Contro il DASPO urbano

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Cronaca, Esperia
27 marzo 2018

Contro il DASPO urbano

Come si traccia la differenza tra politiche urbane di sinistra e para-fascismi del 'decoro'

In copertina: Bansky, Whitewashing Lascaux, London 2008

 

Vorrei tessere un elogio

Della sporcizia, della miseria, della droga e del suicidio:

io privilegiato poeta marxista

che ha strumenti e armi ideologiche per combattere,

e abbastanza moralismo per condannare il puro atto di scandalo,

io, profondamente perbene,

faccio questo elogio, perché, la droga, lo schifo, la rabbia,

il suicidio, 

sono, con la religione, la sola speranza rimasta:

contestazione pura e azione

su cui si misura l’enorme torto del mondo […].

 

Pier Paolo Pasolini, Poeta delle ceneri (in Bestemmia, Poesie disperse II)

 

 

Era solo questione di tempo prima che qualcuno la tirasse fuori. Alla fine la proposta, nero su bianco, è arrivata anche a Bitonto. In un articolo apparso ieri sul quotidiano cittadino DaBitonto, dal titolo “Daspo urbano contro ubriachi, parcheggiatori abusivi e spacciatori. Perché a Bitonto non è stato ancora applicato?“, si propone esplicitamente che il Comune adotti lo strumento del Daspo Urbano, introdotto dal cosiddetto “Decreto Minniti” circa un anno fa.

Come evidenziato nell’articolo, si tratta di un provvedimento che, in analogia con quanto già stabilito per i facinorosi negli stadi, prevede che il Sindaco possa emettere “un ordine di allontanamento nei confronti di chiunque, in violazione dei divieti di stazionamento o di occupazione di spazi "ivi previsti’, limita la libera accessibilità e fruizione di infrastrutture” nonché di “aree urbane su cui insistono musei, aree e parchi archeologici, complessi monumentali o altri istituti e luoghi della cultura interessati da consistenti flussi turistici”. In pratica, ad essere potenzialmente destinatari di un Daspo Urbano sarebbero – si legge ancora nell’articolo – “writers […], mendicanti che sostano in alcune zone della città, ubriachi, ambulanti senza autorizzazione, parcheggiatori abusivi. Può poi essere allontanato chi ha precedenti per spaccio o consumo di alcol e droghe […] E, più in generale, può essere punito chi compie «atti contrari alla pubblica decenza»”. “Diciamo – conclude il pezzo – che così eviteremmo di vedere chi imbratta, deturpa, ci rovina le giornate, gironzolare allegramente per una città che sta cercando di rimettersi in sesto”.

A margine di questo florilegio di “cose meravigliose” (sic!), la cui validità sarebbe attestata dall’avvenuta adozione da parte di numerose città italiane, sia consentito abbozzare qualche precisazione sulla natura del dispositivo e qualche considerazione.

In primo luogo, occorre far notare che il Daspo è una misura preventiva: essa, cioè, per definizione, si esercita nei confronti di qualcuno che non ha compiuto alcun reato (nel qual caso esistono già esaustive leggi penali a tutela del patrimonio e delle persone), ma che è supposto verosimilmente poterlo compiere. In tal modo, il Daspo in sostanza estende l’area della “delinquenza” formale oltre il reato vero e proprio, includendovi una serie di pratiche o comportamenti che, pur non violando alcuna legge specifica, incontrano la riprovazione sociale o ledono un non meglio precisato principio di decenza o decoro.

