Il civismo è finito. E non è necessariamente un male

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia, Elezioni Amministrative 2017
19 giugno 2017
Photo Credits: Mimmo Latilla

Il civismo è finito. E non è necessariamente un male

La natura delle vere 'civiche' è di cambiare gli assetti politici. Ecco perché oggi non hanno più ragion d’essere a Bitonto

Tra i dati che le Amministrative 2017 e il loro responso lasceranno in eredità alla storia politica locale, il più rilevante, probabilmente, potrebbe riguardare la fine della stagione del civismo, protagonista della “primavera abbaticchiana” del 2012. Potrebbe sembrare un paradosso. Ma come, Abbaticchio non ha forse vinto, in maniera ancora più netta rispetto a cinque anni fa, con una coalizione composta da sole liste civiche, senza l’ombra di un partito che sia tale? Non dovremmo allora parlare del tripudio del civismo?

Il fatto è che – come ha scritto già Valentino Losito sulla Gazzetta del Mezzogiorno giovedì scorso – “civismo” è una parola ambigua, equivoca, che ciascuno sembra poter declinare a proprio piacimento, con significati talvolta molto distanti fra loro. Segnatamente, è l’ombrello sotto il quale tutti oggi vorrebbero infilarsi per evitare la grandinata del presunto tramonto dei partiti, per ultimo di quel PD “a vocazione maggioritaria” che Veltroni non ha mai visto tradursi in realtà. 

È fortemente indicativo di questa spregiudicata tendenza il post Facebook attraverso il quale, qualche giorno fa, il già-senatore-oggi-braccio-destro-di-Emiliano, Giovanni Procacci, ha ironicamente “dato il benvenuto” a Renzi e Orlando per la loro apertura alle liste civiche, sottolineando come “in Puglia lo facciamo felicemente da anni”.

Un attimo. Non si tratta dello stesso Giovanni Procacci che, nell’ultimo decennio, non ha perso occasione per ricordare, con paternale bonomia, alle liste civiche bitontine di area progressista “il limite intrinseco di ogni movimento civico”, esortandole a confluire “all’interno di una formazione, non importa se il PD o un’altra, quale gruppo di pressione per migliorare dall’interno le realtà partitiche”? (a mo’ di esempio, per rinfrescare la memoria). E non è lo stesso mantra che incessantemente è continuato ad arrivare da Bari, non ultimo dal coordinatore Lacarra, che ha definito le civiche “una scorciatoia per entrare in Consiglio Comunale”? Per carità, è sempre lecito cambiare idea. Basta dirlo. E allora al Senatore si potrebbe rispondere, parafrasando il suo stesso post: “Constatiamo che anche Procacci adesso si accorge del ruolo delle liste civiche e si pone il tema del dialogo con esse! .... Meglio tardi che mai! Benvenuto tra noi che a Bitonto lo facciamo (IN)felicemente da anni”.

Sta di fatto che il “civismo” – cominciamo a spiegare i termini: l’impegno politico organizzato dal basso in forma alternativa ai partiti, con un forte radicamento territoriale – va di moda. E non solo in Italia. Per sprovincializzare un dibattito in cui i bitontini pensano sempre di essere l’ombelico del mondo, basterebbe leggere un po’ di stampa internazionale; e vedere come ad esempio, in Francia, un intellettuale molto discusso (e discutibile) come Michel Onfray, uno che si definisce “socialista libertario di stampo proudhoniano” – per intenderci, un Gino Ancona in salsa normanna – in questi giorni invochi su ogni rotocalco una “sinistra invisibile”, “quella delle associazioni e del volontariato, dell’attivismo di base e degli attori sociali, della libertà individuale e dell’azione concreta” (Valeurs actuelles, 1-7 Giugno 2017, p. 17, trad. mia). Il vento è lo stesso.

Occorre, allora, innanzitutto intendersi sulla parola “civismo”; ricominciare dalle definizioni. La parola “civismo” dice di una politica strettamente legata al contesto locale (la civitas, contrapposta al potere nazionale e centrale) e alla dignità del cittadino (civis) coi suoi diritti/doveri (non a caso il termine “civisme” è nato in Francia nel Settecento). Dice, dunque, di una forma di organizzazione dell’impegno e di partecipazione dal basso, alternativa o comunque complementare all’istanza istituzionale. Il civismo stricto sensu non ambisce ad essere una forma del governo, ma una forma di potere.

Ora, delle realtà bitontine giunte alla ribalta elettorale di dieci giorni fa, quante e quali possono fregiarsi di questa definizione? Per motivi vari, ci sembrerebbe di poter dire nessuna.

Non sono certamente “liste civiche” nell’accezione suddetta le liste nominali di un candidato Sindaco, che accentrando il consenso politico sulla sola persona del leader perseguono evidentemente le finalità opposte a quelle sopra citate.

Non sono “liste civiche” quelle nate, nel volgere di qualche giorno, dalla fusione fredda di gruppi consiliari – sarebbe meglio dire, di bande al seguito di singole personalità di spicco – alla “Insieme per la Città”, per intenderci.

Non sono “liste civiche” furbeschi spin-off di CAF, sindacati e studi di commercialisti – l'elenco sarebbe troppo lungo.

Non sono “liste civiche” le sigle che riciclano potentati lobbistici di lunga data, transitati a loro volta già da innumerevoli appartenenze partitiche – il caso “Labianca”, alias “Iniziativa Democratica” è solo il più eclatante.

Non sono “liste civiche” gli scatoloni da trasloco elettorale, magari brandizzati “Intini”, in cui, a poche settimane dalle elezioni, si infila di tutto un po’.

