Santo Spirito, quando Bitonto aveva il suo 'porto'.

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Inchieste
21 luglio 2017
Photo Credits: Lisa Fioriello - Bitonto da Riscoprire

Santo Spirito, quando Bitonto aveva il suo 'porto'.

Il quartiere barese, fino al 1928, era una frazione bitontina, meta di villeggiatura e di vacanze al mare dell’hinterland barese

“Ci Vetonde teneve u’ purte, Bare jere murte” - Se Bitonto avesse avuto il porto, Bari sarebbe morta -. Uno dei detti popolari più conosciuti dai bitontini, che in tempo d’estate hanno passaggio obbligato per quella che è sempre stata considerata la marina della nostra città, meta di villeggianti e molti turisti giornalieri che nel periodo estivo prendono d’assalto le spiagge della costa settentrionale del barese. Santo Spirito è stato, e lo è tuttora, il luogo di villeggiatura preferito dai bitontini, alcuni dei quali, i più longevi, ancora ricordano quando la località marittima era frazione di Bitonto.

Facciamo un salto indietro di un secolo, quando Santo Spirito contava circa 1500 abitanti. L’inizio dello sviluppo di questo villaggio risale alla seconda metà dell’800, quando il Comune di Bitonto spese diversi fondi per riordinare l'allora situazione urbanistica. La regolarizzazione della viabilità pubblica fu incentivata quando nel 1865 Santo Spirito fu toccata dalla linea ferroviaria Foggia – Bari, diventando un ampio scalo ferroviario per Bitonto, che provvedeva con un servizio di omnibus a collegare la città alla periferia. 

Nel corso di tutto il XIX secolo, le maggiori famiglie patrizie bitontine sceglievano questo piccolo pezzo di costa come sede di ville e casine che, drappeggiate di verde e glicine, riempivano gli attuali Corso Umberto I, Via Napoli, Via Garibaldi. Inoltre, dopo gli interventi statali dell’impianto della illuminazione pubblica con lumi a gas nel 1873, l’istallazione di un pubblico orologio collegato alle campane della chiesa parrocchiale e l’arrivo dell’energia elettrica nel 1904, Santo Spirito diventava un piccolo centro ben più vivace che nel passato.

Ma questa piccola località portava con sé tanti pittoreschi personaggi che ne vivacizzavano la vita quotidiana. Il centro della vita e del traffico della frazione era Via Napoli, collegata alla stazione e alla marina. All’inizio del '900 aveva poche botteghe di alimentari, mercerie e una taverna ed era sede degli Uffici, distaccamenti del Comune, per l’Amministrazione. Vi erano due stanze che ospitavano il Sindaco e l’unico vigile urbano, coadiuvato da due carabinieri che provenivano da Bitonto ogni giorno nel pomeriggio. 

L’illuminazione era scarsa e non favoriva il ritrovo dei villeggianti, mentre unico centro di ritrovo era la chiesa, che soprattutto la domenica attirava una piccola folla di fedeli. Si ha memoria di don Vincenzo Cutrone, parroco bitontino, estroso e simpaticissimo, che si contraddistingueva per la vivacità, ma, indolente ai richiami del vescovo, a causa della sveltezza con cui sbrigava le celebrazioni e delle voci sulla sua vita privata, il suo comportamento modernistico fu penalizzato con la riduzione allo stato laicale del chierico. 

Unita alla chiesa, c’era la Bottega del Caffè di don Vito, fratello del parroco, che si preoccupava della vendita di giornali e bibite, con una stanza con dei tavolini per i consumatori e per i giocatori di carte. All’esterno c’era un bancone per le granite, che vendeva a pochi soldi, grattando ghiaccio da un grosso blocco che gli procurava frequenti starnuti. Affianco c’era una bacinella per pulire i bicchieri di vetro delle consumazioni, la cui acqua rimaneva sempre la stessa per tutta la mattinata. Per questo, quando difronte un falegname, detto “u mesticchie”, aprì un bar elegante e con un cameriere vestito in giacca e cravatta, la clientela passò tutta al nuovo esercizio, condannando don Vito a cedere bottega.

Non mancava neanche la farmacia, gestita da don Michele Marotta, un farmacista che di propria mano confezionava le medicine per i santospiritesi. Quando aveva finito le mansioni del mattino, se ne stava sull’uscio con la pipa, salutando il dirimpettaio don Vittorio Favia, il direttore dell’ufficio postale, anch’egli intento a fumare la pipa dopo aver sbrigato le poche lettere che arrivavano a Santo Spirito. 

In un locale del vescovado in Via Napoli c’era anche il “Circolo dei villeggianti”, una vera e propria bisca dei patiti del gioco d’azzardo che rumoreggiava per tutta la notte, intenta a rovinare qualche malcapitato. E anche quando dopo la prima guerra mondiale fu sostituito da una Cooperativa Alimentare per reduci, i giocatori incalliti continuarono altrove i loro imbrogli.

L’unica taverna santospiritese, sempre in Via Napoli, offriva un posto per la notte ai carrettieri e alle loro bestie ed era gestita da Gaetano Scioscia, detto “Cheitane d’Amard”, perché sua madre si chiamava Damaride. Gaetano era famoso per la sua carrozza sgangherata, con cui conduceva i villeggianti a Bari, mentre Damaride era generosa e sempre pronta a prestare a chi avesse bisogno, magari a un marinaio che non aveva con che pagare o a un giovane in cerca delle 191 lire necessarie per prendere la nave che l’avrebbe portato in Argentina.