L’obiettivo che la misura del Daspo Urbano si propone è, infatti, quello di una battaglia contro il cosiddetto “degrado delle città”, fumosa maxi-categoria all’interno della quale è possibile far confluire una serie di comportamenti che, per quanto non illegali, come si è detto, possono essere considerati a vario titolo devianti o semplicemente sconvenienti. Nel microcosmo bitontino, che notoriamente non pullula di stazioni assediate da orde di clochard, la figura tipo di colui che – nelle parole del collega – “ci rovina le giornate”, potrebbe essere ad esempio il rom o il migrante che rovista nel cassonetto, l’accattone che chiede gli spiccioli sull’uscio di bar, supermercati e chiese, lo squilibrato molesto che si aggira per le piazze, o – molto più difficilmente, perché è evidente che sussistendo un’ipotesi di reato le forze dell’ordine avrebbero tutto l’interesse di provare a coglierlo sul fatto – il pregiudicato che, seduto su uno scooter in Piazza Isabella d’Aragona, a due passi da un bidone dell’organico nel quale nasconde sigarette di contrabbando, fosse sospettato tediare la pubblica quiete del mercato.

 

Maupal, Il Papa gioca a Tris, Roma 2016

 

In verità, a suscitare le più forti perplessità è proprio l’ambiguità del concetto di “decoro urbano” e di quello di “degrado”, che ne costituirebbe il rovescio. Non si tratta, peraltro, di mere fisime di chi scrive. Esiste anzi una nutrita letteratura scientifica che affronta le riserve qui accennate. Al di là della dura presa di posizione contro il Daspo Urbano da parte dell’Associazione Antigone, una giovane mediologa ha pubblicato recentemente un testo che affronta nello specifico, da una prospettiva sociologica, tutti i retroscena dei dispositivi securitari condotti “in nome del decoro”, come recita appunto il titolo dell’opera, peraltro vincitrice del concorso “Building Apulia per scrittori emergenti – ed. 2016” (Pisanello 2017).

In merito all’ambiguità del “decoro”, che un provvedimento come il Daspo si incaricherebbe di tutelare, Pisanello fa notare che “Spetta a questo tipo di ordinanze la decisione di quali siano i discorsi e le pratiche autorizzate affinché l’ordine e la convivenza possano essere garantiti. Eppure ciò che viene normato allo scopo di garantire una convivenza pacifica, sembra non essere una gestione dello spazio pubblico con una prospettiva di creazione e coesione comunitaria, ma al contrario la tutela degli interessi particolari sullo spazio pubblico. I concetti di ‘sicurezza’ e ‘decoro’ si coniugano e si confondono, allo scopo di tracciare una linea che divide i cittadini perbene da quelli ‘permale’ ovvero coloro che per la loro condizione economica, etnica o per il loro stile di vita non sono funzionali alla valorizzazione dello spazio pubblico e per questo devono essere respinti” (Pisanello 2017, 41).

La vera e propria “ideologia del decoro” (De Giorgi 2015) è in definitiva un dispositivo di divisione e normalizzazione sociale, che declassa a devianza colpevole il disagio di chi, per le ragioni più diverse, vive in condizioni di esclusione sociale: “L’istituzione del problema del degrado e la conseguente violazione del campo del decoro, rende possibile isolare e colpevolizzare quei comportamenti che non arrecano un danno materiale, ma vengono considerati un problema a livello percettivo e sociale” (Pisanello 2017, 42).

Il Daspo Urbano, che qualcuno vorrebbe magnificare, in definitiva, è una proposta che si fatica a non definire – per quanto l’attributo sia oggi spesso abusato – fascista. Fascista è l’ideologia della disciplina, dell’ordine e della idealizzazione formale (Gestaltung) che la sostiene (Lacoue-Labarthe 2001; 2011); fascista è il dispositivo di repressione che essa prevede; fascista è la cultura della paura e del sospetto che asseconda e, al tempo stesso, alimenta.

Da questo punto di vista, non deve certo stupire che si tratti di un’idea che incontra un vasto consenso sociale. L’alimentazione del consenso al prezzo di odio e paura sociale, dopotutto, è forse la definizione più tipica del fascismo. E anche su questo versante non mancano motivi di interesse per l’analisi della situazione bitontina. Un ultimo aspetto che Pisanello mette in rilievo, infatti, e che ben si addice al caso di specie bitontino, è la complicità del discorso mediatico e del “sentiment” costruito dai social media con l’ideologia securitaria sottesa al principio di decoro urbano. 

