Gli italiani di Crimea. Storia di uno sterminio dimenticato

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Inchieste
23 febbraio 2018
Photo Credits: Articolo Tre

Gli italiani di Crimea. Storia di uno sterminio dimenticato

Alcuni italiani, provenienti soprattutto dal barese, furono deportati nei campi sovietici perché ritenuti fascisti

Il tragitto in treno è durato un mese, è stato molto lungo. Siamo portati in Kasakstan. Fummo portati come bestiame, come se non fossimo le persone, come se non avessimo il diritto di vivere. Venuti in Kasakstan, lavorammo come in galera, per dar da mangiare alla famiglia. Quando il treno è arrivato ad Akmolinsk, c’era una tormenta di neve e faceva così freddo che non si poteva aprire la bocca. Sono venuti gli acquirenti a prenderci. Le famiglie con gli uomini, le prendevano nei kolkos. E quelli come Angelina, donna sola con bambini piccoli, a chi potrebb’essere utile?”. Potrebbe sembrare un brano di Primo Levi che racconta le tragedie degli ebrei deportati nei lager. Oppure il racconto di una vittima dei tanti e diversi genocidi che si sono susseguiti nel corso del secolo scorso. Invece si tratta della storia di Emilia Petringa, la donna a cui appartengono queste parole in un italiano un po’ incerto, poco nota ai più o forse del tutto dimenticata, come la stessa pronuncia del suo cognome italiano, che ormai non ricordava più. Troppi anni erano passati da quel giorno di gennaio del 1942, quando poco più che diciasettenne fu deportata in un campo sovietico, solo perché italiana. 

Questa testimonianza è solo un esiguo esempio delle centinaia che ora si raccolgono a Kerch, cittadina portuale della Crimea sud-orientale, dove si sono riuniti i quasi 300 italiani sopravvissuti alla deportazione sovietica avvenuta nel corso della Seconda Guerra Mondiale, quando migliaia di italiani, incolpati di essere fascisti e spie del regime di Mussolini, persero ogni avere e furono portati via dalle loro case per essere rinchiusi in campi di lavoro, dove la maggior parte di loro perse la vita fra stenti e sfruttamento.

La storia di questi che vengono definiti “italiani di Crimea” affonda le sue radici in tempi alquanto remoti. Nel XIX secolo la Crimea era una regione dal forte tasso migratorio e qui si concentravano diverse popolazioni di varia nazionalità, a cominciare dai Tartari (il 60% della popolazione alla metà dell’Ottocento), insieme a greci, polacchi, tedeschi, armeni, ucraini, russi. Gli italiani erano uno di questi popoli e si registrano due ondate migratorie, una nel 1830 e una seconda nel 1870. La forte attrattiva di terre quasi vergini vendute a basso prezzo dagli zar convinse molti ad emigrare, in particolare dalla Puglia (città di origine furono Bisceglie, Molfetta, Trani, Bari e provincia, quindi probabilmente anche Bitonto), dalla Campania, dalla Liguria e forse anche da altre regioni tirreniche. La maggior parte di loro vennero ad abitare in Crimea e sulle coste del Mar Nero e del Mar d’Azov, non solo a Kerch, ma anche a Feodosia, Novorossijsk, Mariupol, Odessa, impiegati o come bracciati agricoli o come marinai, commercianti e addetti alla cantieristica navale. 

Kerch, a causa della sua posizione favorevole sul mare, diventò una delle città che più accolse gli italiani, che edificarono l’unica chiesa cattolica romana in zona nel 1840 per le 30 famiglie cattoliche presenti a Kerch, quasi tutte italiane. Secondo i dati del Comitato Statale Ucraino per le Nazionalità, nel solo territorio di Kerch era italiana l’1,8% della popolazione nel 1897, mentre risulta il 2% nel censimento del 1922, con numeri che arrivano per alcune fonti a tremila persone. Molte di queste, soprattutto i contadini, possedevano la cittadinanza e il passaporto italiano, mantenendo vivi le tradizioni culinarie, il dialetto e il patrimonio culturale popolare dei paesi d’origine. Tra i marinai, invece, molti avevano lasciato la cittadinanza italiana per quella russa prima e sovietica poi, perché la legge escludeva agli stranieri gli impieghi anche nella sola marina mercantile.   

