Gennaro Rubino, l’anarchico bitontino che attentò alla vita di Leopoldo II

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
In evidenza
10 luglio 2017

Gennaro Rubino, l’anarchico bitontino che attentò alla vita di Leopoldo II

Nel 1902 tentò di uccidere il re belga

Voi sapete quanto io odi, detesti, ripugni la menzogna, non perché io sia più schietto del resto dei mortali ma semplicemente perché la menzogna m'atterrisce. C'è in essa un lezzo di morte, un alito di corruzione, che è proprio quel che io più odio e detesto al mondo, quel che vorrei dimenticare. Mi avvilisce e mi nausea, come quando capita di mordere qualcosa di marcio. Questione di temperamento, suppongo”. Così Marlow di Heart of Darkness di Joseph Conrad, marinaio inglese esperto e desideroso di avventure, si ritrova a raccontare ad alcuni suoi amici e colleghi della sua esperienza in Congo, nel pieno dello sfruttamento coloniale che gravava sul paese africano da parte del re belga Leopoldo II.

Il sentimento di odio e ripudio per la menzogna, l’atto più subdolo e illusorio dell’uomo, accompagna ogni momento del racconto di Marlow. La menzogna - illusione che porta l’uomo a considerarsi liberatore e latore di crescita e sviluppo agli indigeni è la giustificazione con cui l’occidentale non vuole riconoscere il male e la morte portati in Africa per il proprio meschino interesse. Conrad vuole raccontare questo sentimento e denunciarlo, una denuncia che anima molta parte della opinione pubblica europea di questo periodo. Strano a dirsi, solo tre anni dopo la pubblicazione di Heart of Darkness, un bitontino, Gennaro Rubino, si apprestava ad attentare alla vita di Leopoldo II a Bruxelles.

La figura di questo nostro concittadino non è molto conosciuta e poco è stata studiata. Certamente il suo è solo uno dei tanti attentati che si registrarono all’inizio del secolo scorso contro potenti di ogni nazione. Il suo è stato solo uno dei tanti, ma forse la persona di Gennaro Rubino è, per estrazione, provenienza e idee, interessante e ancora avvolta nel mistero. In molti, subito dopo l’attentato, vollero disconoscere Rubino e il suo atto. Il sindaco bitontino Fione, telegrafando al console italiano a Bruxelles, quasi a volersi discolpare, volle prendere le distanze “dalla perversità del vile autore”. Come pure sul giornale cattolico Democrazia cristiana, corriere diocesano di Bitonto – Ruvo dell’epoca, fu scritto a chiare lettere che “respingiamo questo disgraziato uomo, dimentico della patria e di sé, divenne infelice e senza patria, senza nome, un bruto! Non lo conosciamo”. 

Bitonto cercò così di allontanare da sé l’onta dell’attentatore, tanto che negli articoli di giornale, che cercarono di ricostruire la vita di questo curioso personaggio, non si hanno remore a definirlo strano, “un po’ matto”, sin dalla giovinezza. Anche le interviste fatte ai familiari di Gennaro, nei giorni all’indomani dell’attentato, come quella alla sorella maggiore Maria, cercavano di celare o attenuare il carattere burrascoso e deciso del fratello, ora scomodo più che mai anche alla famiglia. 

Ma chi era Rubino? E come era finito da Bitonto come attentatore di un re straniero all’estero? Gennaro Rubino nacque a Bitonto il 23 novembre 1859 e fu battezzato nella parrocchia Cattedrale il giorno seguente da don Francesco Vacca (il dato riportato invece nei registri del Comune, in cui la data di nascita è spostata al 24 novembre, riscontrabile solo nell’articolo del Corriere delle Puglie del 17 novembre 1902). Era figlio del bitontino Emanuele Rubino e della napoletana Raffaella Cervone, che gli imposero diversi nomi, tra cui appunto Gennaro, con cui fu sempre chiamato, come il nonno materno, e Pietro, come il nonno paterno. Era l’ultimo di quattro figli, due dei quali morirono a poca distanza l’uno dall’altro nel 1863. Il padre, che perse la moglie quando Gennaro aveva due anni, si risposò nel luglio 1883 con Maria Dagostino, da cui aveva già avuto tre figli, Pietro, Anna ed Errico, che furono riconosciuti come legittimi e che all’epoca avevano rispettivamente 16, 10 e 4 anni.

