia il professore Michele Giorgio