L'arte povera di Gaetano Fracassio

Lara Carbonara
di Lara Carbonara
Cultura e Spettacoli
15 luglio 2017

L'arte povera di Gaetano Fracassio

Lara Carbonara ha recensito 'Fracassiopoli', la mostra dell'artista in esposizione al Torrione

Nel cielo sta avvenendo come una decomposizione, come una corruzione dell'aria, che rimane più ferma che mai. Null'altro che nuvole, dopo tutto, che potrebbero essere foriere di vento o pioggia, o no. Strano che debba essere così turbato. Mi sento come se tutti i miei peccati mi fossero piombati addosso. Ma l'unico problema credo sia che la nave è tutt'ora immota, ingovernabile, e che non ho modo di impedire alla mia fantasia di sbrigliarsi fra le disastrose immagini del peggio che ci può capitare. Che cosa accadrà ? Probabilmente nulla. O di tutto. 

Joseph Conrad, La linea d’ombra 

 

Un cammino. Le sue deviazioni. È la personale di Gaetano Fracassio, l’artista milanese ospitato nella sua terra d’origine, presso il Torrione Angioino di Bitonto, dal 4 al 16 luglio. “Sotto questo cielo”, è la storia di un continuo viaggiare, la rappresentazione non di partenze o approdi, bensì di dislocazioni contaminate, di passi che portano sempre con sé la propria casa. Lo spostamento genera non – equilibrio, il non – equilibrio alimenta la continua sete di conoscenza, la drammaturgia dell’adattamento, del distacco e dell’attraversamento di terre, strade, insegne, scoperte, una valigia per ogni traccia lasciata. L’artista deve cercare di disseppellire quelle tracce che non tacciono mai in maniera definitiva. Quelle sensazioni di prima e dopo che non si arrestano sui confini ma si mescolano e si annullano, riformulandosi e re-impastandosi in nuovi percorsi. 

Leggere. Eteree. Nomadi. Sono le case in movimento che parlano una molteplicità di lingue, dicono una molteplicità di punti di vista; lo sguardo dell’artista si insinua nelle pieghe delle case con l’obiettivo di stabilire un contatto con l’intimità dell’interno senza mai lasciarcelo intravedere: case imprigionate in colori gocciolanti e racchiuse in spaghi ostinati rimangono in bilico su rami come alberi secchi; dondolano sospese nel nulla, appese ad un tetto vacillante; diventano una giostra vorticosa che si muove solo sullo sfondo, nelle ombre di un quadro che diventa ‘quarta parete’. Residenze. Leggere e fluide, delle valigie facilmente sfilacciabili, quattro piccole casette che si stagliano su uno sfondo scuro, con una barchetta di carta che fluttua nel buio, quasi senza rotte.

Il risultato è una vera e propria linea d’ombra che è la linea alba, la scia materna che ognuno porta con sé come memoria, un accumulo di luci ed ombre da rievocare. Ed ecco che le opere di Fracassio, così squisitamente animate dall’eco dell’arte povera, sono attimi fermati in legno, cartone, elementi riciclati, tessuto, spago, pittura, sono installazioni lontane da qualsiasi forma di rassicurazione, se pur immediate e familiari nella loro costruzione sensoriale. 

L’arte povera spesso non considera i lavori come conclusi ma come processi che trovano la loro espressione e realizzazione nell’utilizzo stesso dei materiali che si contaminano l’un l’altro e mutano il loro esistere attraverso la percezione che si ha di essi. Ed ecco una scala che si affaccia su una finestra chiusa, dei chiodi ritorti sulla parete; una gerla con ruote che trasporta casette; una sedia trasportabile con una casa incastonata. 

Le gabbie del possibile perdersi o i luoghi delle possibili transiti: c’è qualcosa di incredibilmente statico nel vagabondaggio di Fracassio, un collezionismo di spoglie che diventano mappa per orientarsi o fermarsi in qualsiasi parte del mondo 

Quello che appare molto interessante di queste opere è la modalità di costruzione, che fa pensare ad una sorta di attitudine alla ricerca di ritorni.  I luoghi che emergono non sono definitivi, non forniscono notizie, piuttosto propongono un metodo di interpretazione, che descrive una terra d’approdo, un territorio-casa che genera meccanismi di attrazione e repulsione. C’è una connotazione quasi mistica nell’abitare case instabili, che ricorda quasi un rituale russo raccontato dall’etnologo Gilbert Durand: “Quando un amico parte per un lungo viaggio, al momento di scambiarsi gli ultimi saluti, il viaggiatore si siede, tutte le persone presenti devono imitarlo…Prima di separarsi per lungo tempo, forse per sempre, ci si riposa ancora qualche momento insieme, come se si volesse ingannare il destino”