Per questi italiani, non sempre ben visti o oggetto di poco interesse da parte delle autorità italiane, il periodo di crisi iniziò dopo l’avvento del comunismo in Russia. Fino al primo decennio del XX secolo, questa comunità di italiani viveva in un clima tutto sommato positivo, in cui la vita girava attorno alla parrocchia, dove c’era un prete cattolico che officiava la messa. Disponeva anche di una scuola elementare, diretta dal parroco, ed era stata creata una società di beneficienza e un club con biblioteca. La comunità di Kerch sembra non avesse problemi con questi stranieri, visto che regolarmente sul giornale locale venivano pubblicati anche articoli in italiano. Inoltre la nostra comunità intratteneva frequenti rapporti con i rappresentanti diplomatici italiani in Russia, tanto che si pensava al trasferimento del vice-consolato italiano di Berdjansk a Kerch.

Ma l’avvento del bolscevismo fu la prima fonte di drammi per le comunità straniere in Crimea. In primis la collettivizzazione forzata delle campagne provocò una serie di atti repressivi, quali requisizioni, arresti, epurazioni, che portarono molti italiani a rientrare in patria. Nel censimento del 1933 si registra infatti un calo all’1,3% della popolazione italiana nella provincia di Kerch (quasi 1.300 perone). Intanto vennero condotti a Kerch i politici di fede comunista emigrati dall’Italia in URSS, che effettuavano propaganda antifascista per questi italiani, riuscendo anche a impadronirsi della scuola elementare, a far chiudere la chiesa e a scacciare il prete cattolico.

Le autorità inoltre decisero di creare dei kolkos, delle aziende agricole collettive, dove i contadini venivano costretti a iscriversi, dando come contributo terre e bestiame. Furono creati 16 kolkos, ognuno per ogni gruppo straniero presente in Crimea, e quello italiano fu dedicato a “Sacco e Vanzetti”, in ricordo degli anarchici italiani giustiziati negli USA. Ovviamente gli italiani mostrarono molte resistenze al progetto e chi poté partì per l’Italia. I kolkosiani, i contadini iscritti al kolkos, avevano diritti limitati. Nono solo non ebbero la possibilità di ritirare la propria parte del guadagno del lavoro nel kolkos, lavorando essenzialmente gratuitamente di fronte al misero contributo ricevuto a fine anno, poco grano e ortaggi, ma non avevano documenti sovietici che avrebbero permesso loro di trasferirsi e cercare lavoro altrove.       

Gli italiani non vennero neanche risparmiati dal periodo delle “purghe staliniane” e alcuni furono arrestati, torturati e fucilati o mandati nei lager perché accusati di essere fascisti. Le epurazioni si svolsero a due riprese, una nel 1933 e l’altra nel 1937. Dopo la liberazione (dicembre 1941) da parte dell’Armata Rosa della Crimea, occupata dalle truppe tedesche nel novembre 1941, iniziò la deportazione delle popolazioni straniere dichiarate fasciste. Diversamente dagli altri gruppi di stranieri (la maggior parte fu deportata nel maggio 1944), gli italiani furono deportati a più riprese.  Prima data è il 28-29 gennaio 1942, a cui seguì poco dopo quella del 8-9 febbraio 1942, mentre l’ultima fu il 24 giugno 1944, durante la quale furono deportati quanti erano scampati alle prime due deportazioni. 

