Frate Antonio da Bitonto, una voce italiana dell’Osservanza francescana

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Inchieste
21 giugno 2017

Frate Antonio da Bitonto, una voce italiana dell’Osservanza francescana

Il frate è stato uno dei più importanti predicatori del XV sec.

Cantate, anime giuste, piamente,
cantate con dolcezza,
che avete Iddio con voi umanamente.
In tanta giubilezza
grande questa allegrezza,
che di niuna natura
mostra questa figura,
si che uomo e dio si truovi in una rima.

Lauda alla Vergine, frate Antonio da Bitonto, 25 novembre 1433

 

Giungendo qui ha prodotto ottimi frutti per la città; andando via ha portato con sé una gloria immortale sì da lasciare un gran vuoto in noi tutti, perché di giorno in giorno ha dato prova sempre più grande del suo valore e senza dubbio frutti migliori sarebbero stati ottenuti con le sue predicazioni. Che qui ritorni lo auspicano innanzitutto le persone più ricche d’ingegno, poi anche l’intera città”. Sono queste le parole pronunciate dal duca Francesco Sforza, signore di Milano, dopo le meditazioni quaresimali tenute da un frate francescano, predicatore molto richiesto e assai famoso nel XV secolo. Si tratta di uno dei personaggi più eminenti di quel grande movimento riformistico dell’Osservanza francescana, di cui divenne promotore in tutta Italia: frate Antonio da Bitonto, nato nel 1385 nella nostra città, la cui attività è stata affiancata da personaggi del calibro di san Bernardino da Siena, san Giovanni da Capestrano e san Giovanni della Marca.

Discendente della ricca e potente famiglia Scaraggi, non si hanno molte notizie sulla sua giovinezza e sui suoi primi studi. Certamente, a causa della mancanza di istituti pubblici a Bitonto fino e oltre il XV sec., il giovane Antonio ha studiato presso la scuola vescovile, dove ha ricevuto la sua prima educazione religiosa e scolastica. Non conosciamo nemmeno le motivazioni della sua vocazione, né perché scelse la grande famiglia dei francescani. Molto probabilmente ha anche frequentato l’unico convento francescano pugliese, quello a Nardò, dove erano formati i novizi che intendevano proseguire gli studi, e la scuola del convento salentino era famosa per i docenti che lì insegnavano. Nonostante non avesse frequentato l’università e non possedesse un titolo accademico, fra Antonio aveva una preparazione filosofica, teologica e letteraria tale da permettergli di essere chiamato nelle corti dell’Italia centro-settentrionale come ambito predicatore e di insegnare dalle cattedre delle più prestigiose scuole teologiche.  

La sua presenza è stata registrata in tutta Italia, da Bologna a Lecce, Napoli e Firenze, Roma e l’Aquila nella sua attività predicatoria, mentre insegnò a Bologna, Ferrara e Mantova. Attenta predilezione ebbe per Milano, in cui si fu uno dei più ferventi sostenitori della unificazione degli ospedali milanesi, attraverso la demolizione delle piccole strutture fatiscenti e la creazione di un nuovo grande ospedale. Quest’opera, insieme alla predicazione nel periodo quaresimale del 1455, gli valse la stima e la riconoscenza dei milanesi e del duca, che per più volte lo richiesero in città.

Altra importante presenza fu a Firenze, che dopo la quaresima del 1446 lo richiamò nel 1450, e al capitolo generale dell’Osservanza del 1449 che si tenne in un convento del Mugello, a poca distanza dalla città che diede i natali a Dante, a cui partecipò anche Cosimo de’ Medici con i suoi figli. Il prendere parte a questa importante assemblea dei religiosi da parte di un capo politico di una città importante come Firenze è sintomatico di una situazione peculiare della fine del Medioevo e dell’inizio dell’Età moderna.  

 

Riproduzione della "Lauda alla Vergine" di frate Antonio da Bitonto, 25 novembre 1433, dal Cod. Vat. Chig. L. VII. 266

 

Il Quattrocento, infatti, vide un grande intervento dei minoriti all’interno della vita politica e sociale delle città, tanto che azione predicatoria e corso politico andavano di pari passo. I frati si mescolavano tra la gente per osservarne le abitudini morali e ideologiche, per poi intervenire dai pulpiti per correggere e ammonire, con una prosa che andava dalla citazione latina al volgare, riuscendo ad arrivare a tutti gli strati sociali della popolazione, conducendo un’attività di formazione e riforma culturalee religiosa assai ampia. Molto spesso i grandi predicatori erano mandati anche come ambasciatori da parte dei signori delle città in cui operavano, al fine di comporre i dissidi fra città in lotta fra loro. Ciò era anche segno della debolezza della capacità operativa dei signori, data la scarsa fiducia dei cittadini negli apparati dello stato, a cui quindi suppliva l’armonizzazione dei predicatori, all’insegna del senso cristiano del vivere.

