La storia di Francesco Curci, il 'finanziere' di Bitonto

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Inchieste
16 marzo 2018

La storia di Francesco Curci, il 'finanziere' di Bitonto

Il delegato statale fu ucciso dalla folla per dei fuochi d'artificio. Una delle pagine più oscure della storia cittadina

È tale e tanta l’impressione riportata dai fatti che abbiamo avuto cura di sapere personalmente, che ogni parola riuscirebbe inferiore a descrivere l’orrore destato in noi. […] È perciò che Noi invochiamo dall’autorità superiore, in vista di tali orribili conseguenze, l’assoluta soppressione di ogni e qualsiasi processione, sia per rispetto della Legge, sia per altre ragioni di ordine pubblico”. Sono parole assai forti, quasi estreme (e certo non risolutrici), quelle che Il Corriere delle Puglie del 12 dicembre 1893 rivolgeva su un fatto increscioso avvenuto nella nostra città. Sembra un evento superato e lontano nel tempo, ma non sono in pochi a conoscerlo, anche se senz’altro una certa damnatio memoriae è intervenuta a tentare di frenarne la diffusione. Ma in all’epoca Bitonto fu nota davvero in tutta Italia per la macabra morte di Federico Curci, meglio conosciuto come “il finanziere”, il cui decesso è legato al sequestro dei fuochi d’artificio che dovevano essere usati al termine della processione dell’Immacolata del 10 dicembre 1893.

Tutto iniziò l’8 dicembre del 1893, giorno in cui la processione, come da tradizione, doveva uscire dalla Cattedrale per percorrere le viuzze del centro antico. Tuttavia quel giorno la pioggia impedì lo svolgersi del rito, con lo slittamento alla domenica successiva, il 10 dicembre, della festa in onore della Vergine. Qui entra in gioco Francesco Curci, il “verificatore addetto alla sorveglianza sulle tasse di fabbricazione”, che pretese che l’Arciconfraternita pagasse per la seconda volta la tassa e, in via precauzionale, aveva fatto sequestrare i botti che avrebbero concluso la processione fino alla chiesa di san Gaetano.

Nonostante il diverbio con il sindaco dell’epoca, Pasquale Cioffrese, i fuochi d’artificio furono depositati nella sede succursale dell’Ufficio di Polizia Urbana in Piazza Cavour, ove ora ha sede l’attuale Comitato Feste Patronali. Il sequestro ovviamente suscitò malcontento tra i devoti e la mancanza di questo ultimo momento di festeggiamenti fu percepita come un atto di strapotere, che andava ad intaccare una tradizione intoccabile come quella della processione. In realtà nell’articolo già citato de Il Corriere delle Puglie si menzionava un altro evento, quando nel 1868 il tentativo di cambiare il tragitto usuale della processione, per via del recente rifacimento di una strada, fu malamente accolto e “poco mancò che l’appaltatore del lastricamento non fosse vittima di un brutale attentato della folla”.

È evidente dunque che ci troviamo in un momento delicatissimo della storia della nostra città, dove lo strato più basso della popolazione, infervorato da una situazione economico-politica non certo delle migliori, diventa suscettibile ad ogni singolo elemento disturbante che diventa una vera e propria miccia per una catastrofe. Ed è proprio da questo strato sociale che vengono coloro che poi furono individuati come responsabili della fine di Curci, ovvero Gaetano Vitariello, un facchino trentenne, detto “Gamme Torte”, e Gaetano Bonasia, un carrettiere appena ventenne, detto “Cache u cane”.

Durante la processione, “Gamme Torte” e i suoi compagni, probabilmente annebbiati dal vino, prima aggredirono il pirotecnico che era stato costretto a cedere i fuochi pirotecnici al finanziere, Saverio Pantaleo. In seguito nel pomeriggio si recarono nell’ufficio succursale della Polizia Urbana chiedendo a gran voce, sostenuti anche dalla folla lì accorsa per la processione in arrivo a san Gaetano, la restituzione dei botti. Il comandante dei Vigili riuscì, facendosi largo tra la ressa ed entrando nell’Ufficio, a farsi restituire tutto l’apparato dei botti che vennero montati da Pantaleo e poi accesi. Ma alcuni dei fuochi finali erano stati sottratti da Pantaleo prima del sequestro e ciò diventa il pretesto per una vera e propria agitazione di popolo.

Mentre Gaetano Vitariello e i suoi andavano alla ricerca di fucili per poter entrare nell’ufficio dei vigili, secondo gli atti processuali, un forestiero capitato a Bitonto, detto “lo sparlatore”, deluso per non essere stato ricevuto dal Sindaco a cui voleva proporre progetti per la pubblica illuminazione, sarebbe stato il primo a gridare “abbasso il governo ladro, abbasso i signori!”. La folla, armata di sassi, iniziò a colpire i carabinieri accorsi all’ufficio dei Vigili, dove un brigadiere rimase ferito. La reazione sconsiderata dei carabinieri, che spararono all’impazzata per sedare la folla, portò alla morte anche di un contadino, Vincenzo Barone, che gli ufficiali pensavano volesse introdursi nell’ufficio.

Il tumulto, in parte sedato da alcune figure di spicco nella città, come Vincenzo Rogadeo, senatore del Regno, non sembrò soddisfare Gaetano Vitariello. Insieme alla sua banda, mentre i feriti venivano soccorsi e portati all’ospedale cittadino, volle organizzare un’azione punitiva contro il finanziere. Abbattuta la porta dell’ufficio con un tirante apprestato per un successivo gioco di equilibrismo, il gruppo, circondato dalla folla, riuscì a introdursi nel luogo in cui il finanziere si era nascosto sino a quel momento, dove fu fortemente aggredito. La lampada a petrolio cadde sul malcapitato, i cui vestiti furono investiti dalle fiamme. Tardi arrivarono i soccorsi, che non poterono fare altro che potare fuori Curci, ormai in fin di vita, e attendere la sua morte che avvenne di lì a poche ore.

Il processo contro gli esecutori del grave gesto fu celebrato nel febbraio del 1895 a Trani, dove i nove responsabili furono condannati a 120 anni complessivi di reclusione. Alcuni, come “Gamme Torte”, morirono negli stabilimenti di detenzione, altri, come Gaetano Bonasia, sopravvissero alle condanne, portandosi dietro l’infamia dell’atto.

Non possiamo che essere d’accordo con il prof. Nicola Pice, attuale presidente del Comitato Feste Patronali di Bitonto, quando commenta così questo evento: “In fondo si trattò di un triste fatto di esagitazione fanatica, però paradigmatico del dramma vissuto dalle popolazioni più immiserite del Mezzogiorno nel passaggio dal regno borbonico allo Stato nazionale in un contesto sociale rimasto sotto il peso schiacciante di un’eredità storica non ancora scalfita”. Un’identità che siamo fortemente invitati a non trascurare, perché non diventi indifferente bestialità.

 

Fonti:

Antonio Castellano, Cento anni fa: il finanziere, 1993, Bitonto