Benedetta sparatoria

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Cronaca, Esperia
26 febbraio 2018

Benedetta sparatoria

Smontato definitivamente l’alibi dell’insufficienza del presidio di forze dell’ordine

La sparatoria nel Centro Storico di venerdì scorso, che ha portato al ferimento di due uomini, dei quali un minorenne e un pregiudicato affiliato al clan Conte, è una benedizione. Stavolta “si sono sparati fra di loro”, come piace dire a noi “gente perbene” per sgravarci la coscienza. Sembra che non ci sia andato di mezzo nessun ignaro passante, a differenza dell’episodio tristemente celebre del 30 dicembre scorso, che ha visto vittima l’anziana Anna Rosa Tarantino. Eppure, per quanto ci si sforzi di fare dei distinguo per sminuire l’accaduto, resta il fatto che a Bitonto si spara, e si spara per uccidere, ancora e nonostante tutto. 

Si spara nonostante i comitati in Prefettura, nonostante la “carica dei cento” del ministro Minniti, nonostante le indagini e le presunte rivelazioni del pentito Casadibari, nonostante i posti di blocco, le perquisizioni e i sequestri di armi e droga, nonostante gli arresti, nonostante il concerto dell’azione repressiva di Polizia, Arma e Fiamme Gialle, che presidiano l’intero territorio cittadino a ogni ora del giorno e della notte.

Eccola, la benedizione: si continua a sparare, paradossalmente, nel momento di massima militarizzazione della città. Quegli spari sono una benedizione, allora, perché ci liberano dall’illusione, inveterata e resistente nonostante la retorica dell’antimafia sociale, che il “problema della sicurezza” si risolva con la repressione.

I fatti di venerdì dimostrano, incontrovertibilmente e una volta per tutte, che il dispositivo securitario, indipendentemente dalle sue dimensioni, non può impedire che a Bitonto si spari, così come non può impedire –  e chiunque cammini per la città in queste settimane se ne accorge facilmente – che a Bitonto si spaccino sostanze stupefacenti. L’attività delle forze dell’ordine è strutturalmente – e non solo incidentalmente – impossibilitata a “debellare il fenomeno”, per dirla con un’espressione da questurino.

Finalmente, da oggi a nessuno potrà più essere concesso di affermare che se a Bitonto resiste una certa presenza criminale è perché non c’è abbastanza polizia, perché le istituzioni se ne fregano, perché il Prefetto non ascolta, perché il Sindaco vuole far credere che tutto vada bene. L’alibi è stato, una volta per tutte, smontato.

Per anni ci siamo raccontati che il fenomeno delinquenziale fosse dovuto al fatto che sul territorio mancavano le forze dell’ordine, che se c’erano non facevano il loro lavoro, che se facevano il loro lavoro non lo facevano abbastanza bene. L’episodio di venerdì è la prova che non si è mai trattato né di una questione di professionalità e neanche di una questione di numeri: sarebbe davvero difficile pensare ad un dispiegamento di agenti superiore a quello attualmente in atto in città.

Questo, naturalmente, non significa che l’attività di polizia e la stretta investigativa e repressiva registrate nelle ultime settimane siano inutili. Il punto è, molto più semplicemente, che con lo strumento della forza è impossibile impedire in senso assoluto che si compiano delitti.

Non resta, allora, che rassegnarsi a convivere con una dose minimale di delinquenza, con il terrore di essere colpiti da un proiettile vagante? Evidentemente no. Ma non si può chiedere alla polizia di affrontare un’impresa che è ben al di là delle sue possibilità: plasmare le persone, plasmare umanità. Si tratta di un compito troppo più grande e difficile rispetto ai protocolli dell’ordine pubblico, al cospetto del quale non ci sono posti di blocco, retate, targa system e telecamere che tengano. È il compito ben più arduo che spetta, invece, alla cultura. E ad una cultura che coincida con l’anima di una comunità.

Il vero “esercito che ci salverà” è, allora, quello che in questi anni, mentre chiedevamo volanti e caserme, ci siamo dimenticati di formare, quello per cui nessuno ha sentito l’esigenza di lottare. Ed è un esercito di leva, che non ammette delega e non conosce legione straniera: a comporlo – ed è qui che viene il difficile – siamo noi cittadini. Noi, e non “gli altri”. Per armare un tale esercito non basta protestare e lamentarsi, tocca spendersi in prima persona, tutti.