Bansky, No Ball Games, Los Angeles 2006

 

Come scrive Giuliano Santoro nella prefazione al libro, “non esiste discorso sul decoro che non evochi e sussuma, in maniera strumentale, la retorica della partecipazione”. Aggiunge il giornalista: “il gioco di sponda tra le campagne xenofobe della tv del pomeriggio e l’uso disinvolto del Web 2.0 consente di portare l’attacco agli spazi pubblici, e a chi questi spazi cerca di viverli, non senza conflitti e contraddizioni” (Pisanello 2017, 10). Come dargli torto, guardando l’abisso che separa la piazza “social” bitontina dalle piazze fisiche, disperatamente deserte, della città? L’estetica del decoro è sempre accompagnata da quello che Pisanello definisce il “perbenismo della rete” e di cui fornisce un’analisi mediologica basata su alcuni casi di studio, denunciando il “messaggio neo-igienista” e intrinsecamente discriminatorio che “riverbera fra i numerosi post di segnalazioni di disservizi” da parte dei cittadini (Pisanello 2017, 87). Nulla di familiare?

La ricetta del Daspo è una forma neanche troppo raffinata di quel disciplinamento della conflittualità sociale che da un paio di secoli dovremmo aver imparato a riconoscere e demistificare. La novità della sua “versione Minniti” è semplicemente che essa fa appello al giudizio estetico, nuova ideologia urbanistica par excellence, e che viaggia in Rete, sfruttando i sentimenti elementari risvegliati dal “populismo digitale” (Dal Lago 2017). Nondimeno, essa continua ad avere come fine ultimo quello di anestetizzare il conflitto latente, impedire l’emergere delle contraddizioni, uniformare i rapporti sociali e sottrarre alle pratiche di costruzione dal basso del comune lo spazio pubblico, sistematicamente destinato alla messa a profitto. Resta il fatto, dunque, che è sempre “dagli angusti tinelli delle nostre illusioni borghesi” come scrive ancora Santoro “che attacchiamo le strade e le piazze delle città, nell’illusione di depurarle dai conflitti che da sempre le animano e le fanno crescere” (Pisanello 2017, 10).

Il Daspo Urbano a Bitonto? No, grazie. Sarebbe il caso che chi a vario titolo amministra questa città lo dicesse con voce forte e chiara. Sarebbe, una volta tanto, un modo per definire in modo inequivocabile il proprio “colore” politico, in una temperie nella quale essere “post-ideologici” è diventata la moda imperante. La scelta in merito al Daspo costituisce in effetti una cartina al tornasole affidabile per distinguere nettamente delle politiche urbane di sinistra, che abbiano come fuoco prospettico l’invenzione e organizzazione del comune, da politiche securitarie, regressive e borghesi. O si è a favore o si è contro; o si sta da una parte, o dall’altra; tertium non datur

E allora, mentre in città ci si accapiglia parlando del vuoto cosmico, per decidere dove conficcare i paletti di una coalizione che si possa definire di “centrosinistra”, sarebbe forse utile che qualcuno, tra dibattiti surreali su assessorati e imposte comunali, sentisse l’esigenza di prendere posizione su questioni del genere. Molti equivoci, forse, si dissiperebbero. Sinistra, se ci sei, batti un colpo.

 

Fonti:

Dal Lago, Alessandro

2017 Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, Raffaello Cortina, Milano.

 

De Giorgi, Alessandro

2015 Dalla Tolleranza Zero al Decoro, in http://www.dinamopress.it/news/dalla-tolleranza-zero-al-decoro 

 

Lacoue-Labarthe, Philippe

2001 Lo spirito del nazionalsocialismo  e il suo destino, in F. Fistetti (a cura di), La Germania segreta di Heidegger, Dedalo, Bari, pp. 11-22.

2011 La finzione del politico. Heidegger, l’arte e la politica, il Melangolo, Genova.

 

Pasolini, Pier Paolo

1993 Bestemmia, Garzanti, Milano.

 

Pisanello, Carmen

2017 In nome del decoro. Dispositivi estetici e politiche securitarie, con pref. di G. Santoro, Ombre Corte, Verona.