Non sono “liste civiche”, va da sé – per la verità non sono “liste” tout court e andrebbero bandite dalla politica ad ogni livello – quelle sigle dietro le quali si cela semplicemente un investimento in denaro destinato alla compravendita dei voti.

Non è per nulla una realtà “civica” quel trasversale, sempre vigile (è il caso di dirlo) eppure mediaticamente invisibile potentato elettorale che è il Partito della Polizia Municipale, che anche a questo giro è riuscito a piazzare bene a Palazzo Gentile i suoi riferimenti, addirittura in tutte le diramazioni dell’albero genealogico: una presenza diretta (Avellis), un figlio (Saracino), un genero (Castellano).

Chi rimane a volersi fregiare nel 2017 di “civismo”? Due casi particolari.

Il primo è quello di Città Democratica. Realtà civica più longeva e, oggettivamente, coerente (è l’unico nome della coalizione Abbaticchio 2012 ad essere tornato immutato sulla scheda elettorale), Città Democratica ha rappresentato, nel quadro della “primavera abbaticchiana”, per ammissione dello stesso Primo Cittadino, l'archetipo del civismo bitontino. Da mesi, però, la stessa Città Democratica, pur tirando dritto, manifesta una sorta di insofferenza per i limiti del proprio raggio d’azione, avendo dichiarato apertamente di riconoscersi nei valori e nella piattaforma politica del Partito Democratico, di desiderarne il rinnovamento a livello locale e di intendere, in definitiva, quella civica come una fase di un processo più ampio.

Resta, infine, “Progetto Comune Viviamo la Città”, forte di un exploit elettorale che – con 2561 voti, praticamente gli stessi del PD – si è classificata al terzo posto delle liste più suffragate. Eccola, dunque, la grande custode bitontina dei valori del civismo. O forse no. Guardiamo i fatti. Di questa realtà associativa fino a qualche mese fa – rectius, sino a che il già prefetto Antonio Nunziante, cooptato da Emiliano a suo vice in Regione, non ha deciso di capitalizzare politicamente la sua posizione istituzionale – non c’era traccia; esisteva invece, come suo nucleo progenitore, “Progetto Comune”, realtà nata a sua volta, anni fa, in occasione della prima Amministrazione Abbaticchio, da una fusione tra “Il Ponte” e la fronda dem “Cultura Democratica”. Ora, cosa è rimasto oggi, dopo il verdetto elettorale del nucleo civico “Progetto Comune” in “Progetto Comune Viviamo la Città”? Si fa fatica a dirlo. L’esorbitante parossismo elettorale è figlio di due pacchetti di voti, gli eletti Gaetano De Palma (ex dem, presidente uscente del Consiglio) e Pasquale Castellano (factotum abbaticchiano, già “Per un cambio generazionale vero”), che assolutamente nulla hanno a che spartire con il progetto civico originario di “Progetto Comune”. Di più: se si guarda ai nomi a tre cifre di questa lista, ci si accorge che, tolti Giovanni Ciccarone (consigliere uscente) e Rino Mangini (assessore uscente), si tratta di personaggi provenienti da altre esperienze politiche e accasatisi in questo cartello elettorale solo all’approssimarsi dell’appuntamento con le urne: oltre ai già citati Castellano e Depalma, Pino Maiorano (ex Lista Intini), Ettore Depalo (ex PD), Tonio Nacci.

Come la realtà civica nata all’ombra del più alto campanile bitontino sia riuscita ad autosopprimersi in modo così eclatante, resterà uno dei misteri più insondabili di queste elezioni. In ogni caso, però, definire “civismo” la strategia politica territoriale messa in piedi dall’astuto Nunziante per presidiare un futuribile feudo elettorale, pare davvero troppo ingeneroso verso la lingua italiana.

Una cosa finisce non quando non viene più pronunciata, ma precisamente quando la parola con la quale era designata viene utilizzata per dire altro. Perché a quel punto, anche volendo, non si avranno più parole per richiamarla.

C’è stata, a Bitonto, nell’ultimo decennio, una stagione di autentico “civismo”. Messa in moto, paradossalmente, da quell’organizzazione deviata della protesta anti-establishment, che portò nel 2008 all’esperienza Valla – mentre nel Paese montava il fenomeno M5S – essa è giunta a piena maturazione tra il 2011 e il 2012, coincidendo con il modello di leadership diffusa proprio della promessa elettorale di Abbaticchio. Essa ha avuto importanti componenti generazionali (l’ondata dei trenta-quarantenni), culturali (il cattolicesimo sociale) e in parte sociali (gli elementi più popolari della classe media). Ha modificato completamente l’assetto della politica cittadina, rendendo impraticabile oggi qualsiasi tentativo di ritorno al passato.

Quella stagione si è conclusa. Lo dicono i fatti, le scelte di Abbaticchio, gli appetiti e le ingerenze esterne su queste elezioni. Quella stagione si è naturalmente esaurita. E quanti oggi, con fare goffamente intempestivo, avendo mancato l’appuntamento col suo debutto, tentano di speculare dal suo successo, rischiano di coprirsi di ridicolo. Il civismo non ripete. È stato ed è un mezzo necessario, non un fine. Ha avuto ed ha la funzione di corroborare il ricambio della classe dirigente. Che poi, però, deve governare a tutti i livelli, senza trovare frontiere alla Poligonale.

I frutti dell’albero del civismo bitontino sono ormai maturi. Si tratta ora di coglierli.