Storia e antimemoria. Il caso della Giornata della Memoria in onore delle vittime meridionali dell'Unità

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Cultura e Spettacoli
31 luglio 2017

Storia e antimemoria. Il caso della Giornata della Memoria in onore delle vittime meridionali dell'Unità

I pareri del pentastellato Ciminiello, del consigliere Damascelli, del giornalista Pagano e di Belligero

L’assemblea degli Ateniesi, lasciandosi ingannare, gli concedette di scegliere tra i cittadini alcuni uomini, che non divennero i lancieri privati di Pisistrato, ma i suoi mazzieri”. Così Erodoto commenta il colpo di stato commesso nel VI sec. a.C. dall’ateniese Pisistrato. Il tiranno scelse come strategia quella di puntare con frasi e comportamenti dal forte impatto emotivo (presentarsi ferito in assemblea) su un elettorato facilmente influenzabile e non politicizzato, che da poco era entrato a far parte dell’assemblea. L’organismo decisionale ateniese aveva giustificato e riconosciuto istituzionalmente la richiesta della guardia del corpo, attribuendole un significato politico innocuo per le istituzioni in vigore. Un’inappropriata istituzionalizzazione e strumentazione politica è il rischio che corre oggi la Giornata della Memoria delle vittime meridionali dell’Unità d’Italia.

Lo scorso 4 luglio il Consiglio Regionale della Puglia ha approvato, quasi all’unanimità, la mozione presentata dalla consigliera Antonella Laricchia del Movimento 5 Stelle, con cui “si impegna il Presidente e la Giunta a indicare il 13 febbraio come giornata ufficiale in cui si possano commemorare i meridionali che perirono in occasione dell’unità, nonché i relativi paesi rasi al suolo” e ad avviare iniziative per “promuovere convegni e eventi atti a rammentare i fatti in oggetto, coinvolgendo anche gli istituti scolastici di ogni ordine e grado”. 

La data non sembra essere stata scelta a caso: il 13 febbraio 1861, infatti, con la capitolazione di Gaeta assediata dalle truppe sabaude, Francesco II di Borbone fu deposto e il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere. “Per il movimento dei cosiddetti neoborbonici quella data è l’inizio della storia di un Sud non più indipendente e vittima delle prepotenze dei vincitori che si macchiarono di massacri e stragi. In quel momento avrebbe avuto inizio il declino economico del meridione a vantaggio delle regioni del Nord d’Italia”, spiega l’AIPH, l’Associazione Italiana di Public History, che tuttavia ha sollevato alcuni dubbi sull’istituzione della giornata. 

La mozione ha infatti scatenato una bufera mediatica, che si è riversata sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno, tra fautori e oppositori di questa giornata. Alcuni docenti dell’Università di Bari, Foggia e Lecce hanno fatto sentire la loro voce a suon di articoli per invitare il governo regionale a interrompere questa disposizione del Consiglio. “Le propaggini estreme di un meridionalismo ‘piagnone’ e rivendicazionista, del tutto opposto al meridionalismo degli Sturzo, Salvemini e Gramsci, si coagulano in una operazione che riporta al centro il primato neoborbonico”, ha commentato la lettera dei docenti dell’Uniba. La professoressa Lea Durante, docente di letteratura italiana a Bari e presidente della sezione italiana dell’International Gramsci Society, ha aperto una petizione online rivolta al Governatore Michele Emiliano, che aveva dato il suo placet, affinché prenda una “posizione contro tale provvedimento”.

Non sono certo mancate voci dell’altra campana, che hanno criticato fortemente il mondo accademico, come Pino Aprile, noto giornalista sostenitore delle tesi del revisionismo sul Risorgimento, in chiave filoborborbonica e antisabauda. È così intervenuto sul Corriere il 26 luglio: “Ma che paura fa il Giorno della Memoria? Saranno convegni, dibattiti, manifestazioni... E cosa impedisce a chiunque, in civile confronto (sempre che non sia proprio questo che inquieta), di esporre dati e opinioni cui si attribuisce maggior fondatezza? Dovreste esser lieti di una possibilità così succulenta di sbugiardare il branco di...? di...? «Neoborbonici»! Evvai (ma che palle!)”.

Anche a Bitonto il fenomeno neoborbonico e revisionista non è assente. Solo alle Amministrative del 2012, tra i candidati alla carica Sindaco ci fu Agostino Abbaticchio, sostenuto da Confederazione Duosiciliana, il movimento nato dalla “unione di movimenti meridionalisti di tutto il sud d’Italia”. Abbaticchio non si definì neoborbonico e specificò che “non vogliamo la rinascita del Regno dei Borbone, ma diamo tanto di rispetto a quello che è stato l’operato dei Borbone fino al 1861 nel sud d’Italia” (qui il video dell’intervista integrale). Nel suo programma il candidato Sindaco meridionalista propose anche, sulla stregua di esperimenti in altre regioni, “l'istituzione della moneta popolare ‘SCEC’ nei mercatini rionali a Bari in collaborazione con Arcipelago SCEC”, intervento che sottolinea il distacco di ideali tra il microcosmo bitontino da lui immaginato e il macrocosmo nazionale.

Una misura che la stessa Durante ha imputato anche al Governatore Emiliano, evidenziandola senza mezzi termini in un articolo comparso sul sito di Sinistra Italiana: “la relazione con il Movimento 5 stelle gli (a Emiliano, ndr) è indispensabile in Puglia, e la Giornata della Memoria è un formidabile gancio per accordi su altri tavoli, meno simbolici e più pragmatici”, con la possibilità per il Governatore “di toccare direttamente le corde più scoperte del suo ‘popolo’, in una empatia priva di mediazioni politiche”. Un po’ come fece Pisistrato di fronte all’assemblea ateniese.

