Quando a Bitonto c’era il vescovo. Breve storia della Chiesa bitontina

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Inchieste
07 dicembre 2017

Quando a Bitonto c’era il vescovo. Breve storia della Chiesa bitontina

La diocesi di Bitonto affonda le sue radici nella predicazione apostolica. Fu annessa a Bari nel 1986

Alcuni bitontini, forse con nostalgia, possono ancora ricordare quando la nostra città era sede vescovile e aveva il suo vescovo, guida e pastore della Chiesa di Bitonto e di Ruvo (dal 1819). La sede bitontina del vescovado, cioè dove il vescovo risiedeva, era nel chiostro della Cattedrale, dove si possono tuttora ammirare alcune epigrafi e alcuni stemmi dei vescovi che si sono avvicendati nella storia. L’ultimo vescovo, mons. Aurelio Marena, resse la diocesi fino al 1978, quando diede le dimissioni per età. Dopo un periodo di amministrazione apostolica, cioè senza una definitiva nomina da parte del papa, nel 1982 mons. Mariano Magrassi, già vescovo di Bari, fu nominato vescovo anche di Bitonto (Ruvo fu associata a Molfetta), per poi divenire nel 1986, quando le due diocesi furono de iure unificate, arcivescovo di Bari-Bitonto. 

Questi sono solo gli ultimi atti di una storia, quella della Chiesa bitontina, che ha radici antichissime, che affondano e si legano a quella del Cristianesimo stesso. La tradizione vuole infatti che proprio San Pietro, risalendo la via Traiana da Brindisi, avrebbe toccato, nel corso del suo viaggio a Roma del 42 d.C., anche Bitonto. Qui avrebbe abbattuto il culto alla dea Minerva, protettrice della città in età romana, e avrebbe portato la fede cristiana. San Pietro avrebbe anche lasciato come guida a Bitonto il diacono Sant’Apollinare, considerato nostro primo pastore dalla tradizione, poi morto martire a Ravenna. 

I primi dati certi sul vescovado bitontino risalgono ad Arnolfo, vescovo di Bitonto nel 1085, che aveva accolto con altri vescovi pugliesi e l’abate Elia l’arrivo a Bari delle reliquie di San Nicola. Ma la tradizione aveva tramandato anche altri vescovi a lui precedenti, su cui però non ci sono documentazioni. La presenza di tre vescovi nell’VIII secolo, Guglielmo da Viterbo (715), Andreano (742) e Ottone (754), è stata comunque avvalorata dagli storici, soprattutto per i riscontri archeologici delle chiese pre - romaniche bitontine. La chiesa paleocristiana, risalente circa al VI secolo e rinvenuta sotto l’attuale Cattedrale, già fa pensare a un grande luogo di culto, adatto a una sede vescovile. E il momento storico, quello successivo alla conquista longobarda della Puglia, particolarmente favorevole per Bitonto, e la posizione della nostra città, a metà fra il mare e la Murgia, non possono che aver influito sulla creazione di una diocesi in città tra i secoli VII e VIII. 

Dopo l’anno Mille giunsero a Bitonto i benedettini, la cui dimora storica rimase a lungo la badia di San Leone, polo importante della vita religiosa, sociale ed economica, come testimonia l’incontro fra Callisto II e Suger de Saint Denis che avvenne proprio nel monastero bitontino nel 1122. Grazie alla diffusione fatta del francescanesimo da parte di frate Luca, discepolo di San Francesco, i francescani arrivarono in città nel XIII secolo, accolti dal vescovo Leucio che benedisse la prima pietra della futura chiesa di San Francesco la Scarpa. In questo periodo, durante il furente conflitto tra imperatore e papato, si segnala anche la figura di fra Teodorico di Borgognoni, medico e chirurgo, nominato vescovo di Bitonto nel 1260, ma mai giunto nella nostra città.

Il Trecento e il Quattrocento sono secoli in cui la Chiesa bitontina si trasformò ancora di più sotto l’influsso delle nobili famiglie cittadine, che iniziarono a diventare sempre più preminenti non solo nei processi decisionali civili, ma anche religiosi. Ne è testimonianza l’arricchimento a cui la Cattedrale fu sottoposta, con la crescita smisurata di cappelle private, altari, mausolei celebrativi, con cui la mentalità della nobiltà dell’epoca intendeva mettere in mostra il proprio potere e ottenere il perdono delle proprie colpe. Non stupisce, dunque, che a Bitonto vennero assegnati importanti nomi della Curia romana, che però non risiedettero mai in città, riscuotendo le prebende e rendite che l’amministrazione apostolica comportava. Si segnalano tra questi “cavalli di razza” delle nobili famiglie romane due vescovi della famiglia Orsini (Giovanni Francesco nel 1502 e Giacomo nel 1518), Giulio De’ Medici (1517), il futuro Clemente VII, Alessandro Farnese (1530), che salirà al soglio petrino come Paolo III, e suo nipote Alessandro il giovane

La svolta si ebbe, però, quando Paolo III scelse per Bitonto una delle più importanti figure della chiesa controriformistica, mons. Cornelio Musso, che aprì con un suo discorso il Concilio di Trento, evento massimo della Chiesa alle prese con la Riforma luterana. Fu grazie a lui che l’amministrazione della diocesi fu passata in rassegna contro gli abusi del clero e dei numerosi laici, loro parenti, come quando nel 1555 riformò le giurisdizioni delle parrocchie cittadine per distretti, togliendo alle singole famiglie nobili il controllo fino ad allora esercitato. 

