La proposta: una Conferenza per le Frazioni

di La Redazione
In evidenza, Esperia
18 dicembre 2017

La proposta: una Conferenza per le Frazioni

Provocazione a margine della petizione di palmaristi e mariottani per rivendicare l’autonomia scolastica

Uno sguardo anche rapido alla Relazione a corredo della Petizione per richiedere l’autonomia dell’Istituto Comprensivo “Don Tonino Bello”,recepita venerdì scorso dal Consiglio Comunale, rivela che la questione politica che si cela dietro l’appello di più di mille residenti delle frazioni va ben oltre la battaglia per una dirigenza. 

Nove pagine fitte di dati, analisi socio-economiche, rilevazioni demografiche, volti sostanzialmente a dimostrare che palmaristi e mariottani sono dei disagiati. Meglio, che vivono in un “contesto di disagio socio-economico”, tale da giustificare una deroga alla legge nazionale che fissa il tetto minimo di alunni per il riconoscimento dell’autonomia scolastica; possibilità di deroga prevista e legittimata – secondo gli estensori della petizione – dalle stesse Linee di Indirizzo della Regione Puglia in materia di dimensionamento scolastico.

Il Cahier des doléances è traboccante. Si va dagli effetti della crisi economica sul comparto agricolo alla scarsa concorrenzialità degli esercizi commerciali allocati nelle frazioni, dall’insufficienza delle linee del trasporto pubblico a quella degli sportelli postali e bancari, dall’assenza di luoghi di aggregazione giovanile al perdurante problema dell’integrazione delle famiglie baresi, trapiantate dagli ambienti socialmente più degradati del capoluogo. La denuncia di palmaristi e mariottani, dunque, parte dal problema della scuola per scoperchiare un vaso di Pandora del disagio. Il tutto a dimostrazione del fatto che la scuola, insieme alle due parrocchie, rimangono l’ultimo baluardo della promozione sociale nelle frazioni, la difesa del quale sarebbe un imperativo ineludibile.

Il punto è che non si risolve sul piano della tecnicalità giuridica quello che è un problema politico enorme, di cui l’affaire scuola costituisce solo la punta dell’iceberg: il problema di cosa sono oggi le frazioni di un Comune, cosa sono Palombaio e Mariotto, chi sono i bitontini residenti a Palombaio e Mariotto. Bitontini, sì. Perché è in fondo questa la vera questione: se si possano, o si debbano, ritenere bitontini i palmaristi e i mariottani. È inutile girarci intorno.

Se essi, dal canto loro, lamentano che le istituzioni li considerino bitontini solo quando da loro si esige qualcosa, in primis le tasse, d’altra parte a loro si può contestare di far valere spesso le proprie rivendicazioni nel senso della riaffermazione di una differenza (differenza dei palmaristi rispetto ai bitontini, ma anche dei mariottani rispetto ai bitontini e agli stessi palmaristi!), più che in direzione dell’uguaglianza, di un’appartenenza comune e condivisa.

La parola “autonomia”, in questo contesto, suona come qualcosa di più di un titolo giuridico in capo all’Ufficio Scolastico; è invece il significante simbolico con il quale, alla violenza della discriminazione, si risponde con la difesa della propria identità specifica. 

La temperie sociale e politica corrente, tuttavia, ora più che mai, dovrebbe metterci in guardia dinanzi alla deriva brutale cui il simbolo identitario può condurre, ripiegandosi indefinitamente su stesso, distinguendo città e frazioni, palmaristi e mariottani, palmaristi autoctoni e baresi trapiantati, palmaristi italiani ed eventuali immigrati… La replicazione della differenza, messe in fila le notizie di cronaca degli ultimi mesi, promette di raggiungere livelli di parossismo, fino a che da spaccare in due non rimarrà che l’atomo.

Occorre, forse, invertire la tendenza. Occorre decidere che la risposta alle disparità, per cui vale la pena di lottare, non è maggiore autonomia, ma al contrario maggiore integrazione. Non uffici e servizi distaccati, ma condivisi. Non indipendenza gestionale dall’istituzione “centrale”, ma partecipazione concreta alla gestione comune. Ed è a questa altezza che la politica deve trovare il suo spazio reale.

La politica è, per definizione, funzione paratattica. È, cioè, quell’unico spazio di invenzione simbolica nel quale si può conferire significato alle espressioni “siamo bitontini e palmaristi”, “siamo mariottani e bitontini”. Il lavoro della politica è precisamente quello di permettere a qualcuno di essere due cose nello stesso tempo, e di rendere produttiva di effetti, anziché logicamente insensata, questa coincidenza di ruoli.

Da questo punto di vista, non ci sono segnali che possano far dire che l’era Abbaticchio abbia in alcun modo invertito la tendenza, già affermata dai predecessori, di evitare di fare delle frazioni una scena politica. La feudalizzazione del consenso elettorale, che nelle ultime tornate amministrative ha portato all’elezione di consiglieri comunali “ad uso” quasi esclusivo delle frazioni – l’enfant prodige Arcangelo Putignano a Palombaio, Marianna Legista e Gaetano De Palma a Mariotto – non contraddicono, anzi confermano, questa deduzione. Sono, infatti, il simbolo di una autoreferenzialità clientelare della “politica” nelle frazioni, le quali anziché preoccuparsi di incidere sull’amministrazione di Bitonto-e-Palombaio-e-Mariotto, si accontentano – e anzi, festeggiano questo fatto come una vittoria – di assicurarsi il delegato sindaco di turno, che risolva i problemucci del quartiere, che rastrelli qualche migliaio di euro per il rifacimento di una palestra o di un solaio: “l’amico in Comune”, insomma. E la morte della politica.

L’Amministrazione Abbaticchio, ancora forte di un successo elettorale insperato nelle dimensioni, favorita dall’ormai chiara non-ostilità del nuovo corso del Partito Democratico, può forse permettersi di osare di più. Parimenti, può permettersi di osare ciò che mai nessuno ha osato un Consiglio Comunale oggettivamente rinnovato e privo di grandi ipoteche legate al passato, un Consiglio nel quale si contano numerosi presunti difensori delle frazioni, non ultimo – oltre ai nomi già citati – un personaggio fuori da qualsiasi interesse di “cordata” politica, come il pentastellato Dino Ciminiello.

Ecco, allora, la proposta: una Conferenza delle Frazioni da celebrarsi, magari, in primavera, dopo il tour de force elettorale. Non il solito Consiglio monotematico estemporaneo, celebrato magari in trasferta come mancia pre- o post- elettorale; bensì un tavolo di confronto serio a tutto campo, inaugurato in tempi non sospetti, in cui l’ente locale – non il Sindaco-eroe, né il consigliere-amico, ma il Consiglio Comunale nella sua interezza – prenda consapevolezza delle esigenze delle frazioni attraverso il confronto diretto con i residenti, e in cui questi, al contempo, diano inizio ad una forma di impegno e partecipazione diretti nella cosa comune bitontina, esprimendosi in relazione non solo al proprio “particulare”, ma alla città nella sua complessità.

Urge un’occasione di vera negoziazione politica, in cui la posta in gioco non sia la toppa da mettere alla falla di turno, né il contentino simbolico da elargire in misura proporzionale a tutti – magari un concertino di Capodanno a testa; in cui la posta in gioco sia, invece, la visione strategica di cosa le “parti” Palombaio e Mariotto rappresentino per l’“intero” Comune di Bitonto. 

Solo da una visione strategica condivisa e a lungo termine si può ripartire per fondare un nuovo patto con i cittadini e tra di essi, per restituire dignità alle differenze dei territori oltre il fumo dell’assistenzialismo.