Dai registri si apprende che Emanuele fosse fabbro ferraio, dotato di una certa istruzione, perché sapeva scrivere, e fosse, secondo le cronache del tempo, uomo onesto, lavoratore, patriota e che addirittura avesse ricoperto anche la carica di assessore. Emanuele volle indirizzare tutti i suoi figli all’istruzione. Gennaro, dopo le scuole tecniche presso il “Carmine Sylos”, perfezionò la sua licenza a Bari con il titolo dell’Istituto Tecnico, risultando nei documenti come ragioniere. 

A 18 anni, con il suo carattere volenteroso e irrequieto, si arruolò come allievo sergente nella Scuola Militare di Maddaloni, incorporato nel 1° battaglione di istruzione, risultando terzo su centosessanta candidati (ne erano ammessi solo sei). Non potendo entrare nell’Accademia Militare di Modena, suo grande desiderio, a causa della spesa troppo alta di 400 lire che non poteva sostenere (secondo la versione della sorella Maria in un’intervista dopo l’attentato), fu promosso sergente ed entrò nel 50° Fanteria a Messina.

Poco dopo comparve una lettera, pubblicata su un giornale di sinistra, che biasimava fortemente i comportamenti dei suoi superiori e il cui autore fu ricondotto a Rubino. Egli fu condannato a cinque anni di carcere da scontare nella fortezza di Gaeta. Sua sorella Maria sostenne poi che era stato solo colui che aveva scritto la lettera, dettata dai suoi compagni, perché aveva una bella grafia. Senz’altro una difesa che non stava in piedi, vista anche la personalità decisa di Gennaro, a cui fu condonata la pena, grazie all’istanza della famiglia, in occasione del compleanno della principessa Margherita. Certamente fu in questo periodo che iniziò a covare odio verso le istituzioni e le ingiustizie, ma grande peso è da attribuire alla grande pubblicistica di sinistra e anarchica che molto circolava in Terra di Bari e che senz’altro ha alimentato le idee di Rubino.

Congedato e tornato a Bitonto il 24 gennaio 1888, occupò il posto di prefetto nel Convitto “Carmine Sylos”, dove poté fare alcune supplenze di francese, che ben conosceva. Nel frattempo aveva conosciuto Maria Teresa Fanelli, maestra di origini ruvesi, affetta da isterismo che amici e medici assicuravano sarebbe passato dopo il matrimonio. Le nozze furono stipulate presso l’Ufficio dello Stato Civile di Bitonto il 12 maggio 1890, mentre il rito religioso fu celebrato il 7 maggio. 

Ma l’isteria di Maria Teresa continuò e Rubino perse il lavoro al Convitto, cosa che lo portò a trasferirsi a Milano come contabile o commesso presso la Casa Editrice Treves, mentre la moglie, che dava segni maggiori di pazzia, fu invitata o costretta a ritornare dalla famiglia d’origine (su di lei circolano diverse notizie, come quella che avrebbe raggiunto il marito a Milano e poi trasferita al manicomio di Mombello o che avesse dato alla luce un figlio, ma questi fatti, raccolti dopo l’attentato, non sono attendibili). 

A Milano Rubino fu raggiunto dal fratello Pietro, anche lui maestro, che lavorò presso la ditta di prodotti coloniali “Bassi”, e da Errico, socialista e per metà rivoluzionario. I tre vissero insieme gli anni della crisi economica, della comparsa nello scenario politico italiano del Partito Socialista, gli anni della politica coloniale e autoritaria di Crispi. Certamente i Rubino furono anche coinvolti nelle quattro giornate di Milano del 1898, la rivolta che sconvolse il capoluogo lombardo all’indomani del rincaro del prezzo del pane e della farina, a cui seguì il grave massacro del generale Bava Beccaris che a colpi di cannonate sedò i moti. 

