Quando i migranti eravamo noi. La storia dei 2838 bitontini che passarono da Ellis Island

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Inchieste
18 settembre 2017

Quando i migranti eravamo noi. La storia dei 2838 bitontini che passarono da Ellis Island

Furono protagonisti della grande ondata migratoria verso gli USA. Tra navi sovraffollate, condizioni igieniche precarie e tante discriminazioni

Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri,
allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria
 e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato,
 privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.

Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù

 

Fa specie pensarlo, ma un tempo l’Europa era un Continente da cui scappare. Al contrario di quello che oggi si possa immaginare, nello scorso millennio altri sono stati i luoghi interessati dai flussi migratori. In particolare, gli Stati Uniti e il Canada, fino agli anni 90 del secolo scorso, sono stati i più toccati a livello globale, tanto da aver accolto quasi la metà del totale mondiale dei migranti del ‘900. La maggior parte degli immigrati tra 1750 e il 1950 è stata proprio di provenienza europea e, si può dire, gli italiani hanno costituito una parte importante di questo flusso, inaugurato, non a caso, dal genovese Cristoforo Colombo.

In principio le migrazioni, tra cui quelle di italiani, costituirono un elemento di ricchezza per gli USA. Ad esempio, Filippo Mazzei, un fiorentino giunto in America su richiesta di Benjamin Franklin nel 1773, fu l’ispiratore per Thomas Jefferson di una frase famosa della Costituzione d’Indipendenza americana: “Tutti gli uomini sono stati creati liberi ed uguali e dotati dal loro Creatore di determinati diritti inalienabili”. Persino Filippo Traetta, figlio del più noto Tommaso Traetta, emigrò negli States nel 1803, dove divenne uno dei primi musicisti italiani a intraprendere una carriera tutta in salita, che vide anche la fondazione di due conservatori a Boston e Philadelphia.

Le migrazioni più famose, però, furono quelle della “grande ondata”, la seconda, avvenuta tra il 1892 e il 1924, in cui si registrò l’apice delle migrazioni del secolo scorso, in particolare nel 1907, anno record, quando vennero ammessi negli USA più di 1 milione di immigrati. Cifre che fanno impallidire e che non reggono il confronto con i flussi odierni. 

Tra queste migliaia di volti, storie, esperienze, ci sono 2838 bitontini che arrivarono a New York e vennero registrati negli archivi di Ellis Island, la base delle operazioni di controllo degli immigrati di terza classe, a pochi metri dalla Statua della Libertà.

 

 

Ma in che modo gli Stati Uniti divennero fulcro di un così grande flusso migratorio? E perché anche i bitontini sentirono la necessità di emigrare, guardando al Nuovo Mondo come all’isola felice e alla panacea a tutti i problemi?

La risposta sta nella storia di questi due paesi. Gli Stati Uniti, all’inizio del XIX sec., condussero una grande espansione territoriale verso l’Occidente. Di qui la grande quantità di manodopera per occuparsi delle nuove terre acquisite e per trasportare tutti i prodotti e le merci dal Pacifico verso le città della costa dell’Atlantico, dove erano localizzati i mercati più importanti e da dove si partiva per raggiungere i mercati internazionali. Questa situazione interessò tutto il secolo, fino a quando, nel 1890 circa, la crescita delle grandi città della costa Atlantica, come New York, Boston e Philadelphia, iniziò ad attirare altra manodopera, specializzata e non, per contribuire alla nuova espansione urbanistica delle metropoli.

Questi i fattori che influirono sulla prima importate migrazione italiana, tra 1850 e 1892, in cui si registrarono 13 mila nuovi residenti italiani negli USA, che si aggiungono ai 12 mila già residenti. Di questi 31 sono bitontini, 15 uomini e 16 donne. La maggior parte degli immigrati di questa prima fase provenivano dall’Italia Nord-Orientale, essenzialmente artigiani che però lasciarono la loro attività per diventare spesso contadini.  

 

 

Bitonto era una piccola cittadina di provincia, non immune da cambiamenti e animata da importanti personalità che fecero la nostra storia locale. Un numero molto basso dei 30 mila abitanti decise di partire per il Nuovo Mondo, quando aspettativa di vita e il numero di nascite aumentarono, con l’effetto di un primo importante aumento demografico. Certamente la condizione dei contadini non era molto positiva, con salario minimo, assenza di sindacati e analfabetismo assai diffuso. Ma dopo l’Unità d’Italia, le trasformazioni tecnologiche in campo agricolo, la formazione di importanti numeri di disoccupati con la scomparsa degli antichi mestieri, il crollo delle aziende agricole dei cereali e del vino per la competizione dei mercati internazionali, crearono una situazione economica molto congestionata.

