Dal M5S a Casapound: è questo il ricambio della classe dirigente bitontina?

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia
12 febbraio 2018

Dal M5S a Casapound: è questo il ricambio della classe dirigente bitontina?

Sull’ideologia dell’Homo Novus sdoganata da Michele Abbaticchio

Un tempo, nel gergo delle nomenklature, si diceva “formazione e selezione delle classi dirigenti”. E lo si diceva al plurale – classi dirigenti – consapevoli, come si era, che la partita per chi e come dovesse assumere pro tempore la guida democratica delle leve economiche e istituzionali di un Paese fosse contesa da soggetti e interessi di diversa natura e indirizzo – “progressivi” o “regressivi”, si sarebbe detto ancora, con un linguaggio che oggi non può che suonare sinistro, più che sinistrorso. 

Quell’espressione, quel linguaggio, quelle categorie sono ormai incapaci di avere presa sulla realtà. Sono stati travolti, spazzati via. E non dalla miracolosa impresa di demistificazione di un fatidico Movimento, ma dalla storia, che ha trasformato il mondo in forme che quei concetti non riescono più a catturare.

L’insufficienza delle parole, però, non implica che si debbano tagliare i ponti anche con le cose, che quelle parole indicavano. In altri termini, che non si possa più parlare di “selezione delle classi dirigenti” non significa che, in qualche modo, tale selezione non continui ad avvenire, resistente alla caducità del linguaggio politico.

Fissare questa premessa è essenziale, accostandosi ad un caso che ben può esemplificare la “crisi” odierna di quella classe dirigente di cui sopra. Parliamo di Bitonto, e del processo che l’ha portata, dopo settimane di fibrillazioni politiche, ad avere tre suoi cittadini formalmente in lizza per un seggio parlamentare alle prossime elezioni: uno per il Movimento 5 Stelle e due per Casapound Italia. Al di là delle differenze, si tratta di personaggi accomunati fondamentalmente da due caratteristiche: non provengono da storie significative di militanza partitica e sostengono con orgoglio di non poter essere ascritti né alla sinistra, né alla destra. Sono, in altri termini, il volto più schietto della nuova politica italiana: fieramente movimentistica e post-ideologica.

Da questo punto di vista, che una città come Bitonto, con una storia politica repubblicana importante alle spalle – socialista, democristiana e persino comunista – alle elezioni legislative del 2018 offra il suo contributo di idee e uomini attraverso il M5S e Casapound, non può essere considerata una mera contingenza, frutto semplicemente dei metodi sciagurati con cui un partito come il PD ha individuato le proprie candidature. Si tratta, invece, di un preciso segno dei tempi, in ordine a quella “selezione della classe dirigente”, di cui si è detto.

Certo, si dirà: non si può ragionare sulla sola realtà bitontina come se fosse un’isola; la questione è più generale e va riportata innanzitutto ai meccanismi della legge elettorale; bisogna tenere in considerazione la più ampia crisi sistemica delle dirigenze di partito a livello regionale e nazionale. Tutto vero. Eppure, tutto ciò non toglie che il dato delle candidature 2018, che la città inscrive nei suoi annali di storia politica, rifletta il suo modo specifico di affrontare una più generale crisi di identificazione politica.

Il “modo” bitontino consiste – lo si può ormai affermare senza timore di smentita – nel cavalcare convintamente l’onda anti-sistemica della politica nazionale, nel seguire l’indirizzo populista che risulta vincente a tutti i livelli, scommettendo sulla disintegrazione di quanto rimane delle strutture partito. Lo dimostra, in questa vicenda, la triste sorte degli ultimi due partiti cittadini con una qualche rappresentanza nazionale: sconfitti entrambi, l’uno (il PD) in forma esplicita ed eclatante, con tanto di dimissioni del Segretario, l’altro (Forza Italia) rinchiuso in un imbarazzante silenzio, di fronte alla candidatura di un uomo, Cassano, da sempre inviso ai militanti dell’ala “ortodossa”.

Il risultato è che la classe dirigente bitontina del futuro viene consegnata all’ideologia dell’outsider, che nel quadro impietoso di una politica considerata collusa, corrotta, autoreferenziale, può vantare l’indubitabile pregio di non nascondere scheletri nell’armadio.

In questo processo di adesione al nuovismo populista, dettato dallo spirito dei tempi, non è indifferente, chiaramente, il ruolo giocato da Michele Abbaticchio, da sei anni unico e indiscusso dealer della politica bitontina, che dell’ideologia dell’homo novus è stato nel nostro territorio importatore precoce e a suo modo originale.

In questi giorni non è mancato chi, dalle fila dell’opposizione di sinistra, ha tentato di cavalcare l’iniziale adesione ad una lista abbaticchiana di uno dei due candidati di Casapound, con l’obiettivo di provare quanto in realtà è già noto a tutti da tempo: la significativa presenza di pezzi di destra “liquida” tra le file dell’esercito elettorale abbaticchiano. 

Si tratta, come al solito, di una critica troppo timida e pretestuosa, emblema della ingenuità della politica di opposizione al “re democratico”. Il punto non è che Abbaticchio abbia sdoganato pezzi di destra. Il punto è che, molto più fondamentalmente, Abbaticchio sin dalla sua ascesa, al grido di “fatti e risposte concrete”, ha elevato al rango di amministratori della cosa pubblica personaggi del “fare”, la cui disinvoltura politica è la chiara premessa culturale di quel fascio-populismo del quale CasaPound e Movimento 5 Stelle sono gli estremi opposti. Il delitto di Abbaticchio non è e non è mai stato contro la sinistra. Il delitto di Abbaticchio è, ben più radicalmente, contro la politica.

Questo spiega, d’altronde, perché gli attuali detentori dell’ideologia dell’omonovismo, i pentastellati, non siano riusciti e non potranno in nessun caso riuscire a battere Abbaticchio, che dell’omonovismo bitontino è stato l’inventore e l’interprete più qualificato.

E d’altronde gli altri, i sedicenti “oppositori” di Abbaticchio – dal fu Partito Democratico ai forzisti, passando per i reduci di Insieme per la Città – non hanno semplicemente provato, invano, di competere sul suo stesso terreno? Al pragmatismo di Abbaticchio, costoro non hanno forse provato ad opporre, sin dalla candidatura Intini, una propria politica del “nuovo” e dei “fatti”? Con la differenza, però, che si sono dimostrati a malapena mediocri, in un’arte nella quale invece Abbaticchio eccelle.

Non serve a nulla, allora, gridare allo scandalo, di fronte al fatto che la voce della politica bitontina oltre la Poligonale può oggi avere solo il timbro o dei turbofascisti o dei neoqualunquisti; e in ogni caso, di chi si dice “né di destra, né di sinistra”. Tutto ciò rappresenta semplicemente il ritratto coerente di una politica che ha abdicato alle sue funzioni, prima chiudendosi autoreferenzialmente in una sorta di coazione a ripetere, poi rinunciando definitivamente alle sue prerogative, sbaragliata dall’efficienza degli “uomini della provvidenza”, stile Abbaticchio. A questo quadro desolante, nessuno fino ad ora sembra essere stato in grado di opporre proposte controcorrente. Nessuno ha investito su una reale “formazione e selezione della classe dirigente”. Nessuno, quindi, ha il diritto di lamentarsi.