Pirandello chiude la stagione del Traetta: Enrico Lo Verso in 'Uno, Nessuno e Centomila'

Alessandra Savino
di Alessandra Savino
Cultura e Spettacoli
26 marzo 2018
Photo Credits: Igino Ceremigna - City Journal

Pirandello chiude la stagione del Traetta: Enrico Lo Verso in 'Uno, Nessuno e Centomila'

La recensione dello spettacolo a cura di Alessandra Savino

Un attore non è mai solo sul palcoscenico, sente l’energia e la collaborazione degli altri. Ho trovato un pubblico bellissimo con cui mi sono permesso di provare cose nuove, mi sono divertito. Questo spettacolo non è mai uguale, ogni volta è un’emozione diversa che cambia a seconda del pubblico. Questo è un lavoro fatto di viaggi, tensioni, fatica, a volte si litiga, però poi si fa pace, si apre il sipario e tutto deve funzionare”. Così Enrico Lo Verso ha descritto l’atmosfera creatasi all’interno del Teatro Traetta di Bitonto, sabato 24 marzo, durante la sua interpretazione di “Uno, Nessuno e Centomila”. Adattamento teatrale del più celebre, nonché più “amaro”, così come lo definiva lo stesso drammaturgo siciliano, dei romanzi pirandelliani, curato da Alessandra Pizzi, regista dello stesso spettacolo. 

“Un” solo testo, “nessuna” replica uguale e “centomila” interpretazioni differenti da parte di Lo Verso. Una scomposizione che ben rispecchia l’intento narrativo di Pirandello, nonché della messinscena proposta dalla Pizzi, destinata a mutare in ciascun contesto a seconda dell’alchimia creatasi con chi siede in platea. Non a caso l’allestimento dello spazio, minimale ma allo stesso tempo evocativo, lascia libero lo spettatore di riempire la scena di tutto ciò che la voce del protagonista gli suggerisce. A sormontare il palco del Traetta, sospese dall’alto, diverse cornici inclinate, metafora delle molteplici immagini in cui l’uomo perde la sua vera identità, richiamo di quello specchio in cui Vitangelo Moscarda scopre un dettaglio insignificante ma che lo porta a mettere in discussione la sua intera vita. 

Sulla scena solo due semplici parallelepipedi bianchi, su cui di tanto i tanto il protagonista siede abbandonandosi a domande e riflessioni, bianchi come il suo costume. Un paio di pantaloni, un camice e piedi nudi, abbigliamento che rimanda inevitabilmente alla fotografia di un uomo vittima della sua pazzia, destinato ad essere “rinchiuso”. Il pubblico è trasportato quasi in una seduta psichiatrica in cui a porre domande e fornire risposte è sempre lo stesso personaggio che vive crisi d’identità, evocate dall’effetto sonoro dello sdoppiamento della voce di Lo Verso. L’attore palermitano, infatti, si fa interprete non solo di Vitangelo Moscarda, ma anche di sua moglie Dida, responsabile dei tormenti interiori del marito, Quartorzo e Firbo, amministratori della banca che il protagonista ha ereditato da suo padre, nonché la signorina Anna Rosa. 

Un racconto nato nella mente di Pirandello già nei primi del Novecento ma che non smette ancora oggi di essere considerato portatore di un messaggio universale attraverso la riflessione di un uomo “senza tempo”. Un romanzo che, scritto in forma di monologo, ben si presta ad essere tradotto in un testo teatrale affidato all’interpretazione di un attore come Lo Verso. Quest’ultimo, pur abbandonando gli arcaismi della stesura originale dell’opera pirandelliana, si avvale di un linguaggio moderno ma non privo di un’accentuata cadenza siciliana.  

La chiave di lettura di Alessandra Pizzi, d’altra parte, si focalizza sul rapporto tra parola e suono all’interno dello spazio scenico sfruttandone la funzione descrittiva, nonché evocativa. Uno spettacolo che induce di continuo lo spettatore a riflettere attraverso interrogativi che il protagonista pone rivolgendosi alla platea, con la quale stabilisce un rapporto empatico che, a sua volta determina le successive azioni sceniche. E’ il monologo di un uomo del nostro tempo alla continua ricerca di conferme sulla propria identità. 

Un’identità che scopre diversa dalle immagini che gli altri hanno costruito di lui, a partire dalla marionetta Gengè forgiata da sua moglie Dida e nella quale egli non si riconosce affatto. Inevitabile la critica verso la società contemporanea che, esattamente come cento anni fa, tende alla distruzione della specificità dell’individuo. Lo spettacolo, tuttavia, non a caso vincitore del Premio Franco Enriquez per la migliore interpretazione e regia, propone un epilogo positivo dimostrando, con slanci d’ironia, che chiunque ha la possibilità di ritrovare se stesso.