La mozione della Laricchia, che, contenta del dibattito scaturitosi, ha voluto tranquillizzare i detrattori della Giornata della Memoria affermando di non volere e non cercare un tornaconto elettorale (e potremmo crederle), ha un punto debole fondamentale: corre il rischio di dare un riconoscimento politico a una lettura faziosa e ingombrante della storia dell’Unità d’Italia e sembra che questo pericolo sia assolutamente ignorato o minimizzato dallo stesso Consiglio. 

In parte questo ce l’ha confermato anche Domenico Damascelli, consigliere regionale di Forza Italiana, nostro concittadino, che ha votato a favore della mozione. Ai taccuini di BitontoTv ha detto di aver trovato la mozione positiva, con cui poter dare “onore e omaggio alla nostra memoria e al nostro territorio”. Tuttavia il consigliere ha ammesso di non essere riuscito “a fare ricerche approfondite”, a causa certo della mancanza del confronto con gli storici di professione durante il dibattito.

Dino Ciminiello, neo consigliere nell’emiciclo bitontino del M5S, invece, si è detto entusiasta del traguardo raggiunto dalla consigliera pentastellata in Consiglio Regionale, commentando che l’intento della Giornata della Memoria “è di far riscoprire agli Italiani del Nord e del Sud quella voglia di verità e di amore per la nostra Terra che motiva a valorizzarla e scoraggia ad abbandonarla”, per “far crescere la consapevolezza di un territorio che non può più essere incatenato al pregiudizio dell’arretratezza culturale”. Ha inoltre osservato di trovare “incomprensibile la polemica e le ragioni per cui degli accademici dovrebbero opporsi all'istituzione di una giornata di studio e approfondimento dove tutte le posizioni potranno essere liberamente espresse e confrontarsi”. 

Marino Pagano, giornalista bitontino, membro del Centro Ricerche di Bitonto e direttore responsabile di “Studi Bitontini”, pur dicendosi “scettico sulla necessità di ricorrere al sistema, sempre più ricorrente, della commemorazione in onore delle vittime di particolari momenti di sopraffazione dell'uomo sull'altro uomo”, dichiara di essere “a favore di questa decisione, ma con senso di speranza e fiducia per quel che potrà accadere in seno al dibattito civile e storiografico”, in virtù del fatto che “si tratta dei morti delle nostre terre, tragicamente scomparsi in un momento che non fu nemmeno di guerra civile ma di vera e propria subordinazione di una parte della penisola alle volontà di forzata unificazione”. 

Duro invece è il commento contro la chiusura del mondo accademico barese: “Qui si registra uno strano fenomeno, un paradosso di questo stantio accademismo, epigono della vecchia cosiddetta ‘école barisienne’, a sfondo prettamente marxista, figlio di un'astrusa e acritica esaltazione del Risorgimento”, quella stessa area di orientamento di sinistra “che ha prodotto -dallo stesso Antonio Gramsci all'ineludibile lavoro di Franco Molfese, Antonio Lucarelli, Tommaso Pedio - le opere più interessanti in merito ad una rilettura di quegli anni, a partire proprio dal fenomeno del brigantaggio”. 

Pagano ha concluso dicendo che “si preferisce agitare il sin troppo comodo spauracchio neoborbonico, quando invece questo aspetto non coinvolge e non deve coinvolgere un momento che, mi pare di capire, fosse finalmente volto a far luce su faccende che la storiografia ufficiale, quella appunto a sfondo accademico, spesso ha sottovalutato, quando non apertamente osteggiato. I Borbone non siano l'alibi per non fare i conti con la nostra storia”.

Questa contrapposizione di due storie, o meglio di due racconti della storia, uno rivelatore di ignobili segreti e l’altro “ufficiale”, è rigettata dall’esponente di Rifondazione Comunista Anna Belligero. La dottoressa in scienze storiche ha dichiarato a BitontoTV che “la banalizzazione della potenza della memoria, e il conseguente proliferare di ‘giornate della memoria’, possano rivelarsi pericolose, ed addirittura nocive per la storia, passata, ma soprattutto futura”. Laddove per studio della storia si intende “la base di partenza per la costruzione di un pensiero critico e di una visione del mondo, a partire dai processi che l’hanno reso come è oggi”. 

Schierandosi dalla parte dei docenti della DISUM dell’Uniba, la Belligero commenta che “il compito della politica non può e non deve essere quello di assecondare gli istinti xenofobi, sudisti, nordisti, sanfedisti, populisti ecc. (e chi più ne ha più ne metta), bensì quello di dotare lo Stato e le sue propaggini degli strumenti per combattere questi sentimenti e costruire quel senso civico di cui siamo carenti da sempre, al Nord come al Sud”.

Non si può assolutamente pensare di non voler onorare le vittime che ci furono nel Mezzogiorno, né impedire alcuna iniziativa di ricerca storica seria e scientifica, che possa restituire un’oggettiva immagine di quegli anni, con le loro contraddizioni e limiti. Ma la mozione approvata lo scorso 4 luglio dovrà fare i conti con la possibile, o forse inevitabile, legittimazione e riconoscimento istituzionale di un’idea della storia, di un suo racconto, in parte o completamente non riconosciuti come veridici. Ma non è forse questo il peccato più grave. 

La faziosità intrinseca e la spinta divisionistica e disarmonica di cui questa lettura si fa portatrice, certamente non favoriranno un sereno lavoro di ricostruzione storica e dibattito democratico. Non c’è complottismo che tenga, non c’è alcuna rilettura sensazionalistica ed emotivamente impattante che giustifichi questa presa di posizione del Consiglio Regionale. Si è lasciato ingannare o tenta di ingannare?