Un sorso di 'Acqua minerale' al Corvo Torvo: intervista a Giorgio Poi

Noemi Malerba
di Noemi Malerba
Cultura e Spettacoli
25 novembre 2017
Photo Credits: BombaDischi

Un sorso di 'Acqua minerale' al Corvo Torvo: intervista a Giorgio Poi

Il musicista si è esibito durante la rassegna live promossa dal pub

Giorgio Poti, in arte Giorgio Poi, ha pubblicato a febbraio uno degli album più acclamati del 2017 dalla critica e dagli utenti della rete, “Fa Niente”, che di certo non ha disatteso le aspettative. Già frontman dei Vadoinmessico e dei Cairobi, con il passaggio a testi italiani è stato spesso associato alla figura di Ivan Graziani. 

Lo scorso 23 novembre Giorgio Poi ha presentato il suo album anche al “Corvo Torvo” in un live sincero e ricco di esplosioni musicali, impreziosito anche da due cover e due nuovi brani, “Semmai” e “Il tuo vestito bianco”. BitontoTV ha incontrato il musicista. 

 

Vorrei partire da una sensazione, cioè la sensazione di comfort positivo che si prova ascoltando la tua musica e che si respira anche durante un tuo concerto: a me, ad esempio, ricorda la sensazione piacevole degli occhiali da sole in estate. Dietro, però, l’apparente spensieratezza della tua musica e dei tuoi testi vi è una tecnica non indifferente, penso a brani come “L’abbronzatura” o “Tubature”. Come nascono i tuoi pezzi nonché lo stesso album “Fa niente”?

Ero a Berlino in quel periodo, ho vissuto quattro anni lì. Io avevo un gruppo ma c’erano ritardi nell’uscita del disco che avevamo finito di registrare, quindi ho avuto un po’ di tempo libero e ho pensato di usarlo creando un altro progetto. Era da un po’ che mi girava per la testa l’idea di scrivere in italiano e così ho deciso di iniziare. E alla fine l’album è nato, in una stanzetta lì a Berlino e in solitudine totale.

 

Hai davvero suonato e registrato tu stesso tutti gli strumenti? 

Sì,sono stato sette mesi lì a scrivere e registrare, ho anche comprato un basso e qualche pezzo della batteria usando quella del batterista del mio gruppo.

 

A proposito invece dei testi, dopo anni di brani in inglese con i “Vadoinmessico” e i “Cairobi” com’è stato il passaggio all’italiano? Ci sono state difficoltà o è stato un qualcosa di spontaneo?

In realtà ho scoperto di avere talmente tanta voglia di cantare ed esprimermi e scrivere in questa lingua che mi è riuscito abbastanza semplice. Ho scritto inizialmente tre pezzi senza testo, in un finto inglese. Poi mi sono detto «Dai, proviamo a scrivere davvero un testo in italiano», non sapevo nemmeno se ci sarei realmente riuscito e se alla fine mi sarebbe sembrato strano sentirmi in italiano. Ho iniziato a blaterare parole a caso su “L’abbronzatura” e a registrarle e poi riascoltandole mi sembrava di stare a casa mia, mi sono sentito subito molto bene, molto comodo, molto “io”, anzi mi sentivo più “io” così che non in inglese, che era la lingua che avevo utilizzato fino a quel momento.

 

La scelta di una cover da parte di un cantautore di solito è piuttosto significativa: come mai la tua scelta di riproporre “Il mare di inverno” di Loredana Bertè, in una versione che risulta essere anche molto intima, o “Ancora ancora ancora” di Mina?

Sono canzoni che mi piacciono e che sento vicine a me, a livello proprio musicale più che testuale. Sono melodie che mi sento addosso in qualche modo e che quindi sento di poter interpretare a mio modo. Non credo si possa fare la cover di qualunque canzone ma appunto dev’esserci questo sentimento di vicinanza con quello che si sta suonando e cantando e io lo avverto molto con questi brani. 

 

Quest’anno durante il tuo tour hai avuto modo di condividere il palco con diversi artisti, penso ad esempio a Giovanni Imparato e gli altri membri del suo progetto “Colombre”. C’è qualche artista o gruppo con cui ti piacerebbe collaborare per progetti futuri?

Sì, in realtà mi piacerebbe collaborare con degli artisti non italiani. Se posso sognare, mi piacerebbe collaborare con i Daft Punk. [Ride]. Sì dai, stiamo fantasticando, non stiamo parlando di eventualità reali. Adesso però aprirò il concerto dei Phoenix, anche con loro mi piacerebbe collaborare…Chissà!

 

Hai vissuto per vent’anni in Italia, tra Novara, Lucca e Roma, per poi trasferirti a Londra prima e poi a Berlino. A gennaio, quasi a ribadire il tuo essere un po’ “cittadino d’Europa”, partirà un mini-tour europeo che toccherà città quali Parigi, Bruxelles, Berlino. Come pensi verrà accolta la tua musica dal pubblico europeo?

Guarda, non ne ho idea perché non ho mai cantato in italiano all’estero. Secondo me potrebbe esserci dell’interesse, nel senso che vivendo a Londra e a Berlino mi sono accorto che c’era un interesse per delle cose diverse da quelle che si fanno di solito, ovvero musica fondamentalmente di stampo anglosassone e in lingua inglese. Noi in Italia abbiamo un modo nostro di fare musica e io con questo disco volevo inserirmi in questo filone, quindi penso che possa suonare esotico, così come suonava esotico a me nel momento in cui mi sono accorto che in un periodo ascoltavo musica africana o sudamericana perché mi suonava nuova in qualche modo. Ho vissuto la stessa cosa con la musica italiana a un certo punto e ho pensato “Visto che sono italiano, più che abbracciare questa cosa che posso fare?”. E quindi penso che ci possa essere un interesse, proprio musicale, anche senza capire le parole.

 

Un’ultima domanda con cui mi piace concludere: data la tua esperienza, quale consiglio vorresti dare agli artisti emergenti? 

Una cosa che può sembrare banalissima, ovvero continuare a lavorare sulle proprie canzoni e sulla propria musica e non aspettarsi che le porte si spalanchino immediatamente: bisogna avere pazienza e bisogna divertirsi, fare il proprio percorso a prescindere dalla risposta. Per questo anche quando qualcuno mi manda qualcosa e lì per lì non ne rimango colpito faccio sempre difficoltà a dirlo perché penso che forse in quel momento non lo sto capendo io. Bisogna sempre avere dall’esterno l’umiltà di non giudicare immediatamente e dall’interno la caparbietà di andare avanti, di credere in quello che si sta facendo e credere soprattutto nel proprio percorso, perché è quella la cosa più importante che poi darà forma a ciò che si farà.