Un Congresso senza popolo

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia
19 ottobre 2017

Un Congresso senza popolo

Nel week-end il Pd 'rinnova' la sua struttura. Ma i giochi sono già stati fatti altrove

C’erano una volta i congressi di partito. Erano delle occasioni di confronto, in cui diverse idee su cosa e come inserire nella strategia della propria formazione politica si fronteggiavano e democraticamente prendevano corpo in mozioni, persone e gruppi dirigenti. È invece un Congresso senza popolo quello che il Partito Democratico di Bitonto si appresta a celebrare tra una manciata di ore, un rito stanco e vuoto, sintomatico di una profonda crisi politica – perché un Congresso costruito nel silenzio e nella riservatezza, quasi nella speranza che passi inosservato dalla pubblica opinione è, oltre che una contraddizione in termini, un segno evidente di malessere.

Quella appena trascorsa è stata d’altronde un’estate di contrizione e di astinenza per il maggiore partito bitontino, in cui a fare notizia è stata la mancanza di notizie, in particolare la mancata organizzazione della tradizionale Festa Democratica (per i nostalgici: Festa dell’Unità). Dopo il tardivo “passo a lato” del segretario Vaccaro a seguito dell’ennesima sconfitta elettorale di primavera, non una parola è trapelata dalle stanze della Pescara; basso profilo e lavoro di diplomazia per trovare una exit strategy al cul de sac in cui il partito si è infilato negli ultimi anni. Obiettivo: un patto di desistenza con il “centrosinistra abbaticchiano”, al fine di far sopravvivere il partito ai marosi della politica amministrativa, in attesa di tempi migliori – in attesa, cioè, del vuoto politico abissale che Michele Abbaticchio lascerà alle sue spalle quando avrà finito con Bitonto.

Di fronte ad un gioco così complesso, il partito che si definisce “democratico” ha evidentemente ritenuto che il suo “demos” (popolo) non fosse all’altezza del compito. Ragionamenti troppo delicati, troppi calcoli, ipotesi e prospettive di lungo termine da tenere in considerazione. Ai “saggi”, dunque, le decisioni. E così le sorti della politica progressista bitontina sono oggi affidate al lavoro degli sherpa che, dicono i rumors, da giorni si muovono alacremente da una sponda all’altra del centrosinistra, alla ricerca di un’intesa che non lasci fuori nessuno. 

Peccato che qualcuno, fuori, ci sia rimasto già: gli elettori e i militanti. Si è scelto di nascondere la polvere sotto il tappeto, evitando di rendere pubblica la crisi e di chiamare ad esprimersi la base, quel “popolo” che proprio nelle scorse ore, a parole, il segretario nazionale dem ha detto essere “l’unico vero proprietario del partito”. Ma il caso bitontino contraddice amaramente lo storytelling renziano, dimostrando che il pd nostrano crede ancora di poter risolvere in un’alchimia di dirigenze quella che è invece una ben più profonda crisi di rappresentanza, propria di un partito che ha smarrito ogni reale contatto con le persone, con le parti sociali e l’associazionismo, con i collettori culturali di questa città. 

La campagna di tesseramento condotta negli ultimi mesi – sottotono, per usare un eufemismo – ne è una prova: dopo il fuoriuscitismo (o la “campagna acquisti” abbaticchiana, a seconda dei punti di vista) dell’ultimo anno, che ha ridotto ai minimi termini il potenziale elettorato attivo interno, fare un Congresso “di tessere” rappresentativo della realtà politica sarebbe stata una chimera. 

I padroni dei numeri oggi nel partito, come scritto già ieri da Savino Carbone, sono sostanzialmente tre: Gennaro Sicolo, in forte ascesa, sul fronte Renzi-Martina; l’ala DS (perché ostinarsi ancora a precisare “ex”?) sul fronte Orlando, in inarrestabile declino dopo il magro bottino della segreteria Vaccaro; e infine, a fare da ago della bilancia, Silvano Intini per il Fronte Democratico di Emiliano. Convitato di pietra, naturalmente, il Sindaco Michele Abbaticchio, oggi più che mai intenzionato a sanare lo strappo da una posizione di forza, per non pregiudicare il suo stesso futuro politico che, forse anche prima del previsto, inevitabilmente dal sostegno dei vertici territoriali del Partito Democratico dovrà passare. Sarà lui senza ombra di dubbio il vero padrone del vapore in questo Congresso dem, e chiunque la spunti domenica non potrà farlo senza il suo previo consenso. Il calibro dei quattro “azionisti di maggioranza” e i loro rispettivi interessi extra-bitontini, d’altra parte, rendono evidente che il vero oggetto del contendere, per l’ennesima volta, non sarà tanto un progetto egemonico sul centrosinistra bitontino, quanto la titolarità di un pacchetto di consensi da porre nella disponibilità del notabile regionale e nazionale di riferimento, a cominciare dall’appuntamento elettorale della prossima primavera. Domenica si tratterà di decidere, in fondo, a chi dovrà pagare le sue corvées Bitonto nei prossimi mesi, se ad Emiliano, a renziani della fatta di Lacarra o a chissà chi altro: ecco l’orgoglio e la dignità del glorioso Partito Democratico di Bitonto.

In questo caos calmo da occhio del ciclone, tutto lascia intendere, paradossalmente, che a prepararsi sia l’ennesimo congresso a mozione unica.  Se non fosse tragico, sarebbe divertente: il partito per antonomasia dilaniato dalle divisioni, dalle fronde, dalle fuoriuscite, dalle correnti, va a Congresso allineato su un’unica linea, quella – fondamentalmente – di non darsi alcuna linea. Perché nell’assenza di un dibattito politico serio e aperto, alla luce del sole, al cospetto del proprio elettorato, si può essere d’accordo solo sul fatto di rinunciare ad essere d’accordo. La menzogna del pensiero unico nasconde la triste verità dell’incapacità di portare in scena il sano conflitto tra idee, che è poi essenzialmente la politica. Ma i contrasti buttati fuori dalla porta sono inevitabilmente destinati a rientrare dalla finestra, sotto forma di un lento logoramento fatto di faide interne e veti incrociati, che aspetta chiunque alla fine si presti ad occupare la poltrona della Pescara.

All’elettore bitontino di centrosinistra, già incapace, dopo un’effimera euforia, di collocare politicamente la “vittoria” abbaticchiana di primavera; già disorientato dalla sostanziale estinzione del civismo cittadino – silente da mesi; già deluso dalle ennesime promesse federative della fugace meteora Nunziante; a questo elettore frustrato e ormai disilluso non resta che accomodarsi in poltrona e godersi lo spettacolo. Il copione è già scritto, e chi ne sia il protagonista a questo punto conta davvero poco. Sono gli applausi quelli che contano. E domenica sera certamente non mancheranno. Il film, no, non è il Gattopardo. In fin dei conti, perché “cambiare tutto perché nulla cambi”, se si può, molto più semplicemente, non cambiare nulla? Buona visione.