Il Delegato del Sindaco, un incarico gratuito che però dava prestigio a chi lo rivestiva, era di solito un funzionario statale o qualche anziano pensionato sfaccendato. Per alcuni anni ricevette il titolo pomposo di “Ufficiale di Governo” il prof. Donato Melfi, già titolare di una cattedra ginnasiale di francese, che fu oggetto di curiosità dei santospiritesi. Contro le critiche, andava in giro in maniche di camicia e senza cappello, mostrando l’ampia pelata. Mangiava ostentatamente pomodori crudi, allora ritenuti rischiosi per l’intestino, e spesso parlava in pubblico, riciclando sempre le stesse cognizioni scolastiche, con un discorrere grossolano e dialettale. Tuttavia era attentissimo all’igiene, minacciata dalla scarsità dell’acqua e dall’assenza di rete fognante, e se ne preoccupava con grande impegno.

Suo braccio destro era un ometto sulla sessantina di statura bassa, magro e con un ciuffetto come barba sulla parte sinistra del mento. Era “Crescenz du cataridde”, Crescenzo della botte, che andava in giro nel periodo estivo con un carro su cui era caricata una botte per la raccolta a domicilio dei liquami. Un compito certamente non gradevole, a cui attendeva richiamando dalla strada con una trombetta che portava sul petto.

Dell’illuminazione si occupava invece Ciccio “u conza-lampare”, il lampionario, che riforniva di petrolio, accendeva e spegneva i piccoli lampioni, la cui fiamma fioca e fuligginosa era poco utile a illuminare i vicoli, che era provvisti solo di due lampioni ciascuno, posizionati ai due estremi. Ciccio girava con la scala sulla schiena e un lungo tubo, necessario per spegnere le fiamme alla prima luce della luna.  E quando l’illuminazione elettrica nel 1926 arrivò a Santo Spirito, Ciccio divenne capo – cabina e custode dell’impianto elettrico.

Lungo il tratto di spiaggia tra la Torre della Finanza e il Titolo di Palese, nelle ore di bassa marea si potevano veder scorrere fiumiciattoli provenienti dall’entroterra che andavano a finire nel mare. La famosa “acqua di Cristo”, che per la sua bassa salinità aveva proprietà purganti, era usata per l’innaffiamento delle piante e per bevute in grandi quantità da villeggianti salutisti. Questi, magari vecchi e attempati, stavano nei giorni di bassa marea piegati sulla spiaggia a bere l’acqua della salute, che poi si è scoperto fosse inquinata.

In questo mosaico di volti e storie, fatto di lavoro duro in mare e di vita di grande semplicità, si incastonavano le visite, più o meno frequenti, dei numerosi contadini che d’estate, caricati del traino e delle proprie famiglie, giungevano a Santo Spirito da Palo del Colle, Binetto, Grumo e soprattutto Bitonto. 

Questi erano soliti accamparsi sulla spiaggia, con il traino rivolto verso il mare, da cui pendevano i panni usati nei campi, sotto cui si riposavano le donne e i bambini. Si riversavano nella cosiddetta “Cala d’oro”, in cui anche le bestie si ristoravano. Le donne, a causa delle severe norme del pudore, dovevano entrare in mare con costumi che le coprivano dal collo. Si cucinava all’aperto e alla buona per poi tornare, a vacanza finita, di solito qualche settimana, sulla strada in salita verso Bitonto.

Le famiglie abbienti si fermavano per un mese al mare, in case d’affitto o nelle proprie ville private, frequentando, per il bagno quotidiano, invece della gremita spiaggia libera, le cabine di una delle tre “Barracche”, che venivano annualmente montate al centro della cala o sul litorale del Titolo. 

Nella storia più recente, è ancora vivo nella memoria di molti bitontini il famoso tram, il collegamento a trazione elettrica che univa Bitonto a Santo Spirito. Sostituendo il faticoso e lento omnibus a trazione animale, che in più di un’ora trasportava al massimo quattro passeggeri, il tram, opera della bitontina “Società Anonima Ferroviaria”, partiva da Bitonto nell’attuale Via Urbano e arrivava al capolinea santospiritese a pochi passi dal mare. 

Memorabile episodio avvenne un anno dopo la sua inaugurazione, nel settembre 1929, quando il tram oltrepassò i binari e finì in mare, con un gran spavento dei passeggeri che però non subirono gravi conseguenze. Invece nel 1963 un veicolo fermo nel capolinea bitontino sui binari, ghiacciati per l’abbondante nevicata del giorno prima, partì senza conducente e si scontrò con un altro tram che era partito da Santo Spirito. Fu il colpo di grazia che consegnò gli spostamenti in treno nelle mani della nascente Bari Nord. 

Nel settembre 1928, con un decreto regio, Santo Spirito passò, insieme a Palese, frazione di Modugno, alla città di Bari. Era inevitabile, nel periodo del ventennio fascista, che la frazione fosse inglobata anche per le debolezze delle motivazioni contrarie addotte dal Comune di Bitonto contro l’attuazione del volere del Prefetto di Bari. Il podestà di Bitonto, Lorenzo Achille, volle subito chiarire l’interesse di Bitonto a non perdere questa comunità, ma non poté nulla contro l’avanzato programma propagandistico fascista che vedeva in Bari un polo commerciale e amministrativo della Puglia e del Mezzogiorno.

Santo Spirito non è più frazione di Bitonto da molto tempo, ma comunque è considerata dai suoi abitanti un “paese” e non il quartiere più a nord di Bari. Nessuno sembra aver accettato la sua annessione al capoluogo pugliese, avvenimento che poneva fine con un tratto di penna alle secolari rivendicazioni che tra Bitonto e Bari ci sono state sin dall’epoca medioevale per il controllo di questa piccola baia. Forse Bitonto non riavrà il suo “porto”, ma senz’altro continuerà a frequentarlo come ha sempre fatto da secoli.