È anche vero, però , che il momento storico in cui si inserisce il ministero del nostro Antonio è quello turbolento della crisi dell’Ordine francescano, in cui coesistevano due importanti tendenze ideologiche e spirituali. L’Osservanza è uno dei movimenti quattro-cinquecenteschi, dilaganti in Italia e in Europa, che nasce con lo spirito di riforma e con l’intenzione di tornare alle origini del pensiero sanfrancescano, seguendo più da vicino le direttive che il Poverello d’Assisi aveva lasciato nella sua Regola. I minoriti di questa parte dell’ordine francescano (quella a cui oggi appartengono i Frati Minori, OFM), distinti dai Conventuali (gli odierni OFMConv e dai cui provengono anche i Cappuccini, OFMCap), si sforzavano di essere più penitenti, più vicini alla gente, per riportare in vita le pratiche di predicazione e del servizio di carità insegnate da san Francesco. Frate Antonio operò in quest’ottica, come uno dei primi discepoli di san Bernardino da Siena, da cui attinse molta della sua produzione di oratoria sacra. 

Vista la vicinanza degli Osservanti con i centri di potere e la grande rilevanza e audience delle loro prediche, molti Umanisti, tra cui Poggio Bracciolini, Leonardo Bruni e Poliziano, criticarono l’operato dei minoriti, definendoli ipocriti, eretici, disubbidienti alle direttive della Chiesa, alla ricerca della ricchezza e della notorietà. Un’accusa simile fu mossa anche contro fate Antonio, che fu incolpato di arricchire con le elemosine destinate ai poveri i propri parenti, investendo in  case spaziose.

Altra disputa, invece, squisitamente teologica e filologica, fu quella che nel 1444 sostenne contro Lorenzo Valla a Napoli, sulla discussione dell’origine del Credo. Se il Valla sosteneva che il Credo fosse opera del primo Concilio di Nicea del 325, frate Antonio, definito dall’umanista “promptissimus in lingua vernacula" (troppo incline alla lingua volgare)e “vociferator egregius” (eccellente urlatore), sosteneva la tesi dottrinale, tipica della cultura latina, che i dodici articoli della professione di fede fossero stati enunciati, uno ciascuno, dai dodici apostoli, costituendo il Simbolo apostolico, di cui il frate bitontino nelle Expositiones evangeliorium dominicalium redisse una versione in latino e in volgare. 

Se questa discussione vedeva evidentemente il Valla dalla parte della ragione - anche se poi non si concluse ufficialmente perché il noto filologo non ebbe l’appoggio sperato dei notabili della corte napoletana - vinse una disputa sull’applicazione del precetto pasquale. Nel 1443 le tesi di frate Antonio, che aprivano alla possibilità di godere dei sacramenti della Domenica di Resurrezione anche durante la settimana santa, furono accettate dalla Santa Sede e ufficializzate anche da papa Eugenio IV e Niccolò V. 

L’attività di predicazione, tanto sostenuta dall’Osservanza, fu quella che assorbì maggiormente gli sforzi e le energie di frate Antonio, che non fu originale nel pensiero e nella forma letteraria. La sua Lauda alla Vergine del  1433 non ha nulla di linguisticamente e poeticamente singolare, anzi la prosa si muove tra la lingua volgare parlata e l’impiego della scrittura. Tra i suoi scritti di oratoria sacra si ricordano i Sermones quadragesimales de vitiis (unica stampa a Venezia, 1449), scritti su modello, come sostiene l’autore, di Cicerone e Alberto Magno, costituiti da 59 omelie in cui il tema centrale è il necessarium Adae peccatum, con cui Dio pone l’uomo continuamente di fronte alla scelta del bene e del male. L’opera,invece, più letta del frate bitontino sono i Sermones domenicales, di cui furono fatte più di cinque stampe, dedicati a Federico da Montefeltro, in cui si ritrovano tutti i temi della sua predicazione, che esaltava la virtù e condannava i vizi, particolarmente l’usura. 

Al di là della importante dipendenza da san Bernardino da Siena negli scritti, in cui però emergono anche diverse citazioni della Commedia di Dante, punto di riferimento per tutto il francescanesimo, espressioni latine di Seneca, Lucano e Virgilio, e grandi riferimenti a sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino e Duns Scoto, ciò che emerge dalla vita di frate Antonio è la grande passione per la propria missione pastorale, quella di educare ai precetti della fede cristiana, dell’esercizio della carità e del servizio sull’esempio di san Francesco, della costruzione di una vita civile e politica che rientrasse nei termini della serena vivibilità. 

Tutto questo ebbe fine solo alla morte, dopo aver convertito moltissimi e aver creato monasteri con nuovi frati e monache, avvenuta ad Atella il 7 settembre 1465. Se la lapide con cui si commemorava la sua attività nella chiesa di S. Maria di Vitalba, andata distrutta nel XVII sceolo, faceva del nostro bitontino “concionatore eccellente, splendore di tutta l’Italia”, a Bitonto si presume che se ne conservi almeno un ritratto, tra i frati nell’affresco di Santa Maria della Chinisa, da poco restaurato, in cui San Francesco dà la Regola ai tre Ordini francescani. Chissà se, tra santa Elisabetta d’Ungheria, san Ludovico e santa Chiara, non si nasconda da secoli lo sguardo del grande frate bitontino.

 

Fonti:

F. Moretti, Antonio da Bitonto nel panorama dell'osservanza francescana del Quattrocento, Atti Cultura e società a Bitonto e in Puglia nell'età del Rinascimento 2009, p. 199-234

N. Pice, Una inedita lauda alla Vergine del XV secolo, Studi Bitontini n. 62,1996, p. 41-48

 

In copertina:

"Francesco d'Assisi distribuisce la Regola ai tre Ordini", Pandus, XV sec., S. Maria della Chinisa, Bitonto