Magro vuol dire bello?

Federica Monte
di Federica Monte
Cronaca
08 marzo 2018
Photo Credits: Lisa Fioriello

Magro vuol dire bello?

Qualche riflessione sulla pubblicità di un centro estetico apparsa in città

Da qualche giorno tra le strade di Bitonto, un paio di vistosissimi 6x3 catturano l’attenzione dei passanti. Un centro estetico ha deciso di pubblicizzare un programma di dimagrimento con il volto e il corpo di una bellissima e formosa donna, con accanto una scritta che recita “quest’anno dimagrisco anche io”

La prepotenza visiva della campagna pubblicitaria, la congiunzione “anche” e la prima persona “io” lasciano intendere che la ragazza in questione e quindi tutte le ragazze simili, da quest’anno, potranno - e dovranno! - finalmente dimagrire. Ma questa donna ha davvero bisogno di perdere peso?

In un giorno come oggi, in cui ricorre il diciannovesimo anniversario della Giornata Internazionale della Donna, dopo tutte le lotte femministe e non, servite a mettere in discussione gli stereotipi che hanno trasformato in frivolo e leggero l’universo femminile, la vicenda, forse, merita qualche riflessione. 

Questo manifesto racchiude in sé una serie di cliché: evidentemente per alcuni è ancora valida l’equazione bellezza=magrezza e per veicolare l’idea del dimagrimento occorre far riferimento ad un topos di donna formosa, suggerendo l’idea che un centro benessere possa essere la soluzione alle sirene della bilancia.

Il punto è: chi è che decide cosa è bello? La moda degli anni ’90 ha trasmesso il concetto che bello fosse sinonimo di magro, laddove magro voleva, a volte, poter dire indossare una taglia 38-40. Da allora questa convinzione si è radicata in una presuntuosa convenzione che ha legittimato una narrazione del bello drogata e lontana dal quotidiano. Il fascino caldo, prorompente e sinuoso del mediterraneo è stato immolato sull’altare di Milano, Parigi, New York. 

Lo dimostra il processo creativo che sta dietro la campagna. Al di là dello slogan, è interessante soffermarsi sulla foto utilizzata: basta una semplice ricerca su shutterstock.com, per scoprire che la donna degli stampati è una modella dell’est, più magra, a cui sono stati goffamente aggiunti diversi chili con Photoshop.

 

Alla fine, la questione è qualitativa, non quantitativa. Il focus della discussione non è quanti chili sarebbe dovuta pesare quella donna. Perché se il discorso fosse solo questo, tutti diventerebbero osservatori complici dell’inganno. Bisogna rifiutare il meccanismo quantitativo in quanto tale, che, nel caso specifico rende davvero poco credibile e discriminatoria la campagna.  

La scelta del modello curvy in realtà dimostra l’inconsistenza del messaggio del dimagrimento estetico tout court. La modella curvy è rivoluzionaria perché dimostra la falsità e l’ipocrisia di un meccanismo che vede nella quantità dei chili posseduti l’elisir della bellezza. La scelta della modella curvy ci rivela l’idea stessa che il dimagrimento estetico è una costruzione posticcia, un artificio inventato dal mercato.

Basti pensare alla modella Ashley Graham, un metro e 75 per più di 77 chili e un portfolio con Lane Bryant, AdditionElle, Swimsuitsforal e copertine di Elle Quebec, Vogue e Glamour. E ancora l’americana  Robyn Lawley - taglia 46 che ha collaborato con Ralph LaurenElena Miro e Marina Rinaldi – e l’orgoglio curvy italiano Elisa D’Ospina, bellezza tutta mediterranea autrice anche per Il Fatto Quotidiano.

Del resto l’idea di bellezza - classicamente intesa - risiede nell’idea di proporzione, armonia, simmetria, il che non implica l’assenza di forme, anzi il loro equilibrio, la loro eleganza. Così come il rinascimento italiano, è tutto segnato da una corrente di pensiero che riconosce alla donna bellezza in presenza di fianchi pieni e seni generosi.