Angela Baraldi live per il quinto compleanno del 'Corvo Torvo'

Noemi Malerba
di Noemi Malerba
Cultura e Spettacoli
05 dicembre 2017

Angela Baraldi live per il quinto compleanno del 'Corvo Torvo'

Un concerto pieno di energia. L'intervista di BitontoTV

Donna dall’essenza rock, alle spalle un’esperienza importante come attrice ma soprattutto anni di militanza al fianco di chi, come lei, ha creato la storia della musica italiana, quella vera, quella cruda. Una donna che canta col sangue senza mai perdere nulla della dolce femminilità che la contraddistingue: parliamo di Angela Baraldi, al Corvo Torvo per presentare il suo album “Tornano sempre” e per festeggiare il quinto compleanno del pub bitontino, magistralmente accompagnata da Federico Fantuz alla chitarra. Dopo il live, la cantautrice ha risposto ad alcune domande per BitontoTV.

 

Prodotto da Giorgio Canali (CCCP, CSI), nato dall’incontro con Steve Dal Col (Frigidaire tango, Rossofuoco) e Vittoria Burattini (Massimo Volume), il tuo ultimo album “Tornano sempre” vanta anche collaborazioni importanti, penso a Gianni Maroccolo (Litfiba,CCCP, CSI, Marlene Kuntz), Emanuele Reverberi, Vincenzo Vasi e Riccardo Dal Col. Come nasce questo album e com’è stato collaborare con questa squadra di artisti?

Ho conosciuto Canali perché ho fatto un tributo ai Joy Division. Mi era stato richiesto dal comune di Reggio Emilia per il trentennale della morte di Ian Curtis e allora ho pensato a quali potessero essere i musicisti adatti per questo progetto; ho contattato Maroccolo che però non era disponibile, invece Canali lo era. Un giorno infatti Giorgio mi chiama dicendomi “Sì, facciamo questo progetto sui Joy division, con due chitarre distorte e voce”. Pensai subito che fosse pazzo, ma poi capii che era in realtà una proposta geniale, perché togliere basso e batteria ai Joy Division voleva dire per forza reinventare i pezzi. Ci siamo trovati quindi in uno studio a Bassano io, Giorgio e Steve Dal Col e abbiamo iniziato a fare quei brani. Poi, siccome ci veniva tutto fluido, loro mi proposero di fare un disco e poichè io avevo in mente già da un po’ quest’idea, pensai che sarebbe stato bello farlo continuando ad avere questo spirito slegato dal pensiero di catturare la gente. Abbiamo iniziato quindi a registrare delle cose, senza un’idea precisa. Però sentivo che con Canali e Dal Col eravamo troppo Rossofuoco e quindi ho pensato di chiamare un alleato del mio mondo, cioè Vittoria Burattini, con la quale avevo già collaborato in “Baraldi lubrificanti” nel 1996. Ci siamo trovati quindi noi quattro, abbiamo iniziato a fare delle sessioni libere di un paio di giorni. Ascoltando poi tutto il materiale, ho iniziato a scrivere, con una musica dunque molto libera e istintiva e dei testi molto pensati e ragionati. Spedivo poi le mie idee a Giorgio che in quel momento era il mio alter ego e abbiamo iniziato a lavorarci su, ma negli anni: è la prima volta che ho lavorato così, in un tempo così dilatato, e sono molto soddisfatta del risultato perché, nonostante il lungo tempo impiegato, mantiene un filo conduttore seppur involontario, perché mentre scrivevo non ci pensavo ma una volta finito il disco ho capito che c’era coerenza. Di solito i dischi si fanno tutti in una volta perché ci sono costi ben precisi, tempi ben precisi. Io ho goduto di questa libertà di poter ritornare su qualcosa, su un materiale che comunque Canali teneva a lasciare così com’era, senza toccarlo troppo. Ci sono state anche delle discussioni a riguardo, ma alla fine abbiamo trovato il giusto equilibrio ed è venuto fuori un buon lavoro, ne sono orgogliosa.

 

“Tornano sempre” è uscito nel febbraio 2017, primo disco di inediti  dal 2003. In questi anni, però, hai avuto modo di dedicarti ad altri progetti, come lo spettacolo-tributo ai Joy Division o il progetto Post-CSI. Particolarmente felice è stata la tua esperienza come attrice, sia teatrale sia poi sul grande schermo con “Quo vadis, baby?” di Gabriele Salvatores nonché nell’omonima serie tv. Quanto il tuo essere anche attrice influisce sul tuo modo di far musica e di stare sul palco? 

Penso abbia influito molto; penso che, almeno sulle persone come me che hanno bisogno di viverle le cose per capirle, l’esperienza si radichi anche inconsciamente dentro di noi. Ad esempio, un pezzo come Hollywood Babilonia non so se l’avrei scritto se non avessi vissuto certe sensazioni, calandomi in un mondo che conoscevo poco come quello del cinema. Il dramma dell’attore è proprio quello di non avere un ruolo; chi fa invece questo mestiere della musica ha un’identità più definita perché lavora in modo più autonomo. Il mestiere dell’attore mi ha sempre fatto tenerezza, lo trovo molto difficile perché viene messo in secondo piano il tuo privato. Quindi penso che tutta l’esperienza della mia vita vada a finire in qualche modo nelle mie canzoni istintivamente, anche se non voglio, è un processo inconscio.

 

Leggendo i commenti alle tue canzoni su Youtube, c’è chi parla di “sussurri urlati”. C’è un sottile file rouge, soprattutto tra brani quali “Hollywood Babilonia”, “Tutti a casa”, “Immobili”, che in un certo senso conferma questo ossimoro: parlo di quel senso di resilienza, di quella calma resistenza che emerge proprio nei momenti più inaspettati, permettendo di vivere il fallimento come valore e non come colpa. Spesso si tratta di un sentimento sottovalutato, preferiamo quasi rimanerne schiacciati piuttosto che riconoscerlo, però appunto tu riesci a vederlo da un’altra prospettiva.

Sì, mi è sempre piaciuto vedere il lato romantico in questo. La parola fallimento ci schiaccia, ci fa paura. Sin da quando ero piccola, mi ricordo che quando guardavo le Olimpiadi o qualunque cosa dove ci fosse della competizione, mi attraeva sempre il secondo, mai il primo. Me lo sono anche chiesto il perché: penso che sia per il fatto di non arrivare. È una sensazione strana, è come qualcosa di non compiuto però più interessante. Credo nella poetica del loser, portata poi in auge dai Nirvana e dal mondo del grunge, che è quello che musicalmente mi ha finalmente riportato le chitarre distorte, la voce urlata, il sangue nei microfoni. Però c’è stato un buco negli anni ‘80, gli anni della mia giovinezza, che io ho sofferto: per me gli anni ‘80 sono stati orrendi, dal punto di vista musicale, con Madonna, i ballerini. Per me è stato un momento molto brutto, dove essere fragili e mostrare il lato debole era un minus. Quando finalmente arriva questa onda dall’America, io finalmente mi ci riconosco e sento che la poetica del loser è tornata. Chiaramente, proprio per sua natura, tale poetica non può rimanere in auge, pensiamo al suo stesso leader Kurt Cobain. C’era sempre qualcosa di molto romantico, in un certo senso. Io mi riconosco in quel mondo lì, non so spiegarti bene il perché, è come appartenere a un’etnia dell’anima; non mi interessa l’aggressività, la sopraffazione, non trovo interessante parlare dei vincenti, loro sono già sui giornali e sulla bocca di tutti. Mai nessuno vince per aver fatto qualcosa per noi, per la comunità; c’è chi vince nel suo privato, perché ce l’ha fatta, perché ha dei figli belli, perché si è sposato come andava fatto. A me questo non interessa: a me interessa chi sta facendo la battaglia, chi sta lottando, chi è nella mischia, non mi interessa parlare di chi sta già lì nell’olimpo a brillare.

 

So che è come chiedere a una mamma quale sia il suo figlio preferito, però mi incuriosisce troppo: c’è una canzone del tuo album a cui sei particolarmente legata?

Guarda, vado a periodi. Adesso sto ascoltando molto “1000 poeti”, non so perché. Il ritornello di questo pezzo è stato scritto cinque anni fa, le strofe dopo tre/quattro anni. Questa canzone è una specie di Frankenstein. L’ho finita il giorno in cui è morto David Bowie, infatti ci sono dei riferimenti a lui: parla del duca, della polvere di stelle, dell’alligatore. Però il ritornello della musa, del poeta che cerca di raccontarla ma non ce la fa, era un ritornello che avevo dimenticato e su cui un giorno Giorgio (Canali) mi disse di volerci lavorare. Mi sembra tutta scritta di getto e invece non lo è, è interessante questa cosa, è interessante come riusciamo ad essere atemporali nella creatività. Io penso che la poesia sia atemporale, al contrario della moda; la poesia è eterna, fuori dal tempo, la bellezza è qualcosa che rimane. E quindi la canzone parla di questo, è lì che vorrebbe arrivare.

 

In questi anni possiamo dire che hai vissuto e attraversato la musica italiana. Cosa ne pensi della situazione attuale, delle logiche musicali presenti in Italia?

Guarda, è un tritacarne. Io ho vissuto la scia della discografia in salute: ho cominciato nel ’90 con la RCA , un’etichetta all’epoca molto attiva perché aveva tutti i cantautori. Però ho visto questo mondo affievolirsi, perché i supporti sono cambiati: nasce il CD e poi sparisce anche lui. E c’è proprio questo alla radice del cambiamento, perché le case discografiche si inventano i talent per stare a galla. Quindi ora il mondo si è separato molto: c’è l’indie da una parte e il mainstream dall’altra, e non comunicano molto, non che in Italia l’abbiano mai fatto troppo. È tutto un po’ sclerotico, non riesco a capirlo bene nemmeno io. Vedo Manuel (Agnelli), che è un mio caro amico, a X Factor e spero non ne faccia ancora un’altra stagione perché altrimenti diventa anche lui una specie di Maria de Filippi. A me dispiace un po’ che non ci sia più quel vigore di un tempo: adesso vedo che le cose si mischiano in maniera confusa, ascolto Brunori e mi sembra De Gregori. Però penso che c’è una generazione che De Gregori non lo conosce, quindi è anche giusto che ci sia Brunori. La sfiga di invecchiare è anche quella: sai troppe cose, ti accorgi di chi ha copiato cosa, mentre magari uno di diciotto anni non lo sa e si gode quella cosa lì per ciò che è. In fondo anche De Gregori si è ispirato a Dylan, però c’è un garbo in questo. Quello che apprezzo degli artisti di allora, Bowie per primo, è il fatto che fossero indicatori di altre forme d’arte. Ad esempio, se ti piace De Gregori, va a finire che ti piace anche Dylan e se non lo conosci lo vai ad ascoltare perché lui ti chiede questo. Bowie ti chiedeva di ascoltare Lou Reed o Iggy Pop, di guardare i quadri di Pollock. E questa cosa seminale, di cultura che va oltre la musica, è proprio ciò che oggi manca: è importante invece che ci sia perché il cantante ha il grande vantaggio di essere un ripetitore, di riuscire a comunicare con la gente più di quanto possa fare un pittore, che invece è più chiuso in un suo mondo a parte. È un grande pregio poter avere questa capacità. E quindi io chiedo a voi, soprattutto voi giovani che andate ai concerti, che siete i veri fruitori di musica, di pretendere la qualità, di non credere troppo a quelli che imitano ma anzi sapere che esiste un originale e dunque ricercarlo. È bellissimo ispirarsi a qualcuno, non è sbagliato, però bisogna ammetterlo e non fare ad esempio come Zucchero, che copia le frasi di Ciampi senza ammetterlo e senza scriverlo sul disco, ed è una stupidaggine perché così non permette al ragazzino che va a comprare il suo disco di conoscere e ascoltare Ciampi. Scriverlo non sarebbe una vergogna ma cultura, e questo è importante in un paese come l’Italia dove noi paghiamo le tasse sui CD come bene di lusso, come chi compra una barca a vela, perché l’Italia non riconosce cultura la musica pop, rock, jazz, e questo è assurdo, perché la musica è cultura. 

 

Ultima domanda: c’è qualche consiglio che vorresti dare agli artisti o alle band emergenti?

Sì, esattamente questo: cercate la qualità, che è una dote divina, una dote speciale e il semplice riconoscere la qualità in mezzo alla mischia vuol dire essere già in contatto con qualcosa di divino: questo per me è il primo passo. Mettere su una band, fare canzoni proprie sono cose importanti ma vengono dopo: prima è importante riconoscere la qualità, pretenderla e saperla valorizzare.