Il PD è andato in vacca(ro)

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia, Elezioni Amministrative 2017
26 giugno 2017

Il PD è andato in vacca(ro)

Dopo l’ennesima sconfitta, ancora nessuna presa di responsabilità dalla dirigenza dem

Quindici giorni. Tanto è passato dal responso elettorale che ha confermato Michele Abbaticchio Sindaco di Bitonto e ha nuovamente messo in minoranza quel che rimane dei partiti e il Movimento 5 Stelle. Due settimane fatte di analisi, bilanci e previsioni dedicati perlopiù, com’è giusto che sia, alla natura e alle ripercussioni dell’exploit del grande federatore della politica liquida di Bitonto.

Viene però anche il tempo degli sconfitti. Se anche la batosta fosse stata così sonora e inaspettata, quanto meno nelle dimensioni, è lecito però aspettarsi che dopo due settimane il trauma sia elaborato e verbalizzato.

Per dovere di fedeltà alle parole profuse in campagna elettorale, non sono solo i vincitori a dover dire, dopo il trionfo, come intendono operare. Sono anche i vinti a dover dar di conto, a dover spiegare l’accaduto, a dover tradurre la sconfitta in un memorandum significativo per il futuro.

La loquacità, invece, sembra essere inversamente proporzionale all’entità delle disfatte subìte. Se Carmela Rossiello – dopo aver peraltro condotto una campagna elettorale in difesa e con l’intento di limitare i danni – è stata la prima a riconoscere ad Abbaticchio la vittoria e a prendere atto del tracollo verticale del centrodestra bitontino, il Movimento 5 Stelle di Ciminiello – dal punto di vista simbolico, il flop più eclatante di queste elezioni – dal punto di vista della comunicazione pubblica sembra aver semplicemente fatto finta di nulla, riprendendo il lunedì dopo l’esito elettorale quel basso profilo che ne aveva contraddistinto la presenza prima dell’esplosione dei toni in campagna elettorale.

È nel campo del centrosinistra, però, che i silenzi si fanno ancora più rumorosi. E, al di là della comprensibilmente contenuta amarezza di Sannicandro per il voto disgiunto che lo ha tradìto, controbilanciato dalla buona affermazione del suo “Insieme per la Città”, è chiaramente il caso del Partito Democratico, il (fu) grande partito cittadino rimasto, a colpire. Ridotta a numeri e percentuali in tutto simili a quelle delle odiate “liste civiche”, in tutti questi giorni la Pescara non ha fatto trapelare una parola ufficiale e pubblica di analisi del voto, di elaborazione, di – se ancora il concetto avesse dimora nel vocabolario politico nostrano – assunzione di responsabilità. Nulla. Soltanto tanti auguri al Sindaco eletto e giubilo per i due consiglieri comunali eletti, testimonianza del ricambio generazionale.

Persino dopo l’assemblea degli iscritti tenutasi nei giorni scorsi, non un comunicato, una nota, un messaggio sono stati consegnati alla città. Come se l’inarrestabile emorragia di consensi che, con progressione geometrica, ha caratterizzato quel simbolo negli ultimi dieci anni, fosse una questione privata, panni sporchi da lavare in casa.

 

Andamento dei risultati elettorali del PD a Bitonto negli ultimi dieci anni 

 

L’attuale dirigenza, da cinque anni responsabile del triste declino dei democratici, sembra ostinarsi a rispondere all’accumularsi di palesi insuccessi arroccandosi sempre più nelle stanze della sede, come se dello sfacelo fosse una vittima, come se le colpe fossero sempre degli altri, di chi sta fuori, o meglio di chi esce dalla casa comune portandosi via i suoi voti.

Non c’è dubbio che l’epifenomeno sia questo: prime e seconde linee del partito che, negli ultimi anni, hanno portato altrove i propri voti, specie a livello locale, talvolta gestendoli anche in maniera personale, per poi riversarli nuovamente nel partito in occasione di appuntamenti elettorali nazionali. D’altronde, la stessa elezione di Bonasia e Vaccaro in Consiglio Comunale, al di là delle fanfare e della retorica giovanilista, non fa che confermare semplicemente una cosa: che le uniche cordate ancora in grado di racimolare qualche voto in quel partito sono quelle che fanno capo a Gennaro Sicolo, da una parte, ed agli sponsor dei fratelli Vaccaro, dall’altra. Si tratta, però, soltanto dell’epifenomeno.

Il punto è: perché ciò è avvenuto? Cosa ha causato questa progressiva disaffezione rispetto al PD locale – indipendente, è bene sottolinearlo, dalle alterne vicende della politica nazionale? Cosa ha condotto tanti elettori del PD a voltargli le spalle a livello locale, fondando fronde, liste civiche, movimenti, o semplicemente puntando su altri cavalli? Chi deve assumersi la responsabilità di tutto questo?

Scambiare il sintomo per la malattia è l’errore tragico che ha cronicizzato il problema in tutti questi anni. Un errore perseguito con arroganza e ostinazione, nonostante i segnali, le denunce, i moniti arrivati da più parti, non mancassero. Si è tirato dritto, convinti di essere sempre e comunque dalla parte della ragione, e che chi, fosse anche “per il bene del partito”, si collocava polemicamente fuori di esso, avesse in ogni caso torto. Non una parola di autocritica, non un segno di ripensamento. Nemmeno oggi, che la somma dei consensi raccolti da fuoriusciti e delusi farebbe impallidire le 2600 crocette dem.

“Il commissariamento del partito – se anche potrà non essere formalizzato in piena campagna elettorale, nel tentativo di salvare il salvabile – è ormai nei fatti" – scrivemmo già all’indomani della figuraccia dem in occasione delle Primarie per il candidato sindaco. Il PD è già implicitamente commissariato, perché è già da tempo altrove. È frantumato e liquefatto in tanti rivoli che nessuno, ancora oggi, si scusa di non aver saputo riunire – anzi, di aver contribuito a disperdere. Il PD è già nei fatti commissariato perché coloro che ancora oggi, con indolente superbia, dicono di rappresentarlo, non siedono che su un cumulo di macerie, salvando le apparenze, fingendo di non sapere che gran parte di coloro che partecipano alle stesse assemblee di partito, ormai, nel segreto dell’urna sente di avere le mani libere.

Se questo è un Partito, senza vergogna, senza responsabilità, senza la dignità di saper chiedere scusa per tutte le speranze che avrebbe dovuto custodire.