La gente si accorse che non era più possibile vivere alla maniera tradizionale. Bisognava adattarsi alle nuove situazioni, correndo il rischio di fare investimenti sbagliati, provando a competere con le nuove dinamiche. Oppure andare via. L’unico luogo emblematico, che riuniva le speranze di tutti questi disperati, era l’America. 

Il primo passo era acquistare i biglietti, cosa che i bitontini potevano fare a Bitonto, Bari o Napoli, prenotando così un posto per il primo viaggio disponibile per il Nord d’America. Il costo del biglietto si aggirava mediamente intorno alle 150 lire. Nel 1904 il viaggio sulle migliori navi costa 190 lire. Una cifra che corrispondeva a cento giornate di lavoro per un bracciante. 

Le navi furono un elemento importante per il viaggio. Fino al 1870, le navi utilizzate per raggiungere le coste americane erano di legno, sfruttavano i metodi tradizionali di navigazione e impiegavano all’incirca tra le 6 alle 12 settimane, a seconda delle condizioni del mare e del meteo, per completare la traversata. Con l’avvento delle navi con motore a vapore, il tempo del viaggio si ridusse a un paio di settimane e poteva essere effettuato anche dal Sud dell’Europa. Nel 1854 una piccola nave a vapore italiana, il Sicilia, partì da Palermo dimostrando la possibilità di poter attraversare l’Atlantico con questo nuovo tipo di tecnologia.

Si diffusero numerosi tipi di bastimenti, l’Italia cercò di entrare nella competizione internazionale con la N.G.I. (Navigazione Generale Italiana), società nata nel 1881 che detenne la linea passeggeri nel Nord Atlantico fino al 1901, per continuare ad essere la leader su quelle rotte sino agli anni Venti. Quando i flussi migratori per gli Stati Uniti diventarono tali che occorreva una stabile tratta Europa – USA, i trasporti marittimi su questi bastimenti diventarono un vero business, che però all’inizio non offriva grandi servizi.

 

 

I viaggi che gli immigrati compirono alla fine dell’800 furono condotti su mezzi non adeguati, pietosamente disposti per comodità e igiene. Nella stiva delle navi prendevano posto, con le stime maggiori, quasi 2000 persone, di fronte alle reali capacità di 500 – 1000 unità. I controlli non erano effettuati, si lasciavo tutto alla discrezione degli armatori, che costringevano i passeggeri a trascorrere le ore diurne in coperta, esposti alle condizioni climatiche. L’alimentazione era ridotta e l’acqua potabile divenne uno dei principali mezzi di trasmissione di malattie. 

Una svolta si registrò a partire dal 1901, con l’approvazione da parte del governo della Legge sull’Emigrazione, che disciplinava il trasporto dei migranti, e la Legge Bettolo, con cui si finanziava la costruzione di nuove navi. Nel biennio 1907 – 1908 vennero completati, anche con la nascita della Lloyd Sabaudo, la nuova compagnia creata con la partecipazione della Casa Reale, nuovi bastimenti che per i successivi vent’anni solcarono l’Atlantico: Duca degli Abruzzi, Regina D’Italia, Duca d’Aosta, Regina Elena, e le quattro “signore” Conte Rosso, Conte Verde, Conte Biancamano e Conte Grande. La tratta prevedeva di solito la partenza da Genova, sede come Trieste della costruzione di questi bastimenti, per poi toccare Napoli, Palermo e quindi New York. 

Arrivati a Manhattan, i passeggeri di prima e seconda classe passavano subito la dogana, mentre i passeggeri di terza venivano trasportati al Centro Immigrazioni degli Stati Uniti d’America, su Ellis Island. Dei 2838 bitontini della “grande ondata” si può dire che la preminenza della popolazione era maschile, di cui coloro di età tra i 20 e i 40 anni erano per la maggior parte manovali, contadini o muratori. Tra questi spuntano cognomi tipicamente bitontini, come Abbaticchio, Acquafredda, Bonasia, Caputo, Castellano, Cutrone, Leccese, Lovascio, Monte, Pastoressa, Pazienza e molti altri. Le donne adulte erano casalinghe, raramente giovani e nubili, che venivano invece trattate con sospetto dagli ispettori di Ellis Island, ritenute possibili prostitute. 