Dai racconti dei sopravvissuti, le deportazioni avvenivano al mattino, con sole due ore di preavviso e la possibilità di portare solo poco bagaglio e qualche genere di conforto. Il viaggio, parte per mare e parte in treno, durava quasi due mesi, nel corso dei quali la maggior parte degli anziani e dei bambini moriva di freddo e di stenti. La destinazione era l’attuale Kazakistan e i deportati venivano smistati a Karaganda e a Akmolinsk, l’attuale capitale Astana, detenuti in baracche o locali di fortuna. Da questi campi (non sono esattamente gulag, dove venivano internati coloro che erano stati accusati di qualche reato) molti italiani furono obbligati ad arruolarsi nella Trudarmia, l’Armata del lavoro, un sistema di lavori coatti per uomini e donne al di sopra dei 14 anni, usati dalle autorità quando avevano bisogno di manodopera per le mansioni più pesanti. I periodi di lavoro potevano andare da alcun mesi a un anno intero e gli arruolati venivano assunti all’occorrenza e poi rilasciati nei campi di provenienza, controllati dalle autorità del NKVD (Commissario del popolo per gli affari interni), ma con la famiglia.

I numeri di questa tragedia sono difficili da recuperare. Secondo i dati ufficiali, nel 1944, quando la maggior parte degli stranieri della Crimea fu deportata, quasi 230 mila perone in Crimea furono strappate alle loro case e condotte verso l’Asia, soprattutto verso l’Uzbekistan. Secondo una statistica totale su tutte le minoranze deportate, una persona su cinque è morta durante il primo anno di deportazione. La cifra ovviamente per gli italiani cambia, a causa del numero più esiguo (si superava di poco le migliaia), e probabilmente quasi 500 italiani di Kerch morirono tragicamente a seguito della prima deportazione del 1942.

Ma il destino di questi nostri concittadini non si è risolto con la fine delle deportazioni. Già alcuni, dopo la morte di Stalin, alla fine degli anni 50 riuscirono a tornare a Kerch, senza però poter ricevere quanto era stato loro confiscato e senza poter liberamente palesare la propria cittadinanza. Con la fine dell’URSS, dal 1992 alcuni di questi hanno richiesto il riottenimento della cittadinanza italiana all’Ambasciata italiana in Ucraina, ma solo pochissimi l’hanno ottenuta. Oltre alla scarsa solerzia per cui la diplomazia italiana è stata tacciata da questi sopravvissuti, mancano anche i documenti personali necessari per tali disposizioni, che sono andati persi o distrutti durante le deportazioni o confiscati dalle autorità sovietiche. 

Attualmente sono quasi 300 gli italiani nel territorio di Kerch e di Sinferopoli. CERKIO (Comunità degli Emigrati in Regione di Crimea - Italiani di Origine) è l’associazione nata nel 2008 che cerca di diffondere la memoria di questa tragedia sconosciuta degli italiani di Crimea e combatte per il riottenimento della cittadinanza italiana per coloro che ancora non sono riusciti a vedersela riconosciuta dallo stato italiano. Ma loro primario obiettivo è riallacciare le radici con la cultura italiana, riscoprendo in primis la lingua, ormai poco parlata anche da alcuni superstiti. Passo importante per questa comunità è stato compiuto nel 2015, quando Vladimir Putin ha riconosciuto gli italiani tra le minoranze crimeane perseguitate dallo stalinismo, dopo anni di silenzi e omissioni da parte delle autorità russe.

L’attenzione per questa comunità e per la sua tragica storia è sempre stata limitatissima. A questi concittadini, che mangiano ancora le starscinate (le chiamano proprio così) e le carteddate nel periodo natalizio, non può unirci solo il sentimento di compartecipazione al dolore patito, ma innanzitutto quella comunanza di conoscenze, cultura e storia che ci rende pugliesi.

 

Fonti:

G. Giacchetti Boico e G. Vignoli, L'olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani di Crimea, Roma, Edizioni Settimo Sigillo, 2008 

a cura di G. Vignoli, Gli italiani di Crimea. Nuovi documenti e testimonianze sulla deportazione e lo sterminio, Roma, Edizioni Settimo Sigillo, 2012