Speriamo che non sia servito

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
08 gennaio 2018
Photo Credits: Lisa Fioriello

Speriamo che non sia servito

Il giorno dopo il lutto per l’omicidio Tarantino

Servirà a qualcosa?

La domanda serpeggiava, discreta ma inesorabile, tra la calca della fiaccolata per le straducce del centro storico, martedì scorso. Il soggetto, molteplice e indefinito, in fin dei conti irrilevante: servirà a qualcosa… riempire di commozione la Cattedrale per le esequie della vittima? Servirà a qualcosa… sfilare per le strade, manifestando tutta la propria indignazione di fronte al sangue innocente versato? Servirà a qualcosa… ripetere la stessa solfa dell’antimafia sociale che, liturgicamente, accompagna gli episodi di violenza che si presentano a intervalli regolari? 

Per strada, quella domanda rimaneva sospesa, aleggiava sulla presenza dignitosa e dimessa di chi aveva scelto di esserci, unico controcanto al calpestio silenzioso delle migliaia di piedi in marcia. Altrove, dietro gli schermi di quella che ormai più che una gogna è diventata senz’altro una fogna (social)mediatica, quell’inquietudine non conosceva l’umiltà di un punto interrogativo; era solo una domanda retorica, alla quale si aggrappavano le dissimulate certezze di chi ha l’infelice sorte di vivere senza dubbi: “…o sarà l’ennesima lavata di faccia?”, “…o è solo una passerella elettorale per i politici?”, “…o è una scusa del Sindaco per scaricarsi delle sue responsabilità?”, “…o è un’altra trovata di marketing delle chiacchiere?”. O…, o…, o… Di fronte a tanta pochezza, però, non è il caso di spendere parole.

A una settimana dai fatti di sangue che, complice l’enorme riscontro mediatico, il 30 dicembre hanno costituito un brusco risveglio della città dalla sua quiete festiva, è sulla sospensione di quella domanda propagatasi sotto la pioggia come un virus, sulla domanda autentica, che è doveroso soffermarsi: tutto questo servirà a qualcosa?

Una risposta di fatto a questo interrogativo è sembrata già arrivare, in questi giorni, con la reazione investigativa e repressiva delle forze dell’ordine. La “carica dei cento” di Minniti in poche ore si è resa ben evidente alla percezione comune dei bitontini, tra lampeggianti accesi costantemente in circolazione, retate e posti di blocco permanenti davanti alle piazze di spaccio. Ma è davvero soddisfacente, la risposta a quella domanda? 

No, non lo chiediamo nel senso di misurare se la risposta dei “fatti” sia sufficiente. A dover essere chiamato in causa, forse, dovrebbe essere il fatto stesso di aver preteso e di pretendere la risposta di qualcun altro a quella nostra domanda; il fatto di credere che a dare soddisfazione alla domanda “servirà a qualcosa?” debbano essere i fatti che loro, le istituzioni, sapranno produrre.

Senza voler rovinare la festa a nessuno, c’è da scommettere che una simile aspettativa verrà presto o tardi frustrata. Che diremo presto, noi che sotto la pioggia martedì ci chiedevamo “servirà a qualcosa?”, che ecco, come al solito, non è servito a niente. Perché in fondo, la ragion d’essere di una simile aspettativa non consiste in altro che nell’essere delusa. Ci chiediamo “servirà a qualcosa?” perché, in fondo, abbiamo già deciso che non servirà a nulla, perché qualunque cosa avvenga non sarà stato fatto abbastanza bene, abbastanza presto, abbastanza onestamente, abbastanza umilmente, abbastanza collegialmente…

Quel che proviamo a dire, è che c’è da sperare che la fiaccolata, le aperture dei notiziari nazionali, le dichiarazioni dei ministri, il palco gremito di sindaci metropolitani e autorità regionali, c’è da sperare che tutto questo, letteralmente, non serva a niente. Non deve servire, perché è già tutto questo – le aperture dei tg, il palco con i sindaci, l’attenzione del ministro e soprattutto la gente in strada per la fiaccolata – è questo quel che, precisamente, serve.

Se scendere in piazza per dire che una comunità cittadina dev’essere un luogo di vita e di incontro, non di morte, è solo una provocazione, una richiesta affinché qualcun altro faccia qualcosa, allora abbiamo fallito. Non abbiamo capito quel che stavamo facendo. 

È già questa la risposta che chiediamo per quella domanda. La risposta sono le migliaia di persone – no, non erano appena mille – che col freddo e sotto la pioggia condividono la scoperta della bruttura dei muri scalcinati, dei ruderi puntellati, dei bassi dimenticati di alcuni recessi di miseria incastonati nel borgo antico, zona San Luca. E che in quel momento condividono la domanda su cosa significhi vivere in una città, e su cosa significhi per ciascuno avere un “suo” posto, in una città. Martedì sera ciascuno dei presenti, anche senza pensarci, ha imparato qualcosa in più su cosa significhi essere cittadini di Bitonto. 

Per questo la fiaccolata non era una manifestazione del problema più di quanto non fosse parte della sua soluzione. Le istituzioni, certo, faranno quel che devono, dalle forze dell’ordine all’Amministrazione Comunale. Ed è anche giusto che ciò sia l’esito di una discussione e di una decisione democratica. Ma non è questo il punto sotteso dalla domanda iniziale. Non è mai stato questo. Resta il fatto che il compito della cittadinanza, di fonte al sangue de Le Martiri (mai nome fu più appropriato), sia non di chiedere, ma di rispondere. 

Ora, i bitontini hanno risposto. E, per una volta, non hanno risposto solo i “professionisti della legalità”, chi era lì martedì lo ha visto. Non era affatto scontato che una fiaccolata come quella avesse un riscontro del genere: questa non è un’opinione, è un fatto che un po’ di cronaca comparata basterebbe a dimostrare (Novembre 2008; Novembre 2010; Giugno 2012; Ottobre 2013; Febbraio 2014; Febbraio 2016; Marzo 2016). Segno, forse, che qualcosa negli ultimi anni sia davvero cambiato; che tanti cittadini abbiano scoperto in Bitonto qualcosa in cui vale la pena credere, scommettere, reclamare un proprio interesse – di chiunque sia il merito di tutto ciò.

Certamente non basta. Dovrebbero essere cinquantaseimila i bitontini in marcia, naturalmente. E non per “contarsi”, non per delimitare il numero della gente perbene e calcolare, per differenza, l’area dei “cattivi”, come penserebbe qualcuno; ma perché cinquantaseimila dovrebbero essere le persone che sperimentano la convivenza civile nella città come un’opportunità per se stessi e per i propri desideri.

Intanto, però, rimane quella presenza. I posti di blocco e le retate passeranno, l’indignazione pure. Ma la consapevolezza che quella comunità sotto la pioggia sia una possibilità che ci è ogni giorno dato di essere, quella non passerà. E allora sarà servito che tutto ciò non servisse a niente.