Mentre Errico fu processato e costretto con foglio di via a tornare a Bitonto, Gennaro, che aveva la fedina penale già pendente, preferì migrare in Inghilterra, prima a Glasgow e poi a Londra. Nel 1893 infatti fu incriminato per falso e furto e condannato a 50 mesi di reclusione nel carcere di Castelfranco Emilia e, subito dopo aver scontato la pena, si ritrovò coinvolto nei fatti di Milano, per cui probabilmente fu catturato ed espulso. Nella capitale inglese aprì un piccolo negozio di giornali e tabacchi, invitando anche Errico a raggiungerlo, cosa che probabilmente accadde (non è chiaro se Errico lo raggiunse a Londra, dove si persero le tracce di Gennaro, oppure sia tornato a lavorare con Pietro). 

Il negozio però si rivelò un fallimento e, non potendo trovare lavoro, finì per essere avvicinato da agenti dello spionaggio italiano a Londra, tra cui i contatti con il famoso ispettore Ettore Prina, che volle cooptarlo per le sue idee socialiste ed anarchiche per riuscire a conoscere più da vicino i progetti degli anarchici. Questi però, una volta scoperta la collaborazione di Rubino con la polizia italiana, lo disconobbero dal partito ufficiale e lo accusarono di tradimento. Tutto questo risultò anche nel giugno del 1902 nei giornali anarchici, come "Il Grido della Folla" di Milano e “La Rivoluzione Sociale" di Londra, che erano usciti con una pubblica diffida nei confronti del Rubino. Tuttavia egli assicurò loro la propria fedeltà, maturata nei ranghi della polizia, affascinato dalle loro idee e, se aveva continuato nel suo servizio di informatore, lo aveva fatto solo per infiltrarsi nell'apparato della polizia, per identificare le vere spie e infine aiutare i compagni con i soldi del governo.

E Rubino mantenne certo la promessa di fedeltà. Fatte perdere le sue tracce alla fine di ottobre del 1902, il 15 novembre 1902 con tre colpi di revolver, mentre la carrozza di Leopoldo II, la prima del corteo, tornava da una cerimonia religiosa, passando vicino alla sede della Banca di Bruxelles in vie Royale, Rubino tentò di uccidere il re belga, raggiungendo però solo la terza carrozza e nessuno rimase ferito. Fu sottratto al linciaggio della folla dalla polizia, che lo arrestò all’istante e lo interrogò a lungo.

Rubino si definì da subito un anarchico che aveva agito da solo, senza alcun mandante, un po’ come i moderni “lupi solitari”, affermando di non pentirsi affatto del suo gesto, che odiava i governanti e che sprezzava i socialisti “pastori che addormentano i popoli invece che spingerli alla ribellione”. Continuò dichiarando che avrebbe ucciso anche il re italiano, perché i monarchici erano tutti tiranni, autori della miseria della gente. 

Durante tutto l’interrogatorio, la sua fede anarchica restò sempre salda, ma proprio gli anarchici non vollero riconoscere le sue affermazioni, anzi lo considerarono un provocatore usato dai servizi segreti per giustificare i provvedimenti severi utilizzati dopo l’attentato contro di loro (in molti furono arrestati, ma poi tutti rilasciati perché estranei ai fatti). A confermare ciò, se in un primo momento il rapporto affermava di aver trovato nel revolver di rubino cartucce non usate, si sostenne poi che non fu possibile trovare il suo revolver.

Dal processo emerge una figura ambigua di Rubino, che pur dichiarandosi anarchico, agevolò le indagini della polizia fornendo documenti e le sue lettere con il Prina che dimostravano la sua partecipazione alle operazioni della polizia italiana a Londra. Fu condannato all’ergastolo e concluse la sua vita a Lovanio, il 14 marzo 1918.

Chi fu dunque Gennaro Rubino? Anarchico solitario e individualista o spia della polizia italiana? Sembra più credibile la prima opzione, ma senz’altro la sua figura rimane un rebus ancora del tutto da risolvere, una piccola pagina marginale che è però passata alla storia.

 

Fonti:

S. Milillo, Gennaro Rubino e l’attentato a Leopoldo II re del Belgio, in Studi Bitontini, 80, 2005, 85-97