Tra Cinquecento e Seicento a Bitonto l’accoglienza dei nuovi vescovi e delle norme della Controriforma non fu delle migliori. Dai documenti ufficiali, come quelli del sinodo del 1682, nonostante gli sforzi di Musso, emerge una diocesi con ancora diverse mancanze e vuoti, se non proprio impedimenti nell’attuazione dei decreti tridentini. Le associazioni laicali che si dedicavano alle opere di carità, strumento inizialmente positivo nelle mani del vescovo, nel ‘600 cercarono sempre più di distaccarsi dal suo controllo, costituendo una sorta di chiesa nella chiesa, veicolando una serie di forme di pietà molto patetiche, tipiche di questo periodo. Tra i pastori che ressero la diocesi in questo periodo ricordiamo mons. Giovanni Pietro Fortinguerra, sostenitore del culto all’Immacolata, già venerata a Bitonto, mons. Girolamo Pallentario, che ebbe fama di santo e più volte per lui fu iniziato un processo di beatificazione, mons. Fabrizio Carafa, che fondò l’Accademia degli Infiammati, e mons. Alessandro Crescenzio, che, dopo essere stato nunzio apostolico presso i Savoia, portò a Bitonto una delle rare copie della Sindone, quella portata in processione nella notte del Venerdì Santo.

Durante il Settecento la maggiore preoccupazione dei vescovi non fu tanto il popolo, che sembrava docile alla presenza del pastore, ma il clero, arrogante, poco propenso ad obbedire al vescovo, legato da stetti vincoli di parentela ai detentori del potere civile. Lo dimostra mons. Giovanni Battista Capano che, pur ostentando ottimismo e descrivendo una situazione assai positiva nei documenti ufficiali inviati a Roma, con diversi decreti condannava abusi, scandali, usura e concubinato. A mons. Giovanni Barba, invece, dobbiamo l’istituzione di un seminario, inaugurato nel 1745, per la preparazione dei sacerdoti, segno della sua volontà riformatrice, non ben accetta dal clero bitontino. Anche mons. Orazio Berarducci cercò con il sinodo che indisse nel 1786 di riportare ordine nella chiesa bitontina, trovando ostacolo sia tra i laici, sempre più svincolati dalla sua autorità con le confraternite, sia tra gli ecclesiastici.

Dopo la morte di mons. Berarducci iniziò un periodo di sede vacante che durò ben 17 anni, a causa delle vicende legate al potere napoleonico sulla penisola e alla soppressione degli ordini religiosi di Gioacchino Murat. Grazie al primo vescovo dell’Ottocento, mons. Vincenzo Maria Manieri, ci fu il pristino di molti enti religiosi e l’entrata a Bitonto dei Canonici Regolari Lateranensi, che si insediarono nell’ex-convento di S. Teresa, avviando un’istituzione scolastica che, pur cambiando nel tempo, sopravvive ancora oggi come Liceo Classico. Vescovi illuminati per la città furono anche i suoi successori, mons. Vincenzo Materozzi e mons. Luigi Bruno. Il primo, vissuto negli anni dell’avvento dell’Unità d’Italia e accusato di essere dalla parte della fazione borbonica più conservatrice, si prodigò in realtà per la comunità, con l’abbellimento del seminario e la costruzione di due chiese a Palombaio e a SS. Spirito. Mons. Bruno fu colui che diede l’impulso per il restauro della Cattedrale e celebrò l’ultimo sinodo diocesano.

A cavallo fra XIX e XX secolo, mons. Pasquale Berardi, attento alle problematiche culturali del suo tempo, si dedicò non solo all’istituzione di nuovi luoghi di culto, come la parrocchia di Mariotto e quella del Sacro Cuore, ma volle soprattutto essere attivo nel campo sociale e politico, come dimostrano la promozione dell’intervento dei laici con l’Azione Cattolica e la formazione di un gruppo di intellettuali che animerà la vita cittadina della prima metà del secolo, su tutti Giovanni Modugno. Ultimo vescovo di Bitonto fu mons. Mariano Magrassi, uomo di grande cultura, che è vissuto con grande disponibilità ed entusiasmo secondo lo spirito del Concilio Vaticano II. A lui si deve, oltre all’azione importante nel campo liturgico e mariano, l’istituzione del Museo Diocesano e della Pinacoteca. 

Dopo di lui, sotto l’impulso di ridistribuzione territoriale delle diocesi, Bitonto fu accorpata a Bari, a causa della sua grandezza, non molto estesa. Certo, però, la nostra storia millenaria continua, pur nelle figure dei nuovi vescovi, senza perdere il fascino del suo passato. A noi il compito di preservarne la memoria, nostra identità e vanto.

 

Fonti:

Antonio Castellano, La diocesi di Bitonto nella storia, Bitonto, 1963

Stefano Milillo, La Chiesa e le chiese di Bitonto, Bitetto, 2001

Francesco Amendolagine, Antonio Castellano (a cura), Tappe sul cammino della Chiesa di Bitonto, Bitonto, 1984