La stazione operativa di Ellis Island riusciva a controllare anche 5000 persone al giorno, mentre fuori aspettano sulle navi anche 15 mila persone. I controlli erano normati da regole rigide, soprattutto dopo la prima legge sull’immigrazione del 1882, che vietava l’ingresso negli States ai “rozzi”, portatori di malattie, malati mentali, anarchici e chiunque comportava una “spesa pubblica” per il paese. La visita a Ellis Island prevedeva una serie di controlli medici, anche molto invadenti e con poco rispetto del pudore personale, come il salire e scendere delle scale, per controllare la presenza di malattie motorie, e la dolorosa visita oculistica fatta con un uncino per accertarsi della presenza del tracoma. 

Coloro che erano sospettati di avere qualche disturbo erano segnati con del gesso sui vestiti con una lettera, come la X per i malati di mente, la E per chi aveva patologie agli occhi, la K per chi aveva ernie. Chi non passava i controlli era obbligato ad andare via e i familiari costretti a scegliere in fretta tra il rimanere o il seguire il parente non accettato. Da qui il doppio nome di Ellis Island, “Isola della Speranza”, ma anche “Isola delle Lacrime”. 

 

 

Di solito gli immigrati italiani a New York si riunivano in un unico quartiere, quello compreso tra Mulberry Street, Hester Street, Mott Street, meglio conosciuto come Little Italy. In realtà, si potrebbe parlare proprio di ghetto, tanto le condizioni igienico – sanitarie dei piccoli appartamenti che gli italiani andavano ad assiepare erano preoccupanti, dove dilagava il campanilismo, l’analfabetismo, il sovraffollamento e l’alta mortalità. Tutte precondizioni della grande discriminazione a cui i nostri connazionali e concittadini andarono poi incontro di fronte al resto della società. 

Numerose sono le testimonianze di vignette satiriche, che dipingevano gli italiani come un popolo di ladri, tagliagole, fannulloni, mafiosi, che sapevano vivere solo nella sporcizia e nella criminalità. “L’istinto omicida di questi assassini”, che “si divertivano a usare il coltello l’uno contro l’altro”, farà accantonare ogni distinzione iniziale fra settentrionali e meridionali, uniformando tutti gli italiani sotto un’unica grande etichetta. “La grande maggioranza dei cittadini non desidera discriminare una razza e l’altra, ma se una razza si pone deliberatamente a rovesciare l’ordine e la pace della comunità, i compatrioti di questi colpevoli devono essere ritenuti responsabili”, recitava nel settembre 1930 l’Hamilton Herald. 

Le discriminazioni certo non mancavano anche da parte delle istituzioni. Ne è un esempio una norma del 1912, quando il Congresso approvò la prima delle numerose leggi sui regolamenti dei contratti degli stranieri, con l’intento di agevolare gli americani, disponendo che tutti coloro che giungevano a New York con “carte”, cioè contratti già stabiliti con datori di lavoro statunitensi, devono essere espulsi dal paese, perché coinvolti in tentativi di schiavitù. Di qui il nome dispregiativo “wop”, che sta per “with-out papers”, la sigla che il controllore di Ellis Island scriveva sugli elenchi degli italiani ammessi negli USA. 

Questi sono solo sporadici esempi delle condizioni pressanti che i nostri connazionali dovettero subire nella loro vita negli Stati Uniti. Ed è per questo che grande valore acquista la straordinaria tenacia di coloro che, umili, analfabeti, spaesati in un mondo completamente nuovo e diverso da quello in cui erano vissuti sino ad allora, si adattarono a queste situazioni inumane, accettando tutto questo per la crescita e le migliori opportunità di vita dei loro figli. Certo non mancarono le esperienze devianti e le espressioni di violenza e di criminalità, come abbiamo già provato a raccontare altrove. Basti pensare che nel 1904, secondo il Bollettino dell’emigrazione di Napoleone Colajanni, gli italiani risultavano il 4,7% degli immigrati in America, responsabili però del 14,4% dei delitti gravi (96 i detenuti per casi d’omicidio), i numeri più alti di tutto il paese.

Ciononostante non possiamo dimenticare questa pagina del nostro passato e leggere il presente con maggior consapevolezza storica. Anche noi siamo stati gli stranieri di qualcun altro.

 

Fonti:

Thomas Acquaviva, Stefano Milillo, “Bitontini in America. Storia di una emigrazione”, Studi Bitontini, 81-82, 2006

Gian Antonio Stella, “L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi”, Milano, 2002

Archivio online di Ellis Island, www.libertyellisfoundation.org