Quando un Assessore all’Istruzione che sappia cos’è la scuola?

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia
04 dicembre 2017
Photo Credits: Foto di repertorio

Quando un Assessore all’Istruzione che sappia cos’è la scuola?

Riflessioni a margine del Programma Comunale per il Diritto allo Studio

Il Programma Comunale di Interventi per il Diritto allo Studio per l’anno 2018, licenziato la scorsa settimana dal Consiglio Comunale, ultimo e più significativo atto della breve parentesi assessorile di Vincenzo Gesualdo, è fortemente indicativo dello stato di salute del ceto intellettuale (e per esso, della classe dirigente) di Bitonto. 

Mediante questo documento, “con il quale – come si legge nella delibera di Consiglio – l’Ente locale detta le linee fondamentali degli interventi per l’attuazione del diritto allo studio nel proprio territorio”, il Comune sta chiedendo alla Regione Puglia più di 1 milione 600mila euro da spendere per la scuola bitontina. La gran parte di tali fondi (quasi un milione) dovrebbe essere destinato, nelle intenzioni dell’Ente, al finanziamento del servizio di mensa scolastica, seguita da una cospicua voce (complessivamente 400mila euro) a copertura del servizio di trasporto scolastico. 

L’unica voce del considerevole preventivo comunale che esula da spese di carattere strutturale per la fornitura di beni e servizi agli studenti, e che entra invece nel merito della funzione formativa dell’agenzia scolastica, è quella relativa al progetto denominato “Educazione alla relazionalità, alla democrazia, alla legalità come contrasto al bullismo e al cyberbullismo”, con il quale lo psicologo Gesualdo ha inteso suggellare il proprio passaggio a Palazzo Gentile. Si tratta di un progetto che, qualora dovesse ricevere dalla Regione i finanziamenti richiesti (ben 130 mila euro), dovrebbe rivolgersi agli alunni afferenti alle classi IV delle scuole primarie e I delle secondarie di primo grado, più relativi insegnanti e genitori, nonché educatori del territorio. Tra gli obiettivi che esso si propone, l’informazione, la sensibilizzazione e il monitoraggio in merito al fenomeno del cyberbullismo nella realtà bitontina, così da incentivare negli alunni coinvolti un uso responsabile della rete e dei social network in particolare, oltre che comportamenti interpersonali virtuosi, orientati ad una socialità sana. A mettere tutto questo in opera sarebbe un pool di esperti composto da psicologi, un esperto legale, un esperto informatico, rappresentanti della Polizia Postale e del Telefono Azzurro.

Ora, folle sarebbe chi pensasse che non si tratti di un progetto valido e intelligente, o che non sia rispondente ad un dato di realtà (che gli estensori del progetto si preoccupano di giustificare in premessa, citando una recente indagine del MIUR sul cyberbullismo).

Il compito della politica, però, non è quello di indicare buono e cattivo. Né tanto meno quello di distinguere ciò che è economicamente sostenibile da ciò che non lo è – la questione di cui si sono sostanzialmente preoccupati i consiglieri comunali, in primis quelli di opposizione, il cui unico rilievo in merito al progetto in oggetto è stato relativo a dove trovare le risorse per attuarlo. Il politico non è, non dovrebbe essere, né un moralista, né un ragioniere. Va oltre. Compito della politica dovrebbe essere quello di fissare delle priorità, in prospettiva strategica, per il benessere di una comunità. Di delineare una visione comune, per realizzare la quale sia sensato impegnarsi insieme.

Ora, qual è il dato politico che sembra emergere da un Programma Comunale siffatto? Quale prospettiva lascia intravedere? Che il compito della politica locale in merito alle scuole del territorio coincide: o con la cura delle strutture e delle infrastrutture (il servizio mensa, il trasporto, il rifacimento dei plessi che il sindaco Abbaticchio si è appuntato al petto come sua medaglia personale); oppure, al più, quando si tratti di esprimersi sul merito di quel che la scuola fa, con la realizzazione di progetti mirati, dettati dalla moda psico-pedagogica del momento, attraverso i quali i soggetti territoriali (la fantomatica “società civile”) entrino nella scuola e le spieghino come va il mondo e come sopravvivergli.

Si tratta di quella patologia (spettro di un più ampio fenomeno sociale) che alcuni hanno definito “consulentismo”: per ogni questione c’è un consulente, un “esperto”, un tutor, un mentore, un trainer, un counselor, un coach pronto a spiegarci come condurre la nostra vita. 

Ed è esattamente quanto accade nel mondo della scuola attraverso il paradigma dei “progetti”, divenuto (tristemente) noto con la lunga stagione comunitaria dei “PON”: in teoria, un modo per ampliare l’offerta formativa delle istituzioni scolastiche attraverso l’incontro con il territorio e le sfide del presente; che però molto spesso nella pratica è diventato, come ben sanno le persone direttamente coinvolte, un modo elegante per trasformare le scuole in discrete mangiatoie per giovani professionisti ai margini del mercato del lavoro: attori, informatici, giornalisti, psicologi, pedagogisti e chi più ne ha più ne metta. Un bric-à-brac di interventi ed “azioni”, talvolta in sé molto interessanti e ben fatti, ma privi di uno straccio di disegno unitario, privi di una visione ampia, privi, soprattutto, di un legame reale con la ragion d’essere di una scuola, a sua volta, in forte crisi di identità.

Beninteso, l’Amministrazione Abbaticchio certamente non costituisce un’oscura eccezione in un presunto mondo rischiarato dalla ragionevolezza. Al contrario, si dimostra esattamente in linea con la tendenza nazionale, secondo la quale, semplicemente, non deve esserci alcuna politica della scuola – una politica, cioè, che prenda le mosse dalla domanda su cosa è veramente la scuola, su quello che in essa ogni giorno, tra una campanella e l’altra, avviene.

Il grande sogno della Scuola dell’Autonomia, che dagli anni Novanta ad oggi, dalla Legge Bassanini alla “Buona Scuola”, continua a promettere una “mano invisibile” che traduca la libertà di iniziativa di ciascun istituto sul territorio in un roseo incontro tra offerta formativa e domanda del mondo del lavoro, ha mostrato ampiamente tutti i suoi limiti di fiaba. Un rapido sguardo a come concretamente funziona, nella realtà del territorio, l’alternanza scuola-lavoro magnificata dalla riforma renziana, toglierebbe ogni dubbio.

La trasposizione in scala, per la scuola, di quel che da tempo (e con discontinui effetti) per l’Università è la Terza Missione, ovvero la necessità di contestualizzare il sapere delle aule con le domande del tessuto sociale, culturale, produttivo che fa da contesto a quelle aule, non è mai avvenuta. La scuola stessa, molto spesso, si è fatta trovare impreparata alla sfida. E così l’“abbattimento dei confini” delle aule, anziché in una contaminazione del territorio con la cultura allevata da docenti e studenti, molto più spesso si è tradotto in un assalto alla diligenza da parte di chi nell’istituzione scuola vede una pagina bianca su cui poter scrivere qualsiasi cosa.

In quest’ottica, evidentemente, tutto fa brodo. Tutto è senz’altro utile e positivo. Che si tratti di un progetto per la prevenzione del cyberbullismo, una grande kermesse teatrale o un corso sul giornalismo.

Il Piano di Offerta Formativa Territoriale, che negli anni scorsi la prima giunta Abbaticchio, timidamente, aveva provato a sperimentare, sembrava andare in una direzione diversa. Una direzione di sintesi fra istanze e realtà diverse, un lavoro di cucitura politica, appunto, una visione d’insieme di quel che la scuola del territorio dovrebbe essere, del modo in cui Bitonto potrebbe caratterizzare la “sua” scuola. Ma di tutto ciò pare essersi persa ogni traccia. Come è smarrita ogni traccia di un’attenzione specifica alla realtà scolastica, al proprio della scuola, a ciò che solo in essa avviene e che come tale deve essere tutelato.

Il fatto è (anche) che per occuparsi di Bilancio bisogna essere un commercialista, per occuparsi di Urbanistica un architetto o un ingegnere, mentre per occuparsi di scuola è sufficiente essere l’esponente della forza politica a cui si deve dare una poltrona ma non è chiaro quale. Che si tratti di un Ministro della Repubblica o dell’Assessore di un medio paese di provincia.

La scuola è vittima – e forse talvolta anche complice (visto che il Programma di Intervento è stato redatto “in collaborazione con le scuole territoriali”) – di una politica degli scarti, in cui l’esperienza viva dell’incontro quotidiano fra insegnanti e alunni, in cui il sapere si fa, in realtà non interessa a nessuno, se non come materiale di riciclo per farne altro. Alla scuola si chiede di essere tutto tranne che se stessa, di promuovere qualsiasi attività tranne l’insegnamento.

La scuola, però, non è il posto in cui, genericamente, si insegna “a vivere”. La scuola è quel posto in cui si insegna italiano, matematica, latino, storia, diritto, disegno tecnico; eppure, studiando italiano, matematica, latino, storia, diritto, disegno tecnico, si impara a vivere. È questa la “magia” della scuola. Che chi non è né docente né studente difficilmente potrà capire. E che i politici che costruiscono le giunte col Cencelli difficilmente potranno mai valorizzare.