L’ulivo e Bitonto, storia di legame antico

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Cultura e Spettacoli, Inchieste
15 novembre 2017
Photo Credits: In copertina - Fototeca Georgofili

L’ulivo e Bitonto, storia di legame antico

Dalla raccolta alla produzione dell'olio. Sino al motto riportato sullo Stemma Comunale

Sorge il mattino in compagnia dell'alba
Dinanzi al sol che di poi grande appare
Su l'estremo orizzonte a render lieti
Gli animali e le piante e i campi e l'onde.
Allora il buon villan sorge dal caro
Letto cui la fedel moglie e i minori
Suoi figlioletti intiepidìr la notte:
Poi sul dorso portando i sacri arnesi
Che prima ritrovò Cerere o Pale
Move seguendo i lenti bovi, e scote
Lungo il picciol sentier da i curvi rami
Fresca rugiada che di gemme al paro
La nascente del sol luce rifrange.

Parini, Il Mattino, vv. 33 - 45

 

Il destino di Bitonto è stato, sin dalla notte dei tempi, legato alla terra e a una pianta in particolare: l’olivo. Sono infatti quest’albero e il suo frutto pregiato che vengono da lontano ad aver accompagnato e condizionato da sempre la vita di coloro che qui hanno abitato, in un connubio che non ha mai smesso, nemmeno oggi, di essere essenziale e insostituibile. Bitonto e l’ulivo diventano un trait d’union, un tutt’uno, e la storia della prima diventa e si confonde nella storia dell’altro.

L’ulivo spunta spesso nei più antichi racconti relativi a Bitonto, come quello secondo il quale i bitontini accolsero festosamente con i ramoscelli d’ulivo il re Botone, il mitico personaggio proveniente dall’Illiria e da cui probabilmente deriva il nome stesso della città. Approdato con un popolo bellicoso sulle spiagge dell’Adriatico, Botone avrebbe sconfitto i dorici di Taranto, con i quali avrebbe poi concluso un trattato. E proprio dei tarantini coniarono le monete bitontine che riportavano Bitontinion, il nome greco della città, con le effigi della dea Atena, a cui si attribuiva il dono della preziosa pianta, e la civetta con il ramoscello d’ulivo. 

Fulcro della sua economia e della sua vita commerciale, l’ulivo rimane per secoli la principale ricchezza di Bitonto, tanto che, durante il Medioevo, nacque un’unità di misura a posta per l’olio d’oliva, lo Stareum olei Botonti, che veniva impiegato come modello anche fuori i confini della Terra di Bari. Ce lo conferma Arnoldo, arcivescovo di Acerenza alla fine del XI secolo, che, una volta all’anno, presentava l’obolo alla Santa Sede proprio con tale misura. 

E ancora, quando sulle porte urbiche e sugli edifici civili, gli emblemi araldici del XIII secolo riportavano il motto attribuito all’imperatore Federico II, a noi oggi caro, “Ad pacem promptum designat oliva Botontum”, l’immagine dell’olivo radicato imperava come oggi come stemma della città. E quando gli Angioini e gli Aragonesi sono giunti nei nostri territori, a Bitonto, urbs olivarum, venivano dedicati epitaffi per il suo mare di ulivi, incisi sulla muratura urbana: “Oliva speciosa in campis”, di biblica memoria, e “In oliva et leonibus gloria est”.

Nel corso dei secoli Bitonto divenne uno dei maggiori centri di produzione e commercio di olio della Puglia, grazie alla presenza in città di famiglie amalfitane e ravellesi, con fondachi veneti, fiorentini e lombardi, che animarono molto la vita economica bitontina. Un primato conservato anche quando, grazie a Pietro Ravanas, imprenditore e agronomo francese, proprio a Bitonto si sperimentò nel 1828, prima che altrove, la pressa idraulica, che riaprì all’olivicoltura pugliese l’era della qualità.  

Nel secolo XVIII erano presenti a Bitonto circa trecento maestosi frantoi, dei quali oggi sopravvivono poco meno di un centinaio, abbandonati o adattati a usi diversi, alcuni ancora visibili fra gli uliveti che circondano la città. Ormai ridotti a ruderi, i più antichi, risalenti al XIII – XIV secolo, erano provvisti di impianti a macina, una volta appartenuti a corpi feudali e a ricchi borghesi locali. 

Ancora oggi, come nei secoli passati, le olive vengono raccolte tra fine ottobre e inizio novembre. Cesura tra vita religiosa e lavoro nei campi per i contadini bitontini era la festa dei Santi Medici, ultima solennità religiosa esterna dell’anno, dal 1733 sempre nella terza domenica di ottobre, per permettere a tutti la partecipazione al culto e a non venire meno dai lavori della vendemmia.

Il lavoro faticoso della raccolta delle olive cominciava al mattino presto, per concludersi la sera, quando le olive venivano portate al frantoio per essere macinate oppure conservate in casa ad arieggiare, in attesa della premitura. La raccolta delle olive cadute sul terreno o tra l'erba era un lavoro molto scomodo e da persone pazienti, delegato spesso alle donne e ai più giovani. Gli uomini, invece, appollaiati sui rami e sulle scale di legno stando in equilibrio sui pioli, facevano cadere le olive sui panni di sacco stesi sul terreno o nella cestella di vimini legata alla cintola dei pantaloni. Questo lavoro di raccolta poteva durare anche diversi giorni, a seconda della grandezza del podere, e si concludeva al massimo entro l’inizio di dicembre, in tempo per la festa dell’Immacolata. 

L’ultimo giorno della raccolta delle olive si svolgeva una delle feste più conosciute della tradizione contadina bitontina, U Cristefìnge. Questa atavica usanza consisteva in un lungo corteo di contadini, sia uomini che donne, preceduti da un uomo che portava un grosso ramo di ulivo, simbolo di ricchezza, legato all’estremità di una verga ad indicare il Cristo, che si concludeva in piazza Cavour nella città, tra i canti e i